
Quando un errore nei cieli dell’Urss cancellò una squadra e trasformò una partita di campionato in una ferita storica
L’11 agosto 1979, mentre la Dinamo Tbilisi celebrava la vittoria calcistica contro la Dinamo Mosca che valeva la Coppa sovietica, a migliaia di metri sopra l’Ucraina accadeva qualcosa che il calcio non avrebbe mai potuto archiviare come una semplice coincidenza. Due aerei di linea dell’Aeroflot si trovarono nello stesso punto dello spazio, nello stesso istante, per una concatenazione di decisioni errate, comunicazioni ambigue e limiti tecnici. Il risultato fu una collisione in volo che non lasciò scampo a nessuno dei passeggeri.

Uno dei due velivoli, un Tupolev-134 partito da Taškent e diretto a Minsk, trasportava una squadra di calcio: il Pakhtakor, orgoglio sportivo dell’Uzbekistan sovietico. Era una normale trasferta di campionato. Sarebbe diventata una tragedia collettiva.
Il volo aveva seguito una rotta consueta, spezzata da scali intermedi e da una richiesta del comandante di salire oltre la quota assegnata per ridurre i consumi. Una scelta apparentemente innocua, autorizzata senza particolari obiezioni. Nello stesso settore di cielo, però, stava transitando un altro Tupolev, diretto verso la Moldavia. Le due traiettorie finirono per sovrapporsi.

Nel centro di controllo di Charkiv, il traffico era intenso e il tempo peggiorava. Il controllore cercò di correggere la situazione ordinando un’ulteriore variazione di quota. Una risposta arrivò, ma non era quella giusta. La conferma proveniva da un terzo aereo. L’equivoco non venne colto. Poco dopo, tra le nuvole, i due velivoli si urtarono con violenza. Uno si disintegrò quasi immediatamente. L’altro rimase in aria per qualche istante, come se l’equipaggio stesse lottando contro l’inevitabile, prima di precipitare al suolo.

Morirono 178 persone. Tra di loro c’erano quattordici calciatori del Pakhtakor, tre membri dello staff tecnico e dirigenziale, e decine di passeggeri comuni. La squadra stava viaggiando per affrontare la Dinamo Minsk. Due giorni prima aveva giocato e vinto davanti al proprio pubblico. Nessuno, entrando in campo quella sera a Taškent, poteva immaginare che quella partita sarebbe stata l’ultima.

Il Pakhtakor non era soltanto una squadra di provincia. Nato a metà degli anni Cinquanta, aveva rappresentato per decenni una frontiera calcistica dell’impero sovietico. Lontano dai centri di potere di Mosca e Kiev, il club uzbeko era diventato un luogo di sperimentazione: moduli offensivi, ruoli reinventati, influenze straniere filtrate e adattate.

Allenatori di grande spessore avevano usato Taškent come banco di prova per idee che avrebbero inciso sul calcio sovietico nel suo complesso. Nonostante risultati altalenanti, il Pakhtakor si era guadagnato una reputazione precisa: squadra coraggiosa, tecnica, spesso sbilanciata in avanti. Negli anni Settanta aveva consolidato la propria presenza nella massima serie e lanciato giocatori destinati a carriere importanti, simbolo di un’Unione multietnica che trovava nel calcio un linguaggio comune.

Tutto questo venne spezzato in pochi secondi. I funerali si tennero una settimana dopo. In molti casi non fu possibile identificare i resti. Le sepolture divennero cerimonie simboliche, più che addii reali. La città di Taškent si fermò, ma il silenzio ufficiale calò rapidamente. Le notizie furono centellinate, le spiegazioni ridotte al minimo.
Alcuni membri della squadra si salvarono solo per circostanze casuali: un infortunio, un ritardo, una decisione familiare. L’allenatore capo, rimasto a terra per raggiungere moglie e figlio, seppe della tragedia da lontano. Il portiere titolare, fermo per un colpo subito allo stomaco, si trovava già a Minsk con la squadra riserve.

La vita, quella volta, scelse in modo arbitrario. Il campionato non poteva fermarsi a lungo. Dopo pochi giorni, il Pakhtakor fu ricostruito in emergenza grazie a prestiti da tutta l’Urss. Le autorità sportive garantirono una protezione speciale per evitare la retrocessione e permettere al club di sopravvivere. Quando la squadra tornò in campo a Taškent, lo stadio era colmo. Il silenzio che precedette il calcio d’inizio fu più eloquente di qualsiasi discorso.

Sul piano giudiziario, la responsabilità ricadde sui controllori di volo. Le condanne non dissiparono i dubbi. Col passare degli anni emersero versioni contrastanti, ipotesi mai chiarite, documenti rimasti inaccessibili. La sensazione diffusa fu che la verità completa non fosse mai stata raccontata.
Il Pakhtakor continuò a giocare, ma non fu mai più lo stesso. La sua storia rimase segnata da una sequenza di lutti, incidenti e destini spezzati, come se quella squadra avesse sempre vissuto in bilico tra slancio e tragedia.
L’11 agosto 1979 non fu soltanto il giorno di un disastro aereo: fu il momento in cui una comunità sportiva perse il futuro che stava viaggiando su quell’aereo.
Mario Bocchio
