Lo stadio di Ferrara non dimentica mai “Aldro”
Nov 18, 2021

Chi vive la sua curva non muore mai. Continua a viverla da sedici anni, quella Ovest della Spal, Federico Aldrovandi. Tanto è passato da quella fredda mattina del 25 settembre 2005 quando, a causa di un pestaggio da parte di quattro agenti delle forze dell’ordine, venne negato il futuro ad un ragazzo appena diciottenne. Li aveva compiuti da un paio di mesi Federico, studente dell’ I.T.I. Copernico Carpeggiani con la passione per il karate e la Spal. Un amore, quello per la squadra di Ferrara, trasmessogli da papà Lino che fin da piccolo l’aveva vestito con una maglia a righe biancoblù.

Oggi Federico non c’è più ma – come ha scritto Andrea Angelucci su “Il Romanista” – il suo volto, simbolo di amore, lotta e giustizia continua a splendere maestoso nelle curve degli stadi italiani. C’era anche a Roma, quando la Spal era in A, nonostante tutti i tentativi di censura. Nella Capitale i Fedayn, nel prepartita contro l’Atalanta, avevano esposto a Piazza Mancini uno striscione con su scritto: “25 settembre 2005 – 25 settembre 2019: passeranno tanti anni ma non dimenticheremo mai Aldrovandi”. Poi, per tutti i novanta minuti, avevano sorretto sul muretto della Sud lo stendardo raffigurante il volto di Federico cantando il coro: “Federico Aldrovandi, Federico Aldrovandi, Federico Aldrovandi alè”.

2017, un post pubblicato sulla sua pagina Facebook per raccontare al figlio Federico la promozione e il ritorno della Spal in Serie A dopo 49 anni. A scriverla, proprio è Lino Aldrovandi, padre di Federico Aldrovandi, il giovane morto a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. La lettera è intitolata “Cos’ha fatto oggi la Spal papà?” e sormonta una fotografia del figlio da ragazzino con indosso una maglia con i colori biancazzurri

In Emilia-Romagna, invece, la Curva Ovest ha innalzato la coreografia più importante e pregna di significato di sempre (così la definiscono gli stessi tifosi spallini). All’ingresso in campo delle squadre dal settore più caldo del Paolo Mazza si innalza il volto di Federico mentre sullo sfondo cartoncini azzurri e bianchi compongono la scritta: “Aldro vive”. In basso uno striscione : “Per te. Per la tua indomita famiglia. Perché non accada mai più”. Un boato accompagna la scenografia: “Ovunque tu sarai, un coro sentirai, Aldro vive con noi!”.

“Aldro vive”, la coreografia del tifo organizzato estense

“Federico non c’è più. È la cruda realtà che rivedo attraverso un’immagine orribile che mai nessun genitore vorrebbe vedere”. Iniziva così la lettera pubblicata da Lino Aldrovandi il papà, su Facebook assieme alla struggente foto di Federico scattata all’obitorio. “Quell’immagine terribile fummo costretti a renderla pubblica a quei tempi, dall’inerzia di tante cose – ha s ritto Lino – ma poi una piccola strada verso una piccola giustizia si aprì. Una cosa è certa, Federico non morì di malore, ma di ben altro. Fu ucciso senza una ragione. Anche se di ragioni per uccidere non potranno mai essercene”.

Il 18enne è deceduto il 25 settembre 2005. Dopo un lungo processo, quattro agenti sono stati definitivamente condannati a 3 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo. Ma, tra le polemiche, grazie all’indulto hanno scontato sei mesi e sono tornati in servizio

Papà Lino soffre, il dolore è lacerante quando affiorano i ricordi del figlio: “Non c’è più musica e non ci sono più colori nella vita, quando ti viene a mancare l’aria e il profumo del respiro di un figlio. Sia chiaro per tutti che la vittima purtroppo rimarrà Federico dietro quel marmo, in quella tomba, senza mai aver mai fatto del male a nessuno e senza aver mai commesso alcun reato, né in quel momento, né mai”. Quel padre, poi, si appella alla giustizia più severa, la coscienza. Lo fa riferendosi ai colpevoli: “Hanno già scontato la loro pena, così secondo la legge degli uomini, ma sono convinto, anche se è difficile crederlo dopo tutti questi anni di silenzi, che il giudice più severo rimarrà la loro coscienza di uomini e sopratutto di genitori, che in un’alba assurda di una domenica mattina del 2005, non riuscirono ad ascoltare quelle grida di ‘basta e aiuto’ che un ragazzo di 18 anni, solo e disarmato, stava loro proferendo, nel tentativo disperato di farli desistere da quell’azione di morte».

“Per me invece fino alla fine dei miei giorni sarà un ergastolo senza appello – conclude Lino – con la sola speranza che ciò che è accaduto a Federico non accada mai più a nessun figlio”.

Condividi su: