
La Sampdoria di Paolo Mantovani e lo scudetto che sembrava un sogno, poi divenne destino
C’erano primavere, in Italia, in cui la luce sembrava ancora saper promettere qualcosa. La stagione 1990-’91 fu una di quelle: un anno in cui il mare di Genova portava odore di sale e di speranza, e in cui una squadra con la maglia blucerchiata finì per scrivere una delle fiabe più sorprendenti della storia del calcio. Non fu soltanto un campionato: fu un atto di fede, e un gesto d’amore. Fu, soprattutto, l’opera più luminosa di un presidente visionario e silenzioso, Paolo Mantovani, che aveva sognato la Sampdoria grande quando nessuno osava immaginarla.

La città, allora, si svegliava presto. I portuali iniziavano la loro danza di gru e container, e i tifosi blucerchiati, prima di andare al lavoro, sbirciavano sui giornali il nome dei loro eroi: Vialli e Mancini, la coppia di amici diventati leggenda; Toninho Cerezo, che camminava in campo come un poeta brasiliano; Lombardo, che pareva correre anche quando dormiva; Vierchowod, un difensore di granito, e Pagliuca, che nel 1991 sembrava toccare ogni pallone come se avesse mani più grandi del cielo di Marassi.

La Sampdoria di Mantovani arrivò allo scudetto come certe mareggiate improvvise: la vedi da lontano, sembra impossibile, poi ti rendi conto che ti sta venendo incontro davvero. Non era partita come favorita. C’erano il Milan degli immortali, l’Inter che ancora respirava l’aria del record, la Juve che non era mai soltanto un dettaglio. Ma quella Samp aveva qualcosa che le altre non avevano: una leggerezza feroce. Giocava come chi non ha nulla da perdere ma molto da regalare.

La stagione prese slancio a gennaio, quando gli uomini di Boškov – filosofo serbo, sorriso obliquo, frasi che diventavano proverbi – iniziarono a vincere con una continuità quasi ostinata. Ogni domenica Marassi si riempiva come un teatro d’opera, e Mantovani seguiva la squadra con la discrezione di un direttore d’orchestra che conosce ogni nota. Non alzava la voce. Non cercava riflettori. Aveva costruito tutto con pazienza: investimenti intelligenti, fiducia alla gente giusta, un modo di vivere il club come un luogo di comunità e non come un’azienda.
Il 19 maggio 1991 Genova si fermò. La Sampdoria vinse con il Lecce, con gol di Cerezo, Mannini e Vialli, e il sogno divenne finalmente una frase semplice: Campioni d’Italia. La gente uscì nelle strade, i motorini ricamarono bandiere d’acqua e di vento, il porto suonò le sue sirene come se salutasse una nave che tornava dalla circumnavigazione del mondo. Mantovani sorrise appena, circondato dai suoi giocatori. Disse poche parole, come sempre. Sembrava quasi che quello scudetto non fosse una vittoria, ma un regalo che la vita aveva voluto fare a lui, e che lui – per contrappasso -aveva fatto alla città.
Quella Samp divenne un ricordo luminoso, un punto di riferimento, un modello di come si possa vincere senza prepotenza, con eleganza e umanità. Un lampo irripetibile. Da allora, ogni tifoso blucerchiato lo sa: certe magie capitano una volta sola, e proprio per questo restano eterne.
Perché lo scudetto del 1991 non fu il trionfo di una squadra: fu il coronamento di un sogno collettivo, cucito dalla mano paterna di Paolo Mantovani. E Genova, quell’anno, imparò che anche il mare può sorridere.
Mario Bocchio
