Una partita di calcio? No, una guerriglia vera e propria
Nov 11, 2022

Al termine di una partita incredibile, gravemente condizionata dalla conduzione arbitrale e dalla scorrettezza in campo dei cileni padroni di casa, finiva l’avventura della Nazionale nella Coppa del Mondo.

Il 2 giugno nell’immaginario collettivo calcistico nostrano porta alla memoria ricordi davvero amari, facendoci fare un salto indietro di ben 60 anni. Siamo nel 1962, il mondo del calcio ha gli occhi puntati sul Cile dove si sta disputando la settima edizione del Campionato del Mondo. La nostra spedizione – come racconta il Guerin Sportivo – guidata da Paolo Mazza e Giovanni Ferrari, parte con i migliori pronostici: la squadra è davvero forte, può contare su campioni del calibro di Maldini, Sivori, Altafini e Menichelli, e all’arrivo viene accolta dal tripudio dei tanti immigrati di seconda generazione che popolano il Paese sudamericano.

Omar Sivori e la vigilia del match

I nostri esordiscono il 31 maggio contro la Germania Ovest e, al termine di una partita combattuta e molto equilibrata, riescono a portare a casa un pareggio a reti bianche. Un risultato buono, ma non ottimo visto quello dell’altra partita del girone dove il Cile padrone di casa e prossimo avversario degli Azzurri batte per 3 a 1 la Svizzera. Il clima intorno alla nostra Nazionale però cambia bruscamente: i giocatori si trovano dall’oggi al domani accerchiati all’interno della caserma dell’ Aviazione, dove sono in ritiro, da una folla di cileni inferociti che urla loro improperi, lancia sassi e altri oggetti contundenti. Il motivo viene presto scoperto: Antonio Ghirelli e Corrado Pizzinelli, rispettivamente sulle colonne del Corriere della Sera e de La Nazione hanno offerto ai propri lettori un dipinto sicuramente realistico, ma forse troppo duro del Paese sudamericano, definito come “il simbolo triste di uno dei Paesi sottosviluppati del mondo e afflitto da tutti i mali possibili: denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria”.

La situazione diventa dura, pericolosa e quasi al limite dell’invivibile in Cile per i nostri ragazzi, l’atmosfera di acredine nei confronti degli italiani viene fomentata da media e stampa locale, che tra le altre cose chiedono a gran voce l’espulsione dal Paese dei due cronisti incriminati. In questo clima più che teso, Mazza e Ferrari iniziano a pensare a un ampissimo turnover, per non rischiare i giocatori più forti in quella che si preannuncia come una partita durissima. A dire il vero la scelta rimane tutt’oggi inspiegabile: quella con il Cile era una partita praticamente da dentro o fuori, in cui saremmo dovuti scendere in campo con la migliore formazione possibile. Molte sono le ombre su questa scelta, infittite anni dopo dai racconti di Sivori e Cesare Maldini, che affermano di aver nitidamente sentito i due commissari tecnici discutere la formazione con alcuni giornalisti la sera prima del match. Della squadra titolare vengono tenuti a riposo Buffon, Losi, Sivori, Rivera e Maldini, la vera e propria ossatura di quel gruppo.

Una vera e propria battaglia sotto lo sguardo dell’arbitro inglese Aston

Il Nacional di Santiago è una bolgia: 66mila cileni urlano e insultano i nostri, che orfani dei loro migliori giocatori e con diversi esordienti in campo, si apprestano a vivere una delle pagine più nere del nostro calcio. Alla conduzione del match c’è il fischietto inglese Ken Aston, uno dei migliori interpreti del ruolo, un innovatore del gioco del calcio, che però si rivela completamente inadatto alla conduzione di gara. Già dai primissimi momenti si capisce che questa partita ha poco a che vedere con il calcio: dopo appena cinque minuti David, Sanchez e Toro si cominciano ad azzuffare prima dell’intervento di Maschio che, non visto da Aston, rifila un pugno in faccia a Sanchez. Appena due minuti dopo Ferrini subisce un calcio da dietro di Landa e scalcia a sua volta con un gesto di reazione: l’azzurro non colpisce l’avversario, ma l’arbitro inglese lo espelle, lasciando i nostri in dieci.

Cile-Italia, le cronache dell’epoca

La decisione di Aston sarebbe di per sé ineccepibile, se non fosse per il fatto che il fischietto britannico ignorerà volutamente tutte le ben più gravi magagne commesse da lì in poi dai padroni di casa. La prima avviene proprio durante il parapiglia dovuto all’espulsione di Ferrini: Sanchez pensa bene di vendicarsi del colpo subito qualche minuto prima, e rifila un pugno in volto a Maschio, rompendogli il naso. Il numero otto azzurro sarà costretto a rimanere in campo palesemente stordito, in un calcio in cui non esistevano le sostituzioni. La partita continua seguendo questo copione, botte da orbi e ogni tanto qualche calcio al pallone, con Ken Aston in palese difficoltà. Uno dei più attivi in campo è Sanchez, che verso la fine del primo tempo si rende protagonista di un duello rusticano con David: subisce fallo e sferra un altro pugno, questa volta ai danni del difensore.

Il fallimento di quel Mondiale riassunto da questa foto

Per Aston è tutto ok, si prosegue tranquillamente. Ovviamente imbestialito, David nell’azione successiva si rende protagonista di un intervento assassino a gamba tesa contro l’esterno cileno: questa volta Aston ci vede benissimo e butta fuori il nostro calciatore, lasciando l’Italia in nove uomini.

I nostri eroici superstiti difendono il risultato con le unghie e con i denti, nonostante la doppia inferiorità numerica, fino a 17 minuti dal termine, quando Ramirez porta in vantaggio i suoi. Il raddoppio arriva a ridosso del termine del match, firmato da Toro: l’avventura dell’Italia ai Mondiali del 1962 termina qui, alla fine di una partita assurda. Anni dopo l’arbitro inglese ammetterà di non aver offerto una conduzione di gara decente, ma si giustificherà dicendo che non era stato chiamato ad arbitrare una partita di calcio, ma una sorta di conflitto militare. Disse inoltre che aveva pensato di interrompere l’incontro, ma desistette temendo una vera e propria sommossa popolare.

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