
Il direttore sportivo emiliano, per quindici anni al fianco di Mantovani, fu l’artefice del ciclo che portò a Genova scudetto, Coppa delle Coppe e finale di Champions. Da lui arrivarono Vialli e Mancini, la coppia che rese immortale la maglia blucerchiata.
A pochi mesi dalla scomparsa di Vujadin Boškov, nel 2014, la Sampdoria aveva perso un altro pezzo della sua leggenda: se n’era andato anche Paolo Borea, il direttore sportivo che tra il 1982 e il 1997 scrisse alcune delle pagine più belle della storia blucerchiata.

Ferrarese di nascita ma modenese d’adozione, Borea era conosciuto come “il Dottore”, per i suoi modi eleganti e il parlare pacato, inconfondibile con quel marcato accento emiliano. Dietro lo stile sobrio, però, c’era un dirigente moderno e visionario, capace di scovare talenti e di costruire rapporti di fiducia totali con i presidenti. Alla Sampdoria fu l’uomo di riferimento di Paolo Mantovani, che si affidava al suo giudizio senza esitazioni. Insieme gettarono le basi della squadra che avrebbe cambiato il calcio genovese e scritto una favola irripetibile.

Il suo capolavoro porta due nomi che ancora oggi fanno vibrare i tifosi: Roberto Mancini e Gianluca Vialli. Il primo arrivò dalla Bologna ferita dalla retrocessione nel 1982, il secondo due anni più tardi dalla Cremonese. Vialli fu seguito con attenzione da Borea e dal suo amico e collaboratore modenese Roberto Frigieri. “Paolo mi portò più volte a Cremona – ha raccontato Frigieri – e già allora immaginava quel ragazzo in coppia con Mancini. Quella intuizione cambiò la storia della Sampdoria e forse dell’intero calcio italiano”. Una trattativa senza clamori e senza spese folli, ma destinata a incidere per sempre: il binomio Mancini-Vialli divenne la coppia dei “Gemelli del gol”, simbolo di un’epoca.

Con loro e con Boskov in panchina, la Samp di Borea e Mantovani conquistò la Coppa delle Coppe nel 1990, lo scudetto nel 1991 e sfiorò la gloria europea a Wembley nel 1992, quando solo una punizione di Ronald Koeman spezzò il sogno della Champions. Anni di gloria che Borea visse con discrezione: spesso, come ricordano gli amici, nei giorni delle partite preferiva rimanere a casa per la tensione, lasciando che fosse il campo a parlare.

La sua carriera, iniziata alla Spal e passata anche per Bologna, Ternana e Modena, trovò a Genova la consacrazione. Non solo acquisti di valore, ma anche cessioni oculate: fu lui, ad esempio, a gestire il trasferimento di Vialli alla Juventus e, ai tempi del Parma, la vendita di Ancelotti alla Roma. Operazioni che confermarono la sua fama di dirigente abile, concreto, sempre un passo avanti.
Il ricordo più toccante lo scrisse la stessa Sampdoria: “Facile immaginarlo già lassù, accanto a Mantovani e a Boskov, a parlare di Sampdoria, la squadra prediletta. Paolo Borea ci sarà di sicuro, con il suo eloquio pacato e forbito, addolcito dall’accento modenese”. Parole che restituiscono la misura dell’uomo, oltre che del dirigente.
Paolo Borea ha lasciato un’eredità sportiva e umana che a Genova nessuno dimenticherà. Senza il suo lavoro silenzioso e determinato, quella Sampdoria – la Sampdoria d’oro – forse non sarebbe mai esistita.
Mario Bocchio