
Tra sacrificio, coraggio e unità, la nazionale venezuelana scrive una pagina indimenticabile ai Giochi Centroamericani e dei Caraibi
Il 16 agosto 1982, la nazionale venezuelana di calcio, nota oggi come Vinotinto, compì un’impresa che ancora oggi resta indelebile nella memoria dello sport nazionale: conquistò la prima medaglia d’oro della sua storia ai Giochi Centroamericani e dei Caraibi, disputati all’Avana, Cuba. Un trionfo costruito negli anni, grazie a una generazione di giocatori unita, disciplinata e determinata.

Il percorso verso Cuba iniziò molti anni prima, con il Sudamericano Under-20 di Valencia ’77, i Bolivariani e i Centroamericani di Medellín, e la partecipazione ai Giochi Olimpici di Mosca 1980. Quei tornei forgiarono un gruppo compatto: Douglas “Fósforo” Cedeño, Cheché Vidal, Nelson Carrero, Carlos Betancourt, Daniel Nikolac, Iker Zubizarreta, Cherry Gamboa e Bernardo Añor non erano solo talentuosi, ma cresciuti insieme, pronti a sacrificarsi per il collettivo.

L’allenatore Manuel Plasencia non era solo un tecnico: era una guida morale e paterna. Con disciplina ferrea e attenzione umana, Plasencia costruì un gruppo solido, pronto a competere contro squadre storicamente più forti. La preparazione passò anche da una tournée in Cina, dove la squadra affrontò squadre locali di alto livello, rafforzando la coesione e la fiducia reciproca.

Il torneo cubano iniziò con il Venezuela inserito nel Gruppo B, insieme a Messico, Antille Olandesi e Nicaragua. Dopo una sconfitta contro il Messico, un pareggio con il Nicaragua e una vittoria contro le Antille Olandesi, la Vinotinto passò al secondo turno grazie alla differenza reti.

Tra gli episodi memorabili, spicca la semifinale contro Cuba: giocata davanti a un pubblico ostile e a Fidel Castro in tribuna, la squadra vinse grazie a un gol spettacolare su punizione di Douglas Cedeño.

La tensione fu altissima, ma il gruppo dimostrò coraggio e compattezza. Anche le difficoltà personali non mancarono: Cheché Vidal fu espulso ingiustamente in una fase a gironi e Iker Zubizarreta subì uno stiramento prima della finale, ma la squadra riuscì a reagire e a mantenere la concentrazione.

Un momento curioso raccontato da Carlos Betancourt riguarda la sua rete quasi “miracolosa” contro le Antille Olandesi: un cross mal calibrato, spinto dal vento, finì in porta, strappando risate e applausi a compagni e allenatore. Episodi simili, tra ironia e improvvisazione, dimostrarono come il gruppo sapesse trasformare ogni difficoltà in motivazione.

Il match decisivo si giocò contro il Messico, squadra già affrontata nella fase a gironi e considerata favorita. Nonostante le assenze di giocatori chiave e il clima di tensione, la Vinotinto dimostrò maturità tattica e forza collettiva. L’unico gol della partita, realizzato da Bernardo Añor su assist di Cherry Gamboa, sancì la vittoria storica e la conquista dell’oro.

I festeggiamenti furono intensi, tra abbracci, sorrisi e la consapevolezza di aver compiuto un’impresa senza precedenti. Tuttavia, al ritorno in Venezuela, l’accoglienza fu fredda: nessun rappresentante della Federazione di calcio li attendeva all’aeroporto di Maiquetía. Il gruppo reagì con orgoglio, rafforzando il legame tra i giocatori e l’orgoglio interno per aver scritto la storia.

Oltre alle vittorie sul campo, i protagonisti ricordano aneddoti pieni di umanità e ironia: dagli scherzi di Douglas Cedeño con Fidel Castro agli episodi comici del controllo antidoping dopo la semifinale, fino alla convivenza nel villaggio degli atleti, tra musica di Óscar D’León, amicizie e momenti di leggerezza.

Per tutti loro, Cuba 1982 rappresenta più di una medaglia: è la testimonianza di cosa può raggiungere il calcio venezuelano quando talento, disciplina e unità vanno nella stessa direzione.
Un messaggio di coraggio e resilienza che continua a ispirare le nuove generazioni di calciatori.
Mario Bocchio
