
Come il Defensor Sporting ruppe il monopolio di Nacional e Peñarol in piena dittatura uruguaiana
Durante la dittatura uruguaiana, il Defensor Sporting di Montevideo compì un atto di ribellione che ancora oggi resta indelebile nella memoria del paese. Con una rosa piena di militanti di sinistra e accompagnati dalle canzoni di Alfredo Zitarrosa, “El Violeta” conquistò il campionato nel 1976, interrompendo un’egemonia durata 44 anni, in cui a vincere erano solo Nacional e Peñarol.

Il Defensor Sporting fu così la prima squadra uruguaiana a spezzare il duopolio dei grandi club della capitale. In un periodo di repressione politica, riuscì a vincere e a scrivere una pagina storica del calcio uruguaiano.
Dal 1932, anno in cui il calcio uruguaiano si professionalizzò, i campionati di prima divisione erano stati appannaggio esclusivo dei due giganti della città. Ma ogni monopolio è fatto per essere rotto, e nel 1976 il “verdugo dei grandi” apparve dal nulla, vestito di viola, pronto a prendersi il titolo davanti agli occhi increduli dei rivali.

Dietro questa impresa c’era Jorge Ricardo De León, allenatore della squadra. Durante la preparazione precampionato, si concentrò non solo sulla quella fisica, ma soprattutto su quella mentale, convincendo i giocatori che fosse possibile rompere 44 anni di egemonia. “Se ci credete… possiamo farcela”, ripeteva senza sosta, fino a imprimere la convinzione nei suoi uomini.

Al termine della partita tra Nacional e Defensor Sporting, conclusasi 2-2, il giovane Julio Filippini lasciò una frase destinata a diventare memorabile. Al suo debutto, Filippini aveva subito un rigore che portò al primo gol e realizzato il secondo. Intervistato da Víctor Hugo Morales, giornalista che aveva seguito tutta la stagione, dichiarò a chi dedicava la rete: “A mio fratello e ai compagni del Penale di Libertad”. Suo fratello era prigioniero politico per la militanza nel Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros.



Fotogrammi dello storico traguardo del 1976
Quella frase non piacque al regime, e la carriera di Filippini si bloccò bruscamente. Morales, che dichiarò di condividere il saluto, ricevette un avvertimento dai militari, espresso in codice calcistico: “Lei capirà: cartellino giallo”. Questo episodio fu tra i primi motivi che spinsero il giornalista a lasciare l’Uruguay e trasferirsi in Argentina.

Gran parte del roster del 1976 aveva convinzioni politiche di sinistra o comuniste, con membri affiliati a diversi partiti. Anche l’allenatore era iscritto al PCU (Partito Comunista dell’Uruguay).
“Durante il riscaldamento cantavamo canzoni rivoluzionarie cilene e anche di Alfredo Zitarrosa”, racconta Pedro Graffigna, al quale fu trovata una tessera della CNT (Convenzione Nazionale dei Lavoratori) e che in Cile partecipò a movimenti comunisti, venendo tenuto sotto osservazione dai servizi segreti uruguaiani.
Ripercorrendo quella stagione, emerge chiaramente l’impegno politico dei giocatori. Il celebre “Se ci credete… possiamo farcela” era più di uno slogan motivazionale: rappresentava una sfida in campo e fuori, l’obiettivo di abbattere l’egemonia dei grandi e di scrivere una pagina nuova nella storia del calcio uruguaiano.
Mario Bocchio
