La sua carriera fu rovinata a suo dire da Rummenigge
Nov 12, 2021

“La citazione nel film l’ho sempre vista come una cosa più che positiva, vuol dire che sono riuscito a far parlare di me anche nel mondo del cinema”. Peccato per Ciriaco Sforza, ex centrocampista dell’Inter, che debba la sua popolarità quasi più alla scena girata da Aldo, Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba” che alla sua carriera calcistica. A renderlo indimenticabile, infatti, fu un ciak girato dai tre comici nel loro film cult. Scena: Giacomo viene costretto a passare la notte in ospedale, ma è sprovvisto di pigiama.

Ci pensa Aldo a prestargli il suo, che non è niente meno che una maglietta tarocca dell’Inter col numero 21, ossia Ciriaco Sforza. Giovanni apostrofa Aldo: “Ma dai, pure tu, ma si può andare a dormire con la maglietta di Sforza?”. E Aldo: “Eh, quella di Ronaldo era finita”. E dire che c’erano ben altre aspettative per il figlio di un imbianchino della provincia di Avellino, che emigrò nella Svizzera tedesca in cerca di fortuna.

Nel Bayern Monaco con la Champions League

Lì nacque Ciriaco che iniziò la carriera da professionista con l’Aarau, per poi passare nel 1990 al più blasonato Grasshoppers da perfetto “enfant prodige”, poiché debuttò appena sedicenne diventando il più giovane professionista nella massima serie elvetica: un record, insomma, che divenne per lui il trampolino di lancio verso la Germania.

Il telefono a gettoni sullo sfondo, la maglia tarocca, la camminata strascicata: sembra il neorealismo di Remo Garpelli!


Le sue buone prestazioni gli valsero infatti nel 1993 la chiamata del Kaiserslautern, che sborsò 2 miliardi di lire per ingaggiarlo. In quello stesso anno, infatti, è stato nominato “giocatore svizzero dell’anno”. Nel 1994 arriva addirittura 21° nella lista al Pallone d’oro. Dopo due stagioni, nel 1995, passa nel più prestigioso Bayern Monaco ma non convince e la stagione successiva il Bayern, ingolosito da 6 miliardi di lire, lo cede all’Inter.

Foto di rito prima della finale di Coppa Uefa 1997. L’abbraccio tra Ince e Sforza non è tra i più calorosi

Appena approdato alla Pinetina, Sforza si lancia in dichiarazioni impegnative definendosi più un “Matthaeus” che un “Baggio” e le prime gare sembrano dargli ragione. Prima giornata, l’Inter va a Udine: passano 10 minuti e da un calcio d’angolo Sforza raccoglie il pallone e dopo averlo lasciato rimbalzare una volta scarica un sinistro che s’infila nel sette più lontano. Tre giorni dopo in Uefa contro il Guingamp il bis: Sforza da oltre venti metri fa partire un bolide imparabile, stavolta di destro, che si infila ancora una volta nel sette. Poi, piano piano, il buio. Sforza patisce in mezzo la grande personalità di Paul Ince, con il quale si pesta i piedi.

S… forza Inter

La convivenza forzata con l’inglese e un approccio non dei migliori con la Serie A lo rendono sempre meno importante: troppo lento, d’altronde, per il nostro campionato. Alla fine per lui saranno 26 partite in Serie A, con l’unico gol all’esordio dopo 10 minuti come lampo da ricordare. In estate tornerà al Kaiserslautern e poi ancora al Bayern, dove vincerà anche la Champions League, seppur non giocando la finale e rimanendo ai margini. Colpa di una definizione sprezzante di un altro ex Inter, l’allora vicepresidente bavarese Rummenigge che lo apostrofò come “Stinkstiefel” (letteralmente stivale puzzolente).

Con il maestro Hodgson, da allenatore del Grasshoppers, prima di un’amichevole contro il Liverpool di Zio Roy

Ricorda Sforza: “Una volta Karl-Heinz venne nello spogliatoio del Bayern, diede la mano a tutti, anche a me, ma io fui l’unico che non guardò in faccia. Guardava altrove a allora gli dissi che in situazioni del genere le persone si guardano negli occhi, gli dissi che io ero stato educato in questo modo. Poco dopo mi definì pubblicamente ‘Stinkstiefel’ e venni messo in disparte. Forse era infastidito dal fatto che lo avessi ripreso davanti a tutti ma quella definizione pubblica mi rovinò per sempre la carriera”. Provò da allenatore e dopo le esperienze con il Lucerna e il Wholen – come team manager – eccolo alla guida del Thun, che gli ha concesso anche di disputare la Champions. Poi Wil e Basilea.

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