Tuzla, la città che resiste: tra memoria, calcio e identità condivisa
Gen 24, 2026


Dalle colline sorvegliate dal busto di Tito ai campi dello Sloboda, la storia di un luogo che ha scelto l’unità oltre la guerra e le divisioni etniche

Tuzla porta ancora i segni della guerra, ma la città non si è spezzata. In ogni quartiere, tra le vie centrali e gli stadi, si percepisce la volontà di non lasciare che le divisioni etniche determinino la vita quotidiana. Sulle alture, il busto di Tito osserva la città senza movimenti. Ai suoi piedi, memoriali e tombe ricordano chi non è tornato a casa. Tra queste, le più recenti appartengono ai ragazzi uccisi il 25 maggio 1995, giovani vite spezzate da una granata esplosa durante il Giorno della Gioventù.

Tuzla, il luogo del massacro del 25 maggio 1995 (foto di Mario Boccia)

Quel giorno, la piazza era piena di ragazzi che volevano vivere la normalità. Alle 21,05 la granata colpì la folla. 71 morti e quasi 300 feriti. Tra loro, un bambino di tre anni. I genitori decisero che i figli sarebbero stati sepolti insieme, rifiutando divisioni etniche. La scelta riflette la volontà della città di restare unita, anche quando il mondo intorno si disgregava.

Due formazioni dello Sloboda negli anni Sessanta

Il calcio racconta la stessa storia di resistenza. Lo Sloboda nasce negli anni Dieci del Novecento. Nel 1919, i lavoratori fondano la squadra Gorkij. Otto anni dopo il club prende il nome attuale, Sloboda, “Libertà”. La squadra attraversa scioglimenti, repressioni e guerre. Negli anni Settanta, raggiunge la sua stagione migliore con giocatori come Mustafa Hukić, Dževad Šećerbegović e Mersed Kovačević. Le vittorie e le prestazioni in campo consolidano il legame tra squadra e tifosi, diventando un simbolo della città più che della singola comunità.

Siamo nella stagione 1977-’78, uno dei periodi più floridi del calcio a Tuzla

Dopo la dissoluzione della Jugoslavia, il calcio cambia. Lo Sloboda deve affrontare norme etniche imposte nel mondo sportivo. Retrocessioni e promozioni si alternano, ma la squadra mantiene il sostegno dei tifosi. Il Tuzla City, nato come Sloga e poi rinominato nel 2017, rappresenta la comunità bosgnacca, ma non riesce a coinvolgere l’intera città. Il rapporto con lo Sloboda rimane centrale.

Mersed Kovačević
L’attacco dello Sloboda della metà degli anni ’70: Nalić, Geca, Cerić, Hukić e Šećerbegović

Gli ultras Fukare sono presenti in ogni angolo della città. Murales, simboli e striscioni raccontano la storia della squadra. La capra, emblema del gruppo, ha radici profonde nella tradizione locale. La partecipazione dei tifosi non si limita agli ultras: anche i cittadini comuni e la diaspora mantengono viva la passione per la squadra.

Dettaglio della partita di campionato tra Sloboda e Partizan 3-0, giocata nell’aprile 1977: Blagojević controlla l’impotente Borota

Il calciatore della generazione vincente dello Sloboda Tuzla, Aleksandar Miličić

Tuzla continua a resistere alle divisioni. La memoria dei caduti, l’attaccamento a una squadra di calcio e la vita quotidiana si intrecciano per raccontare un’identità collettiva che non si piega.

Gli ultras allo stadio

Lo Sloboda è più di un club: è un simbolo di continuità, memoria e partecipazione.

La città guarda avanti senza dimenticare il passato. Tra stadi pieni, vie frequentate e memoriali silenziosi, Tuzla dimostra che è possibile costruire un futuro comune, anche dopo le ferite della guerra.

Mario Bocchio

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