Marek, quando un nome diventa una bandiera
Gen 19, 2026


Da Dupnitsa al resto della Bulgaria: la storia di un club che trasformò il calcio in memoria politica

Il 5 febbraio 1889, a Dupnitsa, nel sud-ovest della Bulgaria, nacque Stefan Dimitrov Todorov. Il suo nome, però, sarebbe presto stato messo da parte dalla storia ufficiale e da quella popolare: per tutti divenne Stanke Dimitrov, detto Marek. Un nomignolo che non indicava soltanto una persona, ma un ruolo: quello del rivoluzionario, del militante instancabile, dell’uomo che fece della lotta politica una ragione di vita.

Una formazione nel 1964

Marek fu dirigente del Partito Comunista Bulgaro, attivo sia in patria sia in esilio, protagonista dell’opposizione clandestina al regime monarchico e al fascismo. Arresti, persecuzioni e fughe segnarono il suo percorso fino alla morte, avvenuta nel 1944 in circostanze mai del tutto chiarite. Dopo la guerra, la sua figura venne elevata a simbolo della resistenza comunista e il suo nome divenne parte integrante dell’identità della Bulgaria socialista.

L’indimenticabile sfida europea con il Bayern di Monaco

Non sorprende, quindi, che anche il calcio finisse per incrociare quella storia. A Dupnitsa esisteva una squadra fondata nel 1919, che nel corso dei decenni cambiò nome più volte, seguendo i mutamenti politici e sociali del Paese. Alla fine della Seconda guerra mondiale arrivò la scelta definitiva: il club avrebbe portato il nome Marek, in omaggio a Stanke Dimitrov.

Quel nome, però, non era soltanto un tributo personale. Scritto nella forma M.A.R.E.C., diventava un acronimo carico di significati: Marxista – Antifascista – Rivoluzionario – Emigrante – Comunista.

La “rosa” nella stagione 1976-’77


Cinque parole che riassumevano l’intera parabola umana e politica di Dimitrov e che trasformavano una squadra di calcio in un vero e proprio manifesto ideologico. Marek non era solo un cognome: era un programma, un’identità dichiarata, un modo di stare al mondo.

Dopo aver vinto la Coppa nazionale, nel primo turno della Coppa delle Coppe 1978-’79, il Marek affrontò gli scozzesi dell’Aberdeen, guidati da Alex Ferguson. Il Dupnitsa fu eliminato dalla competizione dopo una vittoria in casa per 3-2 e una sconfitta in trasferta per 0-3

Questa impronta così netta contribuì a creare un legame profondissimo tra il club e la sua gente. Il Marek divenne la squadra del popolo, seguita ovunque con una passione quasi militante. I suoi tifosi erano talmente presenti nelle trasferte da far nascere un soprannome rimasto nella memoria collettiva: Dupnitsa come “la città su ruote”, sempre in movimento dietro ai propri colori. Nei primi anni Duemila, durante le partecipazioni alla Coppa Intertoto, si parlava di circa tremila sostenitori al seguito a ogni partita esterna, un numero enorme per una città che supera di poco i 30.000 abitanti.

Siamo nel 1978

Dal punto di vista sportivo, la storia del club è fatta di lampi più che di continuità. Il momento più celebre resta la Coppa UEFA 1977-’78, con quella vittoria per 2-0 contro il Bayern Monaco che ancora oggi suona come una leggenda. In patria arrivò anche il successo nella Coppa dell’Armata Sovietica (la vera Coppa di Bulgaria prima del 1982), mentre tra il 2001 e il 2008 il Marek visse il suo periodo più stabile nella massima divisione bulgara, otto stagioni consecutive prima della caduta.

Stanke Dimitrov (a sinistra) e il leggendario calciatore Alexander Kyuchukov

Il nuovo millennio, però, portò anche crisi finanziarie, fallimenti e ripartenze forzate. Nel 2010 il club rinacque come M.A.R.E.C. 2010, per poi affrontare nuove difficoltà fino all’attuale denominazione di FC Marek 1915, lontano dai grandi palcoscenici europei.

Eppure, al di là delle categorie e dei bilanci, resta intatto il senso di quel nome. Marek continua a raccontare una storia in cui il calcio non è soltanto competizione o intrattenimento, ma anche memoria, appartenenza e presa di posizione. Un promemoria scomodo, forse, in un’epoca in cui il pallone sembra aver dimenticato le sue radici popolari e politiche. Ma a Dupnitsa, quel nome continua a pesare come una bandiera.

Mario Bocchio

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