Un nuovo modo di giocare: il Feyenoord anticipa il calcio totale
Mar 16, 2021

La rivoluzione avvenne di mercoledì e prima mandò un cortese avvertimento. È il 26 maggio 1970 e proprio quella sera si gioca la finale della Coppa dei Campioni. Tramite l’Eurovisione, tutta l’Europa è collegata. Il Vecchio continente si ferma davanti alla tv, la curiosità di sapere quale sarà la nuova regina del calcio non lascia spazio ad altro. Si gioca allo stadio San Siro di Milano e sembra quasi un ideale passaggio di consegne. Il Milan campione in carica si è infatti fermato agli ottavi di finale e nell’occasione deve cedere lo scettro sul proprio terreno di gioco. Alla Scala del calcio si trovano faccia a faccia due buone squadre, ma non certo quelle che all’inizio risultavano le più accreditate.

L’attaccante del Feyenoord, Coen Moulijn, scappa dal difensore del Celtic David Hay

Sono il Feyenoord di Rotterdam e il Celtic di Glasgow. Se il Celtic, squadra dei cattolici scozzesi (e con un nutrito seguito di irlandesi, sempre per senso di appartenenza religiosa), è già da anni una realtà di livello internazionale avendo vinto l’edizione 1966-‘67 della Champions, la formazione olandese rappresenta una vera sorpresa. Ma soltanto per chi in quegli anni non segue le evoluzioni tecnico-tattiche nel calcio continentale. Nella terra dei tulipani il movimento calcistico sta producendo poco alla volta un tipo di gioco che non si era mai visto prima e che sta dando frutti non del tutto maturi, ma già di ottimo sapore. Si va imponendo una visione evoluta del gioco a zona. Qualcuno in quegli anni conia una definizione che segnerà uno spartiacque fra epoche calcistiche e modi di stare in campo: si comincia a parlare di “calcio totale”.

Ove Kindvall segna la rete del 2-1 ai supplementari facendo così vincere la coppa alla formazione olandese

Non che prima si giocasse a scartamento ridotto, ma nel nuovo decennio si afferma una rivoluzione tattica secondo la quale tutti devono saper stare – a buon bisogno e a seconda delle necessità – in qualsiasi ruolo. E non è tutto: chi pratica il calcio totale ha una visione del gioco e una concezione degli spazi del tutto inedita fino ad allora. La preparazione atletica (tutto parte da lì) deve supportare una capacità podistica mediante la quale la squadra deve esercitare un possesso di palla insistito e continuativo. Chi possiede palla quasi sempre vince, pensano da quelle parti ed è difficile non essere d’accordo. Per fare questo bisogna correre più dell’avversario, arrivare per primi sul pallone, avere quest’ultimo il più possibile tra i piedi e stabilire fin dal principio il ritmo della partita. Bisogna far girare il pallone quando l’avversaria è schierata, accelerare quando si individua il varco buono, avere uomini spietati sotto porta in grado di concretizzare.

Poi c’è anche la fase difensiva: l’uso sistematico del fuorigioco è un’innovazione di fronte alla quale i tradizionalisti storcono il naso ma che di fatto impedisce al centrocampo avversario di ragionare e alle punte di ricevere palloni giocabili. Le distanze fra i vari reparti si accorciano e la compattezza fra difesa, centrocampo e attacco è la chiave principale per chiudere spazi e fare risultato. A volte si rende necessario il cosiddetto fallo tattico, ma il più delle volte non c’è neppure bisogno di ricorrere alle maniere forti.

Ecco come alcuni tifosi del Feyenoord si sono organizzati per seguire la propria squadra in trasferta a Milano.

In pochi anni la zona totale minerà le certezze dei difensivisti, dei fautori del “catenaccio”. Nel prosieguo degli Anni 70 la vittima principale della rivoluzione olandese è proprio il calcio italiano, invecchiato alla velocità del suono e che conosce – soprattutto a livello di club, ma anche di Nazionale – il decennio più magro della sua storia. Proprio mentre il vento del Nord sta spazzando via concezioni tattiche divenute vetuste. E pensare che il Feyenoord non è neppure la più temibile delle squadre olandesi. In particolare l’Ajax sta costruendo uno squadrone e il logo dei “Lancieri di Amsterdam” sta per incombere sull’Europa. Ma anche affrontare il PSV Eindhoven, la squadra del colosso tecnologico della Philips, o lo stesso Twente della città di Enschede, non è impresa comoda per nessuno.

In primo piano si riconosce l’arbitro Concetto Lo Bello

La sera della finale Feyenoord e Celtic sono dunque in campo per aggiudicarsi il massimo trofeo calcistico continentale. Ma come sono arrivate fin lì? Nel primo turno gli olandesi si sono sbarazzati degli islandesi del RK Reykjavik con facilità irrisoria (la partita d’andata finisce 12-2 per i biancorossi di Rotterdam), mentre i Bhoys del Celtic devono sudare un po’ di più contro gli svizzeri del Basilea. Negli ottavi di finale il sorteggio non sembra troppo benevolo, né con l’una né con l’altra. Al Feyenoord toccano in sorte proprio i campioni in carica del Milan, mentre agli scozzesi si contrappongono i portoghesi del Benfica, una delle grandi titolate d’Europa. I rossoneri di Nereo Rocco vincono 1-0 in casa con una rete di Combin e al termine di un’enorme sofferenza (gli avversari potrebbero pareggiare in almeno 3 occasioni e sul piano del gioco sembrano superiori) ma in Olanda vengono sconfitti per 2-0.

L’allenatore austriaco del Feyenoord, Ernst Happel (1925-1992), festeggia la conquista della Coppa dei Campioni

Devastanti risulteranno le ripartenze e la velocità di un avveniristico 4-3-3 pronto a trasformarsi in corso d’opera, a seconda dei momenti. In particolare quella sera brilla la stella di uno dei più grandi centrocampisti del suo tempo, Wim Van Hanegem. Il Celtic invece vince 3-0 in casa e perde con altrettanto scarto a Lisbona. Soltanto la monetina gli concede semaforo verde. Nei turni successivi il Feyenoord ha vita relativamente facile con Vorwarts Berlino e Legia Varsavia, mentre gli scozzesi devono eliminare avversari di ben altro peso come la Fiorentina di Bruno Pesaola e il Leeds United.

Il difensore olandese Guus Haak solleva il trofeo

La sera della finale di Milano tutti i pronostici sono a favore del Celtic Glasgow. Per di più agli olandesi mancano il portiere titolare Treytel e il bomber Geels, un centravanti che a fine carriera avrà segnato quasi 400 reti nel campionato olandese. Ma i biancorossi possono contare su un altro attaccante molto forte, lo svedese Ove Kindvall, una punta a tutt’oggi celebrata dalla stampa scandinava al pari di Zlatan Ibrahimovic, se non di più. Malgrado la presenza di Kindvall, in lizza fino all’ultimo per il Pallone d’Oro 1969, quelli del Celtic sono convinti, fin troppo convinti, di essere i più forti. A distanza di anni il terzino e capitano Tony Gemmel ammetterà: «Siamo scesi in campo impreparati, il discorso prepartita dell’allenatore Stein ci aveva fatto credere che avremmo giocato contro una squadra di secondo piano». Eppure per i biancoverdi la partita si mette bene. Alla mezz’ora l’arbitro, l’italiano Lo Bello, assegna un calcio di punizione dal limite agli scozzesi per un fallo su Wallace. Murdoch allunga di tacco per Gemmell che lascia partire un tiro secco e potente sul quale l’estremo difensore olandese Graafland può forse arrivare. Lo Bello è però sulla traiettoria del tiro e copre la visuale al portiere olandese in modo irreparabile. Ma l’outsider Feyenoord è tutt’altro che arrendevole e in 180 secondi pareggia il conto. L’azione è frenetica. C’è un batti e ribatti in area scozzese. Dopo una serie di colpi di testa che lasciano il pallone nella zona calda, il difensore Israel, solo sul limite dell’area piccola, si ritrova a mezza altezza la palla buona e pareggia, sempre di testa. La partita la stanno decidendo i gol di due difensori, due terzini per l’esattezza. Da quel momento però il Feyenoord assume il controllo della partita, guidato ancora una volta dal regista Wim Van Hanegem. Nella ripresa Hasil, mediano austriaco del Feyenoord, colpisce il palo e il portiere Williams, decisamente il migliore dei 22 in campo, diventa protagonista con una serie di prodigi in sequenza. Altro che squadra di secondo piano, il Feyenoord. Il risultato però non si sblocca e per dare un nome alla squadra campione d’Europa sono necessari i tempi supplementari. A quattro minuti dal termine, minuto 116, un lungo rilancio olandese trova leggermente fuori tempo l’ultimo uomo dei Bhoys, Billy Mc Neill, il capitano. Nell’indietreggiare il difensore perde l’equilibrio e tenta di fermare la palla, che lo sta sopravanzando, con una mano. Il tentativo disperato di Mc Neill significherebbe rigore per gli avversari ma il pallone arriva ugualmente sui piedi del centravanti del Feyenoord Kindvall, che con un pallonetto da posizione leggermente decentrata batte il portiere del Celtic.

1970, con il Feyenoord ha inizio il dominio olandese

Sull’esultanza dei giocatori olandesi uno stuolo di fotografi entra in campo, tanto da far quasi pensare a un’invasione di campo. Non succede più nulla, ha vinto il Feyenoord, ha vinto l’allenatore biancorosso, l’austriaco Ernst Happel. Ha vinto soprattutto un nuovo modo di stare in campo e di concepire gli spazi. Ha vinto anche la scanzonata goliardia dei tifosi di Rotterdam, nulla a che vedere con quelli che 45 anni più tardi (febbraio 2015) devasteranno a Roma la barcaccia di piazza di Spagna invece di tifare per la propria squadra in modo civile. A settembre del 1970 il Feyenoord vince anche la Coppa Intercontinentale contro gli argentini dell’Estudiantes, ma tutto questo non è ancora nulla rispetto a ciò che farà l’Ajax nel triennio successivo. Ma ai Lancieri serviva un’ “apripista” in Europa e i biancorossi del Feyenoord sono stati proprio questo. Un trionfo totale per un calcio totale ancora in divenire.

Diego Mariottini

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