Il maestro ironico dello scudetto della Samp
Feb 16, 2021
Boskov calciatore

Chissà quale frase avrà pensato, il vecchio Boskov, prima di salutare e partire per la trasferta più lunga. Di sicuro l’avrà presa con filosofia, con quel misto di buon senso popolare e pragmatismo genuino grazie al quale era amato da tutti, amanti del calcio o meno. Vujadin Boskov è morto nel 2014 all’età di 82 anni: da tempo era malato. Trionfatore con la Sampdoria che vinse lo scudetto del ’92, Vuja era soprattutto un’icona di un calcio che sa appassionare e divertirsi al di là del risultato.

Istrione di un calcio in via d’estinzione, era nato a Begec, in Serbia. Fu calciatore, legato per quasi tutta la carriera alla Vojvodina di Novi Sad ma arrivando a vestire anche la casacca della nazionale jugoslava. Già allora vestì, per poco tempo e con scarso successo, i colori del Doria: nel 1961, a 30 anni, fu ingaggiato dai blucerchiati. Due anni dopo diventa allenatore. E inizia a scrivere la storia di una leggenda che fa giri strani – Olanda, Spagna (dove vince due scudetti con il Real) – e poi ritorna in Italia: l’Ascoli, la Sampdoria, la Roma, il Napoli e il Perugia. Ma il suo nome è legato alla Samp elegante e talentuosa del duo Vialli-Mancini, dello zar Vierchowood, delle sgroppate di Attilio Lombardo e dell’estro di Pagliuca. Uno scudetto romantico nella stagione ’90-’91 e una finale di Coppa Campioni persa con il Barcellona, a Wembley, per quel siluro maledetto di Koeman.

Sulla panchina del Real Madrid

Ma il mito di Boskov si alimentò anche al di fuori del campo. Celebri le battute coniate come perle di un modo di vivere di chi non si prende troppo sul serio, di chi sa che il calcio va rispettato e onorato in quanto simbolo di altro da sé, non per elemosinare vittorie ma per raggiungere traguardi. Ma sempre con stile e dignità, senza cedere di un millimetro dinanzi al rispetto prima per se stessi e poi per gli altri.

Il suo classico atteggiamento in panchina, con l’inseparabile cappotto color cammello

“Rigore è quando arbitro fischia”, “La partita finisce quando arbitro fischia”, “Squadra che vince non si cambia”, “Io penso che per segnare bisogna tirare in porta” o “Meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0”: sono solo alcuni degli aforismi di un filosofo disincantato a cui era capitato di sedersi in panchina. Regalati con quella faccia pulita e buona di un signore del calcio che fu. E che manca a tanti, come le lapalissiane certezze di un maestro d’ironia e di stile partito per l’ultima trasferta in un cielo cerchiato di blu.

Mario De Fazio

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