Bettino, il presidente invisibile del Toro
Ago 28, 2025

Dal dolore di Superga al sogno spezzato di Amsterdam: la fede granata di Craxi e il suo ruolo nascosto nella storia del club

Valentino Mazzola, il capitano che trasformò il calcio italiano in leggenda, amava definirsi un lavoratore: il pallone, diceva, non è divertimento frivolo ma impegno, sacrificio, disciplina. “Meglio sudare che oziare: l’ozio uccide la passione”. È un motto semplice, popolare, che un ragazzino milanese negli anni Quaranta imparò ad amare ascoltando la radio su una sedia di legno. Quel bambino si chiamava Benedetto Craxi, per tutti Bettino.

Craxi a “San Siro” insieme al presidente del Toro Gian Mauro Borsano, e a Silvio Berlusconi, padrone del Milan



Il 4 maggio 1949, quando l’aereo del Grande Torino si schiantò contro la collina di Superga, fu il padre a dargli la notizia. Per Craxi, allora tredicenne, fu il primo dolore vero della vita. Non una semplice tragedia sportiva, ma una ferita intima: la sensazione che il destino potesse cancellare in un istante i miti a cui si aggrappano i giovani. Da quel giorno il legame con la parte operaia e popolare di Torino divenne indissolubile. Craxi, socialista in formazione, scelse il Toro come simbolo di una fede che non tradì mai.

Craxi insieme all’allora calciatore granata Beppe Dossena. Siamo nel 1983



Negli anni Settanta, quando ormai era segretario del PSI, Craxi rivisse la gioia di tifoso. Il 16 maggio 1976 il Torino di Gigi Radice, con Pulici e Graziani, Sala e Zaccarelli, conquistò lo scudetto dopo trent’anni. Un trionfo che ebbe il sapore della rivalsa sociale: il club operaio che superava la Juventus degli Agnelli, i “padroni” della città. Craxi era in tribuna, accanto al presidente Orfeo Pianelli, ad applaudire la rete decisiva di Pulici. Quel giorno il calcio e la politica sembravano coincidere: il popolo che vinceva sul potere.

Ma la parabola del Toro non durò a lungo. Negli anni Ottanta la squadra precipitò in crisi, fino alla retrocessione del 1989. Fu allora che Craxi, ormai presidente del Consiglio e uomo fortissimo nelle istituzioni, scelse di muoversi nell’ombra. Non compariva ufficialmente, ma le sue mani guidavano molte decisioni cruciali. Fu lui a spingere l’amico Gian Mauro Borsano a prendere la presidenza, ricompensandolo poi con un seggio in Parlamento. Fu lui a consigliare la scelta di Emiliano Mondonico come allenatore, un tecnico in grado di parlare al cuore del popolo granata. Fu lui a caldeggiare l’arrivo di Carlos Aguilera, l’uruguaiano che aveva incantato a Genova. Il presidente-ombra, così lo ricordano i testimoni: Craxi non firmava i contratti, ma ne decideva l’orientamento.

Bettino in versione calciatore


La sua influenza emerse in modo chiaro con il ritorno del Toro in Serie A e la straordinaria cavalcata europea del 1991-’92. La squadra di Mondonico arrivò fino alla finale di Coppa UEFA, contro l’Ajax di van Gaal e Bergkamp, proprio la squadra che Bettino aveva sempre indicato come modello. Al Delle Alpi finì 2-2, ad Amsterdam fu una battaglia di cuore e orgoglio. Ma il sogno si infranse su un rigore netto negato a Cravero e sulla celebre protesta di Mondonico, che alzò al cielo una sedia in segno di sfida. Un gesto che diventò icona: il grido del calcio contro il potere che decide altrove.

Per Craxi quella finale ebbe il sapore di un destino parallelo. Poco dopo sarebbe esplosa Tangentopoli, con la magistratura a travolgere la sua carriera politica. Il sogno granata interrotto ad Amsterdam si specchiava nel suo sogno politico spezzato a Milano. Anche lì, la partita era stata decisa da altri.

Una fase di gioco della rocambolesca finale di Coppa UEFA ad Amsterdam



Negli anni dell’esilio ad Hammamet, ormai lontano da tutto, Bettino custodiva ancora i suoi ricordi granata. Non poteva più sedersi in Maratona, ma continuava a parlare di Mazzola e Radice, di Pulici e Graziani, di quella notte maledetta in Olanda. Con il nipote calciava ancora qualche pallone, cercando nel gioco la leggerezza perduta.

Il Craxi politico resterà per sempre figura controversa, divisiva, segnata da processi e potere. Ma il Craxi tifoso del Torino, fedele fino alla fine, racconta un’altra storia: quella di un uomo che, dietro la corazza del leader, conservava la ferita di un ragazzo del ’49 che non aveva mai smesso di sognare il Grande Torino.

Mario Bocchio

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