Capitano per sempre
Dic 29, 2023

Aveva la faccia un po’ così, quell’espressione di chi è nato a Genova. Quella Genova di Bruno Lauzi e Paolo Conte, che è un’idea come un’altra, ma si attacca ai cuori randagi. Cuori che il 24 maggio 2001 si fermano per un’emozione che non ha voce. Il capitano dei capitani, Gianluca Signorini, intrappolato dalla SLA su una sedia a rotelle, è costretto a parlare con gli occhi sotto la sua Curva Nord che canta «Signorini alé, alé» come nelle sere di coppa del 1992, come contro il Liverpool accolto a Marassi da uno striscione lungo tutta la gradinata, “We are Genoa”.

Quel giorno di maggio del 2001 il Clan dei Grifoni ha organizzato una partita speciale, le vecchie glorie del Genoa contro quelle di Parma e Roma, le sue squadre simbolo, per raccogliere fondi in favore della ricerca. Signorini, con la dignità dei combattenti e la commozione delle bandiere, parla con la voce flebile della figlia Benedetta. «Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi tifosi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi, magari felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata».

Nella Cavese

 Signorini è il Genoa, in quegli anni. Gioca oltre duecento partite in rossoblù, con quella maglia numero 6 che nessuno può più indossare se non come omaggio sugli spalti. Ha iniziato a Pisa, dove è nato all’alba della primavera del 1960, ma cambia presto orizzonti: Pietrasanta, Prato, Livorno, Ternana, Cava de’ Tirreni.

E qui avviene il primo dei tre incontri decisivi che lo trasformano nell’anello di congiunzione tra Gaetano Scirea e Franco Baresi. A metà della stagione 1984-‘85 la Cavese chiama Corrado Viciani, l’inventore della zona corta, che trasformò la Ternana nella più fedele trasposizione del calcio totale olandese mai vista in Italia. Viciani lo ripesca dalla panchina e ne fa il leader della squadra che a fine campionato si salva.

Nel Genoa con Franco Scoglio

Mette gli occhi su di lui Arrigo Sacchi, che rivoluziona il Parma in due anni. Con Signorini, i gialloblù tornano in Serie B e per due volte vincono a San Siro contro il Milan in Coppa Italia. Leggenda vuole che Sacchi, una volta al Milan, abbia costretto Baresi a vedere le videocassette del Parma per studiare Signorini. Ma Carlo Ancelotti, nella sua autobiografia “Preferisco la coppa”, ha smentito. La sua ossessione, ha rivelato, è il Bologna di Maifredi.

Signorini diventa uno dei migliori interpreti del ruolo di libero nelle difese a zona, e non a caso va alla Roma di Nils Liedholm, formalmente direttore tecnico, che per primo ha portato la zona in Italia e lo fa debuttare in Serie A.

Ma l’ambientamento non è facile, la crisi di Collovati, che sarà suo compagno di squadra anche al Genoa, non lo aiuta e la tifoseria non si convince mai del tutto delle sue doti. Gioca comunque 29 partite nella stagione 1987-‘88. Intanto, alla prima giornata della stagione successiva, il Genoa pareggia a Cosenza.

Ormai ammalato e quella serata specialed a “Marassi”

Non è una partita memorabile, ma quello che succede dopo lo sarà. Franco Scoglio, il Professore appena arrivato in panchina, cambia verso rispetto al passato: via i dogmi del calcio all’italiana, dentro un’idea di “zona sporca”, un ibrido che si ispira anche agli schemi del basket e del rugby. Lo show del Professore spiazza tutti. «Datemi Signorini e andiamo in A con 50 punti» dice. Il presidente Spinelli si fida, Scoglio lo rende il leader indiscusso della squadra. La profezia, però, è sbagliata. Di punti ne faranno 51.

Per sette anni, il Genoa scopre una bandiera, si specchia in quel volto fiero e un po’ scavato che trasforma Marassi in un’oasi d’orgoglio e speranza. «In una città immobile come Genova, ti viene voglia di fuggire incontro al mondo, per inventarti una dimensione esclusivamente tua» diceva Gino Paoli. Quella dimensione, il Genoa la trova nell’era Bagnoli, quando diventa la prima squadra italiana a vincere ad Anfield nel 1992, l’anno in cui la città recupera il contatto col mare e l’unione col porto.

È lui, Signorini, a sbloccare di testa il derby contro la Sampdoria campione d’Italia di Vialli e Mancini. Quando i toni si scaldano e i risultati non arrivano, si schiera dalla parte dei tifosi, come il Pasolini che si schierò con i poliziotti, perché sono loro a pagare il biglietto. È lui a correre sotto la Nord, nella balorda ultima stagione in rossoblù segnata dalla morte di Vincenzo Spagnolo prima di Genoa-Milan, dopo l’ultima giornata a cullare la speranza di salvezza in vista dello spareggio contro il Padova, che sarà la sua ultima partita al Genoa. L’anno di Kazu Miura, che potenzia e non poco le casse del club, coincide però con la retrocessione e la delusione più insopportabile della sua carriera.

L’ultima corsa, però, è nel suo Pisa, intanto fallito e scivolato nei dilettanti. Nel quartiere Mirafiori di Torino, il cuore dell’Italia industriale, i merazzurri sfidano il Nizza Millefonti. Signorini segna di testa, si lascia abbracciare dai 500 tifosi arrivati da Pisa che si godono la vittoria. Con loro, una settimana dopo, festeggia la promozione nella sua ultima partita. Là dove tutto era iniziato.

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