L’altra faccia di Fuerte Apache: Carlitos e Dario
Giu 6, 2021

Dario Coronel era il miglior amico di Carlos Tévez, nonché suo partner di attacco nei primi anni di giovanili. Nelle dure strade del barrio di Fuerte Apache, prese una strada diversa rispetto a Tévez, morendo a 17 anni durante una rapina.

Fuerte Apache, un murales dedicato a Tevez

È il 1992 e ci troviamo nelle poco sicure strada di Fuerte Apache, uno dei barri più “movimentati” di Buenos Aires. Qui si respira violenza, in ogni angolo: rapine, spaccio di droga, scontri a fuoco, risse. Ma si respira anche calcio. Così, in uno dei tanti pomeriggi, un vecchietto nota due ragazzini giocare a pallone per strada. Si ferma, non può credere ai suoi occhi. Quei due piccoletti ci sanno fare in modo esaltante. La storia ce la racconta Vittorio Cornacchia. Quel signore anziano si chiama Norberto Propato e di professione fa l’allenatore nelle giovanili dell’All Boys, gestendo il gruppo dei ragazzi del 1984. Già, casualmente proprio l’annata di quei due calciatori da strada. Propato si avvicina e fa la conoscenza. Uno dei due si chiama Carlos Tévez, l’altro, il più bravo, Dario Coronel. Quest’ultimo ha origini paraguayane e viene soprannominato El Guacho Cabañas per via della somiglianza con l’allora attaccante del Boca Roberto. Propato li porta entrambi all’All Boys e i due diventano immediatamente i più forti. Formano la coppia di attacco e sono semplicemente devastanti. Vivono nello stesso palazzo e sono cresciuti insieme.

Carlitos e Dario

Si sono presi a botte innumerevoli volte durante la loro breve vita e ne hanno viste tante, ma ogni volta sono tornati l’uno dall’altro. Hanno un legame particolare e in campo si intendono a occhi chiusi. Tévez gioca più da numero 9 mentre Coronel Cabañas è un formidabile 10, il vero leader della squadra. I dirigenti sono sicuri: lui farà sicuramente carriera, sull’altro non sono così sicuri. I primi tre anni di giovanili li passano giocando a 7, poi decidono di provare a giocare a 11. Di pari passo, arriva loro una chiamata importante: il Velez Sarsfield, all’epoca una delle squadre più forti di tutta l’Argentina.

Crescere a Fuerte Apache

Carlos Tévez e Dario Coronel, inseparabili come sempre, si recano insieme a fare il provino. Ma qualcosa va storto rispetto ai loro piani. Ai dirigenti e agli allenatori del Velez, Tévez non piace. Così, decidono di prendere solo Dario. Il colpo, per i due, è forte. Sognavano di giocare per sempre insieme e di far vedere anche là che i più bravi erano loro. Però l’occasione è troppo ghiotta e Tévez convince l’amico ad accettare lo stesso. Carlitos fa mestamente ritorno all’All Boys mentre Coronel inizia subito a farsi conoscere al Vélez, a suon di gol, giocate e un carisma fuori dal comune. Ma tutto è destinato a cambiare, per sempre. La mamma, stanca dei comportamenti violenti del patrigno, decide di fare ritorno in Paraguay. Dario non accetta di seguirla perchè in Argentina ha ancora il suo migliore amico e soprattutto perchè sa che può farcela a diventare un grande calciatore.  Vede andar via anche i suoi fratelli e resta da solo col patrigno. In breve tempo, la sua vita crolla inesorabilmente. Inizia a fare uso di marijuana, si allontana da Tévez e perde la passione per il calcio. I dirigenti del Velez iniziano a vederlo sempre meno al campo. Spesso lo cercano e lui si nasconde nelle vie di Fuerte Apache, perchè di allenarsi proprio non ha voglia. Le rare volte che riescono a portalo al centro tecnico delle giovanili, è distratto, scontroso, superficiale. A 13 anni, proprio mentre Tévez riusciva a entrare nelle giovanili del Boca Juniors, “El Guacho” viene arrestato per la prima volta. Purtroppo è da poco entrato a far parte dei Backstreet Boys, una delle bande giovanili più violenta di tutta Buenos Aires. La discesa all’inferno è sempre più veloce: armi, droga, rapine, risse sono le componenti principali delle sue giornate. E il Vélez, stanco dei suoi comportamenti, decide di lasciarlo a casa, svincolandolo definitivamente. Diverso, invece, il trattamento che gli riservano i suoi nuovi “amici”. Nonostante sia il più piccolo di età, si fa presto apprezzare per furbizia, carisma e coraggio e scala rapidamente le gerarchie, diventando uno dei leader della gang.

“El Guacho”

Dario è rimasto senza il calcio, quello che era il suo grande amore da piccolo. Per un attimo, ha un piccolo ripensamento e si ricorda dell’unico allenatore che gli ha veramente voluto bene: Norberto Propato. L’anziano ha da poco lasciato l’All Boys e guida il Comunicaciones, un club professionistico di basso livello. Si presenta da lui e lo supplica di riprenderlo nelle proprie fila. Propato è perplesso, non capisce come un simile talento possa chiedere di giocare in una squadra tanto modesta ma capisce che è un modo per aiutarlo. I due parlano e si accordano, Propato lo accoglie a braccia aperte.

Ma non  lo vedrà mai, perchè Coronel al campo del Comunicaciones non si presenterà mai, in uno dei suoi classici ripensamenti. All’inizio del nuovo millennio, El Guacho si macchia di un altro gravissimo crimine. Durante una rapina qualcosa va storto e lui non ci pensa due volte: tira fuori una pistola e ammazza un poliziotto. Diventa ufficialmente un “carta blanca”, soprannome che in Argentina si dà a chi ammazza qualcuno delle forze dell’ordine. E in quelle strade violente, un carta blanca è destinato a morire, perchè i colleghi del poliziotto morto non aspettano altro che vendicarlo. Di pari passo, mentre Dario Coronel precipita nel baratro più assoluto, Carlos Tévez fa il suo esordio in Nazionale Under 17. Dario ha ormai rancore nei confronti dell’ex amico, quasi incolpandolo di aver fatto carriera al suo posto. Si reca da un suo ex allenatore, Didì, e gli chiede come sia possibile una cosa del genere, etichettando Carlitos come uno “stronzo”. In una notte del settembre 2001, si consuma il dramma. Durante una rapina c’è un nuovo scontro a fuoco con la polizia.

Questa volta le cose si mettono decisamente male e la banda è costretta alla fuga. Dario corre a perdifiato ma non ce la fa più e crolla fisicamente. C’è da scavalcare un muro ma lui è a corto di fiato e inizia a vedere nero: d’altronde il consumo di droga si fa sentire. È ormai spacciato ma lui è un leader e in quanto tale non può morire ammazzato dalla polizia. In quei pochi istanti di riflessione, tira fuori la sua pistola ma anzichè puntarla su di loro, si spara alla tempia. Tévez anni dopo, ha poi svelato di aver incontrato pochi giorni prima e di aver capito, dal suo sguardo, che quello sarebbe stato il loro ultimo momento insieme. Gli promise una maglietta dell’Argentina, non riuscì mai a dargliela.

Condividi su: