
Il difensore napoletano che ha attraversato un’epoca del calcio biancorosso tra promozioni, infortuni e un legame mai spezzato con la città
C’è chi a Bari ha giocato una sola stagione e chi, invece, ha lasciato un segno più profondo, fatto di continuità, affidabilità e presenza silenziosa. Luigi Punziano appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Difensore centrale arcigno, marcatore vecchio stampo, è stato uno dei pilastri del Bari tra la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, collezionando 144 presenze ufficiali in campionato con la maglia biancorossa.


Nato a Pozzuoli il 12 maggio 1955, Punziano arrivò a Bari nel 1976 e vi rimase fino al 1982, vivendo sei stagioni intense: una in Serie C e cinque in Serie B. Nel suo percorso spiccano la promozione dalla C nella stagione 1976-’77, conquistata sotto la guida di Piero Losi, e una Coppa Italia vinta con il Napoli nel 1975-’76, prima dell’approdo in Puglia. Oggi ha 70 anni, vive nella sua Pozzuoli ed è in pensione.
L’impatto con la città fu immediatamente positivo. “Accettai subito senza esitazioni. Arrivare in una città come Bari, grande, di mare, con una tifoseria così calda, era motivo di orgoglio. Mi ricordava Napoli sotto molti aspetti”. Il club era guidato dalla coppia De Palo–Matarrese, due figure molto diverse tra loro: “De Palo era un dirigente all’antica, molto tradizionale. Matarrese, invece, aveva una visione moderna e tanta ambizione”. La risposta del campo fu immediata: “Al primo anno vincemmo il campionato di Serie C con grande autorità e tornammo subito in B. Fu una stagione splendida”.
Nel suo percorso in biancorosso, Punziano ha lavorato con diversi allenatori, ma uno in particolare gli è rimasto nel cuore: “Renna credeva molto in me. Mi diede fiducia e anche la fascia da capitano”. Non ci furono mai veri conflitti con i tecnici, se si escludono alcune divergenze tattiche con Catuzzi: “Lui era molto legato al gioco a zona e puntava forte sui giovani. Io ero cresciuto con la marcatura a uomo. Col tempo ho capito che aveva ragione: quei ragazzi della Primavera erano fortissimi e sfiorammo la Serie A per appena due punti”.

La stagione 1981-’82, però, fu segnata dalla sfortuna. “Mi infortunai al ginocchio nel 3-3 di Palermo. Il recupero fu complicato e, una volta rientrato, trovai meno spazio. Fu un anno molto difficile. Alla fine andai all’Arezzo”. Il momento più alto resta comunque legato alla promozione: “La Serie B conquistata con Losi è il ricordo più bello. Ma in generale a Bari ho vissuto anni importanti”. Il periodo più duro coincide invece con l’infortunio, vissuto con grande frustrazione mentre la squadra continuava a correre.
Tra le partite rimaste più impresse nella sua memoria ce n’è una in particolare, un’ultima giornata contro il Cesena decisiva per la salvezza: “Salvai almeno un paio di gol, uno proprio sulla linea in spaccata. Per me fu come segnare”. Quanto agli avversari, il più difficile da affrontare fu Montesano del Palermo: “Non stava mai fermo, era imprevedibile”. In allenamento, però, chi gli dava più filo da torcere era un compagno di squadra: “Gigi De Rosa era imprendibile”. In carriera ha marcato attaccanti del calibro di Paolo Rossi, Pruzzo e Graziani, riuscendo quasi sempre a reggere il confronto.


Il rapporto con lo spogliatoio era eccellente. “Andavo d’accordo con tutti. Frequentavo molto Venturelli, con cui abitavo. Lui voleva finire le partite sempre 0-0 pur di non prendere gol”. Anche il legame con la città è rimasto fortissimo: “Bari è bellissima. All’inizio abitavo a Modugno, poi a Poggiofranco. I tifosi erano straordinari, ci seguivano in massa anche agli allenamenti”. Nel tempo libero tornava spesso a Pozzuoli, due ore di macchina, e proprio a Bari acquistò una BMW. “Quando poi andai a giocare a Rende, mi rubarono tutte e quattro le ruote”.
Tra i luoghi più legati ai ricordi biancorossi c’è Torre a Mare, sede dei ritiri del sabato prima delle partite. Più prudente, invece, il rapporto con la cucina locale: “Avevo sempre paura di stare male. Un mio compagno prese l’epatite mangiando ostriche”.
Punziano si descrive come “un marcatore puro, duro ma corretto, forte di testa e attento a togliere spazio e iniziativa agli attaccanti”. Il rimpianto principale resta legato agli infortuni: “Forse senza quelli la mia carriera sarebbe stata diversa. Ma il calcio mi ha fatto girare il mondo: Stati Uniti, Canada, Australia. Non posso lamentarmi”.

Dopo il ritiro non si è mai allontanato del tutto dal pallone. Ha gestito un caseificio, poi una scuola calcio e per anni ha lavorato come istruttore. “Il calcio mi manca”. Il Bari, invece, non lo ha mai perso di vista: “Lo seguo sempre. Negli ultimi anni ci sono state troppe difficoltà, ma questa città ha tutto per stare stabilmente in Serie A. Noi, in Serie C, portavamo 30mila persone allo stadio”. Un legame che resiste al tempo, fatto di sacrificio, appartenenza e memoria biancorossa.
Mario Bocchio
(Le parole liberamente attribuite a Luigi Punziano sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti)
