Il Santos di Pelé è stato una rivoluzione sessantottina, solo qualche anno prima
Ott 23, 2021

Non si può parlare di Pelé. Non si può incensare la sua carriera e le sue gesta come se fosse un giocatore normale. E neanche come se fosse un fuoriclasse normale. Più che un giocatore è stato un pezzo di storia che si è scritto da solo ed è andato a comporre una delle scene più importanti del grande mosaico calcistico. Ha giocato e rivoluzionato in contemporanea, perciò parlare delle sue qualità sarebbe claustrofobico per la sua indefinibile grandezza. Quindi non potendolo dipingere né scolpire, ci si può limitare ad affrescarne qualche contorno per dare un assaggio di ciò che è stato. E cerca di dircelo Federico Roberti su “Numero Diez”. È stato votato Pallone d’Oro del XX secolo e anche nominato “tesoro nazionale del Brasile” dal governo stesso, per legarlo indissolubilmente al suo Paese natale. D’altronde per uno che segna 1281 gol in carriera nessun onore è eccessivo. Pelé ha scritto il calcio e tutto ciò che ha toccato è diventato oro, come Re Mida. O’Rei Mida, verrebbe da dire. Solo con il lieto fine, senza peccare di ingordigia. E per vedere i rigogliosi frutti del suo dominio calcistico e umano basta spulciare negli annali del calcio brasiliano, prima ancora che quelli mondiali. La storia del suo Santos degli anni ’60 e ’70 è destinata a resistere allo scorrere del tempo e a fossilizzarsi nell’eternità. Così che quando in qualsiasi epoca un bambino si chiederà l’origine e la tradizione dello spettacolare calcio brasiliano, passi per il Santos di Pelé e si immerga nell’Oceano in cui ha navigato quella squadra. Perché Pelé, il Santos e la Ginga non hanno tempo.

Il Santos vincitore della Copa Libertadores ’62 

Jean-Paul Sartre è stato uno dei più grandi pensatori della seconda parte del 1900. Filosofo, scrittore, drammaturgo, rivoluzionario e soprattutto un uomo con le idee chiare. E come tutti gli uomini con le idee chiare, suscitava tante luci quante ombre e soprattutto un’indomabile discussione su che genere di uomo fosse. Le parole che avete letto sopra le ha pronunciate in una chiacchierata con Daniel Cohn-Bendit, uno dei protagonisti dell’onta rivoluzionaria del ’68. Le rivoluzioni che hanno sconvolto tutto il mondo in quell’anno hanno riguardato ogni ambito della società allora conosciuta, sradicando antichi principi e ideologie. Ma questo discorso di Sartre può essere riadattato in chiave calcistica. Il Santos, quel Santos, quello di Pelé, ha rivoluzionato il modo di intendere il calcio. Ha segnato un profondo solco tra il calcio prima e quello dopo.

Ha esteso il campo del possibile e anche quello dell’immaginabile, perché dove prima non era nemmeno arrivata la teoria, il Santos ci è arrivato con la pratica. Il loro calcio non si era mai visto prima, ed è andato di pari passo con quello del Brasile, come ovvio che sia, dato che alcuni protagonisti della nazionale brasiliana campione del Mondo nel ’58 in Svezia erano del Santos. Un nuovo modo di fare e di pensare. Un nuovo modo di vedere e di creare che faceva rima con libertà, la stessa che nel 1968 ha spinto il mondo a insorgere. Il Santos di Pelé è stato una rivoluzione sessantottina, solo qualche anno prima.

Una formazione del Santos 1958 con un giovanissimo Pelè

C’è anche un nome che è stato attribuito al modo di giocare di quella squadra – e di conseguenza anche del Brasile: la Ginga. Il significato originale del termine Ginga rimanda al passo base della Capoeira, il ballo-arte marziale brasiliano, ma questa è solo la definizione schematica, l’etichetta. Il senso della Ginga è l’esatto opposto. Ginga non è solo un passo di un ballo e non è nemmeno un modo di giocare a calcio. Innanzitutto è un dono genetico, impossibile da imparare, impensabile da insegnare. È una “fusione panica” come la definirebbe D’Annunzio, è la capacità di mischiarsi con il gioco e diventare il gioco stesso, senza seguire regole né schemi, ma solo seguendo istinto e sentimento. Sembra una danza tribale e può risultare anche difficile da capire per chi guarda dall’esterno e non la vive in modo attivo. È la libertà di esprimere pienamente il proprio essere e di scegliere ogni mossa senza costrizioni. Paradossalmente Ginga vuol dire anche libertà di non usare il proprio cervello per giocare, di non pensare, ma solo di vivere.

Pelé segna il suo gol numero 1000 su calcio di rigore

Ecco perché il Santos di Pelé può esser considerato una rivoluzione del ’68 anticipata. Ha demolito l’idea stessa del calcio dall’interno, semplicemente giocando. Il discorso del Santos e del Brasile di fine anni ’50 inizio ’60 non si può scindere, perché le due squadre sono così legate da camminare di pari passo nel tunnel della storia che si sono costruiti. Non è un caso perciò che il Santos degli invincibili sia combaciato con 3 vittorie dei Mondiali di Calcio della nazionale brasiliana: 1958 in Svezia,  1962 in Cile e 1970 in Messico. Tutte e 3 le volte Pelé è stato protagonista assoluto. Il primo l’ha vinto a 17 anni, segnando un gol dei suoi gol più belli proprio nella finale. L’ultimo l’ha vinto alla sua ultima partecipazione a un campionato mondiale di calcio, e tutta Italia si ricorda bene la sua prestazione in finale contro gli Azzurri.

Ancora oggi in Brasile, specialmente al Santos, quando si parla di quella squadra se ne parla come dei “Os Santasticos”, sigla tra Santos e Fantasticos, un gioco di parole di facile ed efficace comprensione. D’altronde una squadra così non si dimentica facilmente, anzi non si dimentica e basta. Perché il Santos prima dei Santasticos, non era una squadra con una grande tradizione. Aveva vinto solo 2 Campionati Paulista sino al 1955: poi l’avvento di Pelé, l’inizio e l’evoluzione del ‘68 Santista e il cambiamento totale. Sino all’inizio degli anni ’70, sono stati aggiunti 20 trofei alla bacheca. Un decennio dorato e irripetibile.

Pelé piange sul petto di Gilmar

Una squadra di fenomeni, senza mezzi termini, perché quel Santos non ne conosceva di mezze misure. E basta dare un’occhiata ai nomi per capire la ragione di tutti quei successi. In porta c’è stato a lungo Gilmar, portiere titolare del Brasile nel ’58 e nel ’62: è l’unico portiere ad aver vinto due Mondiali. Di lui resterà indimenticabile l’immagine in cui abbraccia Pelé avvolto da lacrime di gioia dopo la finale vinta in Svezia. La Perla Nera aveva 17 anni, lui 10 in più e lo consolava come un padre. E come un padre ha spalancato gli occhi a tutta la popolazione calcistica brasiliana, dando una dignità al ruolo del portiere, che prima di lui non era altro che un decoro. Una personalità travolgente. In difesa invece c’era Mauro Ramos. Di lui basterebbe sapere che il maestro Gianni Brera l’ha eletto come miglior libero della storia del calcio. Ha accumulato oltre 800 presenze in carriera, segnando una volta sola. Ma in quella squadra non c’era bisogno di altri gol, l’attacco ne produceva a sufficienza. Serviva difendere e impostare. E Mauro era l’uomo perfetto. La chiave di volta di quella squadra era Zito, che ha dedicato la sua intera vita al Santos. Di ruolo era centrocampista ma di indole era equilibratore. È stato tutto quello che serviva al Santos per non soffocarsi con le sue stesse mani, per sfruttare l’attacco detonante senza collassare dietro. Il contrappeso ideale alla sconfinata fantasia offensiva. Non creava gioco, non era quello che serviva alla squadra: non lo faceva creare agli altri, ed era questo quello che il Santos necessitava. Spezzava il gioco nemico e affidava il pallone agli altri, tanto c’era l’imbarazzo della scelta davanti. Ma soprattutto è stato il capitano di quella squadra dall’inizio alla fine. Non a caso veniva chiamato “Gerente” , direttore. Dirigeva, equilibrava, univa e faceva sì che ciò che veniva costruito non fosse distrutto. Un leader.

Pelé, Coutinho e Pepe abbracciati.

Là davanti invece c’era la forza della natura messa a disposizione di una squadra. Quel Santos possedeva tutti gli elementi naturali e li gestiva in base alla propria volontà. Terra, aria, fuoco, acqua, estro, classe, dinamismo, concretezza, genio. Una sinfonia che ha reso quella squadra la più prolifica di tutti i tempi: ogni anno sforava la quota dei 100 gol senza tremare. C’era Pelé e già questo basterebbe a giustificare tutto ciò. Ma poi c’era anche Pepe, un’ala sinistra da 450 gol con la maglia del Santos soprannominato “Cañhâo da Vila” Cannone della città – per via del suo tiro di sinistro meteorico. È il secondo miglior marcatore della storia dei Peixe (soprannome del Santos che riprende la mascotte della squadra, una balena). Al terzo posto invece c’è Coutinho, che ha giocato proprio in quegli anni. Immaginate i migliori 3 marcatori della storia di un club in attività tutti insieme al massimo del loro potenziale. Il risultato è una metamorfosi dell’idea del calcio.

Coutinho viene considerato il più grande giocatore del Santos dopo Pelé e detiene ancora il record d’esordio più precoce in prima squadra: 13 anni e 11 mesi. Roba da non crederci. Poi c’era anche Dorval. Spirito libertino dentro e fuori dal campo. Uno senza limiti, confini o regole. Incarnava il carattere della Ginga a tutti gli effetti, anche nei locali notturni brasiliani. Ma tra lui, la stampa e i tifosi c’era una sorta di patto di non belligeranza non scritto: finché le prestazioni in campo erano stellari, la vita extra calcistica non gli sarebbe stata imputata. Indovinate? Nessuno ha mai avuto da ridire. Per Pelé era il “George Best brasiliano”, in tutto e per tutto. Nel campo di calcio come nei locali.

Il trio composto da Mengalvio, Coutinho e Pelè 

E poi ancora Carlos Alberto e Joel Camargo in difesa, Clodoaldo e Mengálvio a centrocampo, Edu in attacco. Tutti con almeno un Mondiale vinto sulle spalle. Ognuna di queste figure meriterebbe un capitolo a sé. Ognuno merita di essere considerato come parte integrante del Santos della Ginga che ha rivoluzionato il calcio. Ora che sono in campo tutte le carte, non è difficile tirare una linea che unisca tutto e che giustifichi i 20 trofei accumulati in un decennio o poco più. 10 Campionati Paulisti; 6 Taça Brasil – il Brasilerao di oggi, il campionato brasiliano per eccellenza – di cui 5 consecutive, record; 2 Copa Libertadores e 2 Coppe Intercontinentali, nel 1962 e 63, nel periodo più fulgido di sempre. Il ’62 è stato l’anno del “Poker” dei quattro trofei vinti senza colpo ferire, senza sbagliare mai. La vittoria in finale di Libertadores contro il Peñarol ha spalancato le porte della Coppa Intercontinentale, uno scontro andata e ritorno tra i vincitori sudamericani e quelli europei della Coppa dei Campioni.

L’avversario era il dominante Benfica di Eusebio, alla seconda partecipazione consecutiva. Una squadra micidiale che all’andata perde di misura contro i brasiliani al Maracanà (non lo stadio del Santos ma il più capiente e leggendario del Brasile, quindi si giocava lì). 3-2 e tutto da decidere all’Estadio da Luz di Lisbona al ritorno. Ma la partita non si gioca davvero. Semplicemente perché Pelè decide di giocare la sua miglior partita di sempre, sfumando ogni altro genere di contorno. Alla fine è 2-5 per i brasiliani, che sono sul tetto del Mondo.

Pelè in azione contro il Boca Juniors 

E ci tornano anche l’anno dopo. Vincono la Libertadores contro il Boca Juniors e si ritrovano a fronteggiare il Milan che ha vinto la prima Coppa dei Campioni della sua storia battendo proprio il Benfica. 4-2 per i rossoneri all’andata in casa, 4-2 per il Santos al ritorno in un mare di polemiche arbitrali.

Si gioca lo spareggio e, ancora tra le polemiche arbitrali, il Santos vince con un gol su rigore. Inutile narrare le gesta eroiche compiute in patria in quel periodo. Era tutto così costante che sembrava diventato normale che il Santos facesse più di 100 gol ogni anno. E forse, a pensarci bene, lo era. Il 1968 in Brasile è arrivato con qualche anno d’anticipo. Se vi state ancora chiedendo il perché, andate a Santos, un comune nello Stato di San Paolo, e chiedete del Santos di Pelé. Vi racconteranno una storia di rivoluzione, di giocatori mostruosi, di un Dio e della Ginga. Ma non è una racconto metafisico o leggendario. È solo che era impossibile battere il Santos di Pelé.

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