La prima generazione d’oro del Belgio
Giu 29, 2021

Una volta c’erano i Diavoli Rossi di Pfaff e di Gerets, Les Diables Rouges che si rivelano proprio in Italia, all’Europeo che apre i ruggenti anni ’80. In realtà, i primi indizi di quel decennio indimenticabile arrivano già alla fine dei Settanta, con le due vittorie in Coppa delle Coppe dell’Anderlecht di Paul Van Himst, che poi batte Bayern Monaco e Liverpool in Supercoppa Europea. Il Belgio – come ha ricordato Alessandro Mastroluca – è inserito nel girone con l’Italia, l’Inghilterra e la Spagna, e sembra candidata a un ruolo tutto sommato da comparsa. Anche perché Van Thys deve fare a meno di Ludo Coeck, fermato da un profondo strappo muscolare, e deve appoggiarsi sui veterani Cool e Van Moer, punti di riferimento di un gruppo giovane, che solo per poco resterà sconosciuto.

Il gol di Ceulemans all’Inghilterra
La difesa belga fa buona guardia e Kevin Keegan non passa

Qualche problema anche per il ct inglese Greenwood, che perde Trevor Francis e teme di dover fare a meno anche di Kevin Keegan per una sospetta lesione al menisco, che in realtà si rivela essere solo uno stiramento. La Spagna arriva all’appuntamento nella bufera, con il ct Kubala mai così a rischio dopo un 1979 da dimenticare. E non mancano le difficoltà anche per Enzo Bearzot. Gli azzurri, padroni di casa, partono coi favori del pronostico, ma il Totonero stravolge i piani del ct, soprattutto in attacco: senza Paolo Rossi e Bruno Giordano, con Bettega che ha arretrato il suo raggio d’azione, Bearzot richiama Ciccio Graziani e gli affianca due debuttanti, Altobelli e Pruzzo. Al debutto, al Comunale di Torino, Van Thys sorprende Greenwood e l’Inghilterra. La squadra è solida, “scorbutica” la definisce il ct inglese.

Il Belgio elimina l’Italia: lo 0-0 finale è letale per i ragazzi di Bearzot 
Walter Meeuws contro la Spagna

L’applicazione della tattica del fuorigioco è impeccabile e anche i tifosi italiani hanno preso spudoratamente le parti dei belgi e del trentacinquenne Van Moer. Mentre sugli spalti, la polizia deve abbondare con i lacrimogeni per spegnere gli incidenti, lo spettacolo in campo è tutto sommato povero. L’Inghilterra, ben diversa dalla squadra che in quello stesso stadio aveva inflitto uno storico 4-0 all’Italia di Valentino Mazzola, la partita in cui è nato “il gol alla Mortensen” e ha segnato la fine dell’era Pozzo, talmente fedele al Metodo da voler schierare così una nazionale basata sul Grande Torino, fautore del Sistema. Il vantaggio inglese di Wilkins, che anticipa il retropassaggio di Van der Elst, e disegna un pallonetto mortifero per Pfaff, pittoresco portiere figlio di un venditore ambulante di stoffe, dura solo tre minuti. Pareggia Jan Ceulemans, 96 presenze e 23 gol in carriera in nazionale, per tutti Caje. “È un soprannome nato dal gioco di parole di un giornalista, perché i miei nonni avevano un bar chiamato Kazzelo, e tutti dicevano ‘andiamo a farci un caffé da Kazze’. Kazze è diventato Caje e in tanti, ancora oggi mi chiamano così” ha detto al sito della Fifa. Ha giocato solo in due squadre, Lierse e Bruges, ma proprio in quel 1980 avrebbe potuto venire in Italia.

Wilfried Van Moer, un autentico combattente

“Avevo ricevuto un’offerta del Milan, ma all’epoca mi sentivo ancora troppo giovane, volevo restare a Bruges pensando che mi sarebbero arrivate altre offerte simili in seguito. Forse dal punto di vista economico, ho sbagliato, ma credo di aver avuto una carriera straordinaria”. Ceulemans gioca la sua miglior partita in carriera in nazionale contro la Spagna: il successo per 2-1, che avrebbe potuto essere più largo se l’inesperto Vanderbergh si fosse dimostrato più freddo davanti ad Arconada, comincia a dare ai Diavoli Rossi la convinzione di poter puntare alla finale. “Affronteremo la Spagna con la stessa determinazione che hanno contraddistinto la nostra partita con l’Inghilterra” promette Van Thys dal ritiro di Ivrea. “Si tratta di ribadire che anche il Belgio occupa un posto di rilievo nel panorama continentale”.

San Siro, scrive Lino Rocca sull’Unità, “offriva un deprimente colpo d’occhio, quando le squadre entravano in campo. Neanche le allegre marcette della banda dei carabinieri e quel folcloristico gruppo di tifosi spagnoli riusciva a ravvivare la scena”. Ci riesce, e benissimo, il Belgio, che squaderna un gioco spettacolare e al 16′ passa con Gerets, il Leone di Rekem, tre anni dopo voluto dal Milan nella stagione del ritorno in Serie A (il secondo straniero era Luther Blissett, uno di quei giocatori che, come ha scritto John Foot, “sono talmente brocchi (da essere) amati e custoditi gelosamente nella memoria”). All’intervallo si arriva sull’1-1, pareggio di Quini di testa su punizione, e nella ripresa la Spagna sembra più determinata. Ma Van Moer lancia la carica e dopo un quarto d’ora il Belgio è di nuovo avanti. Ceulemans da lontano sorprende la difesa iberica, e mette Julien Cools, bandiera pure lui del Bruges e calciatore belga dell’anno tre anni prima, nelle condizioni ideali per firmare una vittoria che cambia le prospettive. “Non è questo il miglior Belgio in circolazione” commenta Van Thys nel suo semi-impenetrabile dialetto fiammingo. “Ci sentiamo già in finale? Io non dico niente, comunque ormai che ci siamo…”.

Perché la finale diventi realtà, per andare a giocarsi il titolo contro la Germania che ha passeggiato contro una decadente Olanda, una Grecia troppo inesperta e la Cecoslovacchia campione in carica, vista la differenza reti basta pareggiare con l’Italia. Il Belgio pensa a difendersi: dopo il tiro di Ceulemans bloccato da Zoff, è l’Italia a gettarsi in avanti in maniera confusa. Pfaff, che due anni dopo diventerà il monumentale guardiano del Bayern di Hoeness e Rummenigge, e sarà cacciato dal ritiro della nazionale al Mundial di Spagna per essere scappato su un’ambulanza travestito da infermiere, che sistemava l’inseparabile orsetto di peluche nella porta, ispirando Rowan Atkinson (Mister Bean), e nelle pause invernali correva alla Parigi-Dakar, è insuperabile su Graziani, Causio e Bettega. L’Italia si lamenta, a ragione, per il fallo di mani in area di Meews non visto dall’arbitro portoghese Garrido, e per le tattiche fin troppo rinunciatarie dei belgi. “Gli uomini del signor Thys hanno giocato per non perdere e per far ciò si sono dimenticati del pubblico che si attendeva un buono spettacolo” commenta amareggiato Bearzot. “Abbiamo dimostrato a tutti che il Belgio e in grado di praticare qualsiasi tipo di gioco” spiega Van Thys. “Il signor Bearzot non deve scandalizzarsi se abbiamo giocato sulla difensiva. Abbiamo imparato da lui come si fa a difendersi”. La finale all’Olimpico è di ottimo livello tecnico. In un’Olimpico strapieno, il Belgio soffrono la maggiore personalità dei tedeschi.

Il tecnico belga Guy Thys

Ceulemans impone agli avversari una doppia marcatura, ma dopo nove minuti la Mannschaft è in vantaggio: imposta Schuster che tocca per Hrubesch, controllo di petto e rasoterra imparabile. La Germania continua a premere, il Belgio giocano di contropiede e potrebbero pareggiare subito, se il pallonetto di Mommens non fosse appena troppo alto. Ceulemans e Van Moer continuano a ispirare i Diavoli Rossi, ma solo un volo di Pfaff impedisce il raddoppio sul gran tiro di Allofs.

Alla fine, la superiorità territoriale dei belgi verrà premiata dall’arbitro Rainea, che assegna il rigore per un fallo, in realtà fuori area, di Stielike su Van der Elst: è il 75′ e Vandereycken trasforma il penalty dell’1-1, prima che Mommens sfiori addirittura il vantaggio con un tiro da fuori deviato da Schumacher, il “cattivo” della notte di Siviglia, la semifinale Mondiale del 1982 (per l’intervento durissimo su Battiston e il suo plateale disinteresse nei minuti successivi, con l’avversario svenuto). Ma, come recita il famoso detto britannico mai così veritiero come in quegli anni, a calcio si gioca in undici contro undici, poi vincono i tedeschi. E infatti, a 2′ dalla fine, Hrubesch stacca di testa sul calcio d’angolo di Rumenigge. È il gol della vittoria. La Germania è campione d’Europa. L’età dell’oro dei Diavoli Rossi è cominciata.

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