“Sono romanista, io. Sono veramente romanista”
Ago 26, 2022

Per lo spogliatoio ero Perfettini. Bruno Conti lo chiamava Perfettini, perchè diceva che era precisino, uno ordinato, un pignolo, dentro e fuori dal campo. Stiamo parlando di Domenico Mimmo Maggiora,  piemontese i Quattordio (tra Asti e Alessandria) e ha giocato sei anni nella Roma. Sei anni sono tanti: 127 partite e quell’unico gol al Vicenza di Paolo Rossi. Poi ha lavorato a Torino, nel settore giovanile della Juventus, prendendosi cura soprattutto dei Giovanissimi.

Ma lui è romanista. “Sì, un romanista vero che lavora nella Juventus, e non ho l’anima divisa a metà. Da quindici anni per me Juventus-Roma non è una partita come le altre. E questa forse è diversa più di tante altre, non fosse per Capello, Tancredi, i giocatori che sono arrivati alla Juve quest’estate” disse in un’intervista nel 2004.   Mimmo Maggiora non gira con ciondoli, lupetti o catenelle: il suo ciondolo giallorosso sta nel cuore.

“Che rimpianti che ho… Per me lasciare la Roma è stata la più grossa fesseria della mia vita: è stata colpa mia, volevo guadagnare di più, e invece mi sono perso lo scudetto e tanti altri anni di gloria. Ero serio e umile, facevo il terzino o il mediano, e il mio spazio me lo sarei trovato in qualunque squadra”.

Andò alla Sampdoria nell’estate del 1982, l’anno prima dello scudetto, solo per soldi: raddoppiò l’ingaggio, da 50 a 100 milioni, ma lasciando la Roma ha gettato via tutto quello che viene prima del guadagno. “Perchè vincere uno scudetto a Roma vale dieci volte tanto che in altre città, la gente qui a Torino neanche ci fa più caso quando la Juve vince uno scudetto. È scontato. Io sono romanista perchè ho altri migliaia di ricordi romanisti. Quando penso ad Agostino mi viene la pelle d’oca: abitavamo nello stesso condominio. A volte dopo una sconfitta evitavo di mettere la macchina in garage perchè dovevo passare davanti a dei negozi e rischiavo di prendermi gli insulti dei tifosi: ma fino al mercoledì. Qualunque cosa fosse successa al giovedì eri ridiventato un eroe, la gente ti adorava”.

Ha girato mezza Italia e a tutti raccontava cosa fosse la Roma e Roma: ripeteva ai suoi colleghi, e lo dica ancora, che non si potevano rendere conto di cosa fosse giocare all’Olimpico con 80 mila persone contro l’Ascoli, il Pescara… erano abituati a vederne 20 mila nelle loro città, e loro invece giocavamo veramente con un uomo in più: erano davvero 12 in campo.

In una formazione della Roma nella stagione 1977-’78, all’Olinmpico prima della sfida contro il Torino

Sei anni, ha visto la Roma che valeva zero e il progetto di Viola e Liedholm: per 4 o 5 anni ha vissuto di sacrifici, anche lui ha seminato per quella squadra. “Ho giocato con il più grande giocatore che ho conosciuto, Bruno Conti, uno straordinario atleta e persona meravigliosa. Come lui non ne nascono più. Sono romanista, io. Sono veramente romanista. Ero in campo il giorno del gol di Turone: ci rendemmo subito conto di cosa era successo, di quello che ci avevano tolto. Sono passati tanti anni e  continuo a pensarla nella stessa maniera: ci scipparono uno scudetto”.

Pensate: lui nato e cresciuto nella Juventus, quella sera sarebbe dovuto rimanere con i parenti a Torino, ma era talmente furibondo che non potevo stare lì, a farsi passare davanti i festeggiamenti degli juventini. Laciò i suoi a Torino e se ne tornò con la squadra a Roma in aereo. Sono passati tanti anni e la pensa nella stessa maniera: “quel gol era regolare, avremmo vinto lo scudetto, e oggi non vedo perchè dovrei cambiare idea per il fatto di lavorare nella Juventus. Mi sentirei una merda se dicessi l’inverso. E lo dico anche al dottor Agricola: Roma-Juve? Abbiamo lottato fino in fondo e ho visto cose poco regolari. Cose logiche, non invento niente. Lui storce la bocca. Poi vennero le polemiche di Viola: ma sapete che dicono qui a Torino di Viola? Che poteva essere tranquillamente il presidente della Juve, tanto era bravo. Equilibrato, programmatore, misurato…  sì, litigavano, ma lo stimavano. Ho saputo che Falcão parla bene di me. C’era molto feeling tra me e lui, credo che mi stimasse come uomo. Io lavoravo per lui e lui si sentiva protetto”.

Stagione 1978’-79 a Terni prima della sfida di Coppa Italia. In piedi, da sinistra: Santarini, Di Bartolomei, Denadai, Peccenini, Spinosi, Paolo Conti. Accosciati, da sinistra: Desisti, Boni, Pruzzo, Maggiora e Casaroli
Nella Sampdoria

 

Falcão era intelligente e ti gratificava, in campo ti metteva nelle condizioni di fare una buona figura. Non ti toglieva la palla dai piedi ma si metteva sempre in condizione di ricevere libero, e tu non sbagliavi.

“Stavo in camera con Ancelotti, ma non mi stupisce che Paolo abbia parlato bene di me. Sì, io alla maglia ci credo ancora e non posso non avere la maglia giallorossa: nel mio armadio, nel mio archivio di calciatore ho solo ricordi giallorossi, eppure lavoro per la Juventus perchè sono un professionista. Ma quando apro l’armadio vedo le sei magliette della Roma che mi sono portato via come ricordo, l’Adidas del periodo con De Sisti – che grande giocatore che è stato, anche fuori dal campo – la Pouchain, il ghiacciolo…, ho tutto il completo, quella con la quale ho vinto la Coppa Italia nell’81, è come se non me le fossi mai sfilate”.

Mimmo Maggiora crede ancora nella maglia, non come i calciatori di oggi che quando se la sfilano t’accorgi che non è rimasto niente.

“A me, se guardate bene, sulla pelle m’è rimasto del colore giallorosso. Se si può essere romanisti e juventini nello stesso tempo? Non si può, non si può fare. Specie se sei romanista”.

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