
Da una prova con il Boca Juniors e una cena con Maradona all’emarginazione in patria e a una fine tragica: la storia del calciatore che voleva unire due mondi divisi dalla guerra
Le guerre lasciano cicatrici non solo su chi combatte, ma anche su chi nasce dopo. È il caso di Martyn Gilson-Clarke, un ragazzo inglese cresciuto nelle Isole Malvinas, che sognava di giocare nella Bombonera con la maglia del Boca Juniors.

Nato nel 1980 a Plymouth, ma cresciuto a Puerto Argentino, Martyn era figlio di un veterano britannico della guerra del 1982 e di una donna che gestiva un pub sull’isola. Giocava nel Globe Tavern, una delle squadre locali, e sognava di diventare calciatore professionista.

Nel 1999, grazie al linguista Esteban Cichello Hübner – lo stesso che aveva invitato Maradona all’Università di Oxford – Martyn ottenne un provino con il Boca. La notizia fece scalpore: un ragazzo delle Falkland che si allenava in Casa Amarilla sotto lo sguardo di Carlos Bianchi, in un Paese ancora segnato dal conflitto.

Clarke si paragonava a Martín Palermo: “Non sono bravo come lui, ma sono forte e gioco bene di testa”, disse ai giornalisti, aggiungendo di “sognare ogni giorno di giocare alla Bombonera”. Una lesione muscolare, però, mise fine al suo sogno.



Martyn Clarke e il suo primo allenamento con il Boca. Fece una rovesciata e visse un’esperienza indimenticabile.
Rimasto affascinato dall’Argentina, conobbe Maradona, che lo invitò a cena e gli prestò il telefono per parlare con la madre rimasta nelle isole. Ma al ritorno a casa, Martyn trovò solo diffidenza: fu accusato di aver partecipato a una “campagna di propaganda argentina” e perfino i suoi compagni di squadra lo chiamarono “traditore”.

Dopo brevi esperienze calcistiche negli Stati Uniti e nelle serie minori inglesi, Clarke tornò a rappresentare le Malvinas nei Giochi delle Isole, segnando anche alcuni gol. Ma la ferita interiore non si rimarginò mai.

Il 22 dicembre 2022, a 42 anni, Martyn Clarke si tolse la vita nelle sue isole. Poco prima, aveva promesso a un giornalista argentino di voler raccontare “tutta la verità” sulla sua storia, un racconto che non arrivò mai.
Durante la “Copa Harry Ford” di fine anno, a Puerto Argentino, si osservò un minuto di silenzio in sua memoria. Sulla sabbia fredda dell’Atlantico del Sud, la sua famiglia scrisse il suo nome, lasciando che le onde portassero via per sempre il sogno di un ragazzo che aveva provato a unire due popoli con un pallone.
Mario Bocchio
