Eddie Hapgood: il capitano che si oppose al saluto nazista
Apr 2, 2025

Nel turbinio degli eventi che segnarono l’ascesa del nazismo in Europa, uno degli atti più silenziosi ma profondi di resistenza avvenne in un contesto ben lontano dalle battaglie campali e dai grandi conflitti politici: sul campo di calcio. Il protagonista di questa straordinaria storia di coraggio e integrità fu Eddie Hapgood, un uomo che, durante una visita della nazionale inglese in Germania nel 1938, rifiutò di compiere il saluto nazista in segno di obbedienza a un regime che stava minacciando il mondo intero.

Eddie Hapgood e i trionfi nell’Arsenal

La Seconda Guerra Mondiale non era ancora esplosa, ma la politica mondiale era in fermento, e il nazismo si stava diffondendo come una malattia che infettava non solo la Germania, ma anche i paesi vicini. In un contesto del genere, l’ambito sportivo, in particolare il calcio, era diventato un terreno di scontro ideologico. La Germania nazista, che stava cercando di legittimare il suo regime attraverso la propaganda, si serviva anche degli eventi sportivi come vetrine di potere e autorità. Ma in quella Germania del 1938, uno dei più grandi giocatori e leader di calcio inglesi prese una posizione che rimase nella storia, andando ben oltre la partita in sé.

Era il 14 maggio 1938 quando la nazionale inglese di calcio si recò a Berlino per un’amichevole contro la Germania. All’epoca, il calcio non era solo uno sport, ma un vero e proprio palcoscenico politico. La Germania di Hitler aveva messo in atto una macchina di propaganda che sfruttava ogni evento internazionale per dimostrare al mondo la potenza e la superiorità del regime. Durante le cerimonie ufficiali, il saluto nazista era diventato un simbolo indiscusso di obbedienza, e tutti i partecipanti erano tenuti a eseguirlo. Così, al momento degli inni nazionali, i giocatori delle due squadre si radunarono davanti ai tedeschi, pronti a salutare il pubblico.

Il primo ad uscire dallo spogliatoio dei “Gunners”

Ma non tutti i giocatori furono disposti a piegarsi alla volontà di Hitler. Eddie Hapgood, capitano della nazionale inglese, rifiutò di alzare il braccio e compiere quel gesto che rappresentava l’adesione a una ideologia sanguinaria e totalitaria. La sua decisione non fu impulsiva né frutto di un calcolo politico, ma una reazione naturale di disprezzo per ciò che il saluto nazista rappresentava. Il capitano inglese, a differenza dei suoi compagni di squadra, si mantenne fermo nella sua dignità, consapevole del rischio che stava correndo.

Eddie Hapgood nell’Inghilterra

Non era solo una questione di calcio, ma di umanità, e questo Hapgood lo capì perfettamente. Per il regime nazista, il saluto non era solo una formalità; era un atto che sanciva la sottomissione a un sistema di terrore, violenza e oppressione. Eppure, per Hapgood, l’idea di dare il suo appoggio, anche simbolico, a quella macchina infernale era inaccettabile.

Prima della sfida contro la Germania a “White Hart Lane”, che suscitò innumerevoli polemiche in Inghilterra

La reazione di Eddie Hapgood non fu immediatamente compresa da tutti. La sua resistenza al saluto nazista non suscitò un’immediata ondata di celebrazione, e anzi, fu un atto che potrebbe sembrare ininfluente se osservato da una prospettiva puramente calcistica. Ma il gesto di Hapgood rappresentava molto più di una semplice protesta contro un rito sportivo: era un atto di sfida contro l’intimidazione politica di uno dei regimi più brutali della storia.

L’episodio avvenne in un contesto che rendeva il gesto ancora più significativo. Nel 1938, l’Europa era sull’orlo di una catastrofe mondiale, e le minacce di Hitler non erano solo ideologiche, ma stava anche invadendo fisicamente i paesi vicini. La Germania aveva recentemente annesso l’Austria (l’Anschluss), e l’invasione della Cecoslovacchia era dietro l’angolo. Era un momento in cui il mondo, in gran parte, stava ancora cercando di comprendere la gravità della situazione. In questo scenario di crescente oppressione, la partita di calcio rappresentava uno dei pochi momenti in cui persone provenienti da paesi diversi si trovavano fianco a fianco, lontano dalle tensioni geopolitiche, ma anche in un periodo in cui, a volte, anche i piccoli gesti potevano avere implicazioni enormi.

Eppure, Eddie Hapgood, difensore dell’Arsenal, non era un uomo che cercava la gloria, né tantomeno voleva essere messo su un piedistallo per il suo gesto. Anzi, la sua reazione fu molto più semplice e genuina: si trattava di una questione di principi morali, di non piegarsi di fronte a una forza che voleva manipolare l’umanità. “Non mi sembrava giusto fare quel gesto”, dichiarò anni dopo, sottolineando che non si sentiva libero di abbracciare un simile atto di sottomissione. Non si trattava di una questione di politica, ma di un atto elementare di rifiuto di un’ideologia che diffondeva morte e discriminazione.

Le ferite ricucite dopo una battaglia in campo

La scelta di Hapgood non fu un atto di grande ribellione pubblica, ma di una resistenza silenziosa, intima e solitaria, che scatenò una serie di reazioni. Mentre alcuni dei suoi compagni inglesi si allinearono senza protestare, il suo gesto divenne simbolico per molti, sebbene fosse stato in gran parte ignorato dai media del tempo. La macchina propagandistica nazista non poté fare altro che minimizzare l’accaduto, ma il gesto del capitano inglese non passò inosservato.

La reazione in Gran Bretagna fu diversa: molti lo lodarono per il suo coraggio, e anche se la stampa internazionale non esaltò l’episodio come avrebbe dovuto, i contemporanei riconobbero il valore morale di quel rifiuto. Eddie Hapgood, infatti, non aveva solo rifiutato di fare il saluto nazista: aveva fatto qualcosa di molto più grande. In un’epoca in cui la paura dilagava, in cui la tentazione di adattarsi alla corrente di un mondo che stava precipitando nel totalitarismo era forte, il capitano inglese aveva preso una posizione chiara e limpida contro l’oppressione. Era l’atto di un uomo che non avrebbe mai permesso che i suoi principi venissero violati, nemmeno per un momento di convenienza politica.

La carriera calcistica di Eddie Hapgood era già nota per la sua bravura e il suo carattere forte, ma il suo gesto al di fuori del campo gli conferì una statura che andava ben oltre lo sport. Nato nel 1908 a Bristol, Hapgood era un difensore dallo stile impeccabile, noto per la sua leadership, il suo gioco aereo e la sua abilità nel marcare gli avversari. Capitano dell’Arsenal per molti anni, non solo conquistò numerosi trofei con il club, ma divenne anche il capitano della nazionale inglese, portando la squadra a diverse vittorie.

Tuttavia, non fu solo la sua abilità tecnica a definirlo. La sua reputazione come capitano si basava anche sul suo comportamento esemplare fuori dal campo. Durante il suo periodo alla guida della squadra, Hapgood dimostrò di essere un uomo di grande equilibrio, capace di gestire le pressioni e i conflitti con saggezza. La sua leadership non derivava solo dalla sua posizione, ma dalla sua capacità di guadagnarsi il rispetto e la fiducia dei suoi compagni.

La sua carriera calcistica si concluse nel 1944, ma il suo legame con il calcio e la sua figura di capitano rimasero saldi nella memoria di chi lo aveva visto giocare. La sua scelta di rifiutare il saluto nazista non solo ne rinforzò la reputazione come uomo, ma lo rese simbolo di resistenza e di moralità in un periodo che mise a dura prova la dignità e il coraggio di milioni di persone in tutto il mondo.

Il non saluto, in Inghilterra, fu anche una risposta indiretta alle polemiche che nel 1935 fecero seguito alla partita che la Germania giocò a White Hart Lane, lo stadio del Tottenham, il club londinese molto popolare tra la comunità ebraica. I tedeschi fecero ovviamente il saluto nazista. E in Inghilterra andava emergendo il partito filonazista di Oswald Mosley.

Mario Bocchio

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