
Dalla gloria con l’Argentina alla quotidianità da usciere comunale: oggi ha 75 anni e racconta senza rimpianti un Mondiale vinto in un Paese che preferisce dimenticare
Miguel Ángel Oviedo è stato uno dei protagonisti dell’Argentina campione del mondo nel 1978, la nazionale che a Buenos Aires superò l’Olanda e consegnò al Paese il primo titolo iridato della sua storia. Un trionfo che sul campo fu limpido e memorabile, ma che nel tempo è rimasto intrappolato in un contesto storico pesantissimo: quello della dittatura militare, della repressione, dei desaparecidos, di una vittoria sportiva trasformata in strumento di propaganda.
Oviedo, ex centrocampista di corsa e disciplina, non ha mai nascosto l’ambiguità di quel Mondiale. Da un lato l’orgoglio di aver raggiunto il punto più alto della carriera, dall’altro il disagio per il modo in cui quella squadra venne utilizzata dal regime. Con il passare degli anni, quella Nazionale è scivolata ai margini del racconto ufficiale del calcio argentino, quasi colpita da una rimozione collettiva. Non per ciò che fece in campo, ma per il tempo in cui vinse.

Eppure Oviedo ha sempre rivendicato la propria posizione con lucidità. Lui e i suoi compagni furono chiamati a giocare a calcio, e a quello si limitarono. Nessuna partecipazione, nessuna complicità diretta con il potere. Solo allenamenti, partite, spogliatoi. Una Coppa del Mondo vinta con sacrificio e talento, pagata allora 35 mila dollari di premio: una cifra importante per l’epoca, ma lontana anni luce dai guadagni del calcio moderno.



Tre squadre per Oviedo, da sinistra: Independiente, Talleres e Deportivo Armenio
Dopo aver appeso le scarpe al chiodo, Oviedo rimase ancora per un periodo nel mondo del pallone. Allenò diverse squadre, soprattutto a livello locale, tra cui il Talleres e il Racing de Córdoba, continuando a vivere di calcio senza però ritrovare la ribalta dei giorni mondiali. Poi, quasi senza clamore, arrivò il momento di cambiare strada.

La seconda parte della sua vita professionale fu lontana dagli stadi pieni e dalle telecamere. Oviedo ha lavorato per anni come impiegato comunale e usciere presso il centro sportivo municipale Carlos Cerutti. Un incarico amministrativo, fatto di telefonate, accoglienza, orari regolari. Un lavoro tranquillo, stabile, che gli ha garantito sicurezza e serenità. Nulla a che vedere con la fama, ma tutto a che vedere con la dignità di una quotidianità solida.

Nella “rosa” dell’Argentina campione del mondo nel 1978

A 75 anni guarda al passato senza amarezza. Sa che molti giovani non lo riconoscono, che il suo nome non evoca più cori o immagini in bianco e nero. Sa anche che alcuni ex compagni di quella Nazionale, con il tempo, hanno vissuto difficoltà economiche, arrivando a vendere maglie e ricordi per necessità. Lui, invece, ha sempre considerato una fortuna l’aver avuto un lavoro certo, uno stipendio sicuro, una vita semplice ma stabile.
Nel suo racconto del calcio argentino non manca il pensiero per Diego Armando Maradona, conosciuto quando era ancora un ragazzo prodigio e osservato poi nel lento declino finale. Di Diego ricorda due vite diverse: quella luminosa degli inizi e quella fragile degli ultimi anni, segnata dalla solitudine e dall’abbandono. Una fine che lo ha colpito profondamente, come uomo prima ancora che come ex calciatore.
La storia di Miguel Ángel Oviedo è lontana dalla retorica. È la storia di un campione del mondo che ha accettato il passare del tempo, la perdita della gloria e il peso della storia. Un uomo che ha vinto tutto sul campo e poi ha scelto, o forse semplicemente vissuto, una vita normale. In silenzio, senza clamore. Come accade spesso a chi ha davvero conosciuto il vertice.
Mario Bocchio
