

Storia di un pioniere del calcio calabrese, tra polvere, passaggi di frontiera e una vita intera spesa per la Reggina
C’è stato un tempo in cui attraversare lo Stretto non era solo un viaggio di mare, ma una scelta di campo, quasi una dichiarazione di identità. In quel tempo lontano, fatto di campi spelacchiati, tribune in legno e palloni che pesavano come macigni, il nome di Ottaviano Garibaldi Misefari, detto semplicemente Ottavio, cominciò a circolare tra Reggio e Messina con un misto di ammirazione e sorpresa.
Nato a Palizzi il primo febbraio del 1909, Ottavio cresce in una Calabria aspra e orgogliosa, dove il calcio è ancora un gioco popolare, vissuto più per passione che per mestiere. È fratello di Bruno ed Enzo Misefari, figure destinate a lasciare un segno nella storia politica calabrese, ma lui sceglie un’altra arena: quella rettangolare del campo, dove si impara presto a cadere e a rialzarsi.
A quindici anni appena compiuti, quando molti ragazzi sognano e basta, Misefari è già dentro la Reggina, che allora si chiamava Reggio Football Club. È giovane, ma ha carattere, e in breve tempo diventa uno dei simboli del calcio cittadino tra gli anni Venti e Trenta. Sono stagioni ruvide, senza riflettori, ma dense di rivalità locali e di orgoglio territoriale.
Nel febbraio del 1925 accade però qualcosa che segna una frattura nella storia sportiva dello Stretto. Ottavio, insieme a Pasquale Rattotti, diventa uno dei primi calciatori a compiere il “salto” da Reggio a Messina. Un trasferimento che oggi sembrerebbe ordinario, ma che allora aveva il sapore di un evento storico, quasi di un tradimento. Non ci sono procuratori né contratti milionari: c’è un accordo semplice, cinquanta lire a partita, una cifra enorme se paragonata al costo del biglietto d’ingresso allo stadio, che valeva appena mezza lira. È il calcio che prova a diventare lavoro, senza aver ancora smesso di essere fame.
Messina rappresenta una parentesi importante, intensa, ma non definitiva. Perché Misefari, come molti uomini legati profondamente alla propria terra, sente il richiamo del ritorno. Qualche anno più tardi ripercorre lo Stretto in senso inverso e rientra alla Reggina, chiudendo idealmente un cerchio che parla di appartenenza più che di carriera.

Quando appende le scarpe al chiodo, Ottavio non si allontana dal calcio. Anzi, resta lì dove batte il cuore della sua città. Nel difficile dopoguerra, nella stagione 1944-’45, siede sulla panchina della Reggina come allenatore, in un’Italia ancora ferita e in un calcio che cerca di rimettersi in piedi insieme al Paese. È un ruolo di responsabilità, vissuto con lo stesso spirito con cui aveva giocato: sobrio, concreto, fedele.

Negli anni successivi Misefari diventa osservatore e dirigente, lavorando per la FIGC e per il Campionato Dilettanti. È una figura di raccordo, uno di quelli che non finiscono sui giornali ma che tengono in piedi l’impalcatura dello sport. In questo periodo nasce anche il legame profondo con Oreste Granillo, dirigente simbolo di Reggio Calabria, al quale oggi è intitolato lo stadio cittadino: un altro segno di come le storie personali si intreccino con i luoghi e la memoria collettiva.
Ottavio Misefari muore a Reggio Calabria il 6 gennaio 1999. Se ne va senza clamore, come molti protagonisti del calcio antico. Ma la sua storia resta: quella di un ragazzo che attraversò lo Stretto quando farlo significava molto più che cambiare maglia, e che dedicò tutta la vita a un pallone che rotolava lento, ma pesava come un destino.
Mario Bocchio
