“Mi ha rovinato lo spagnolo”: la storia di Roberto Vieri
Feb 14, 2021

“A me m’ha rovinato lo spagnolo. Partivamo per i locali della Costa Azzurra o per la Svizzera. Tornavamo la mattina. Ma gli aveva un fisico della Madonna. Gli era quadrato, un metro per un metro di cassa toracica, faceva una doccia ed era pronto per allenarsi. Mentre io ‘un ce la potevo fare. A me m’ha rovinato lo spagnolo”. Che per la cronaca èLuis Del Sol. Per far sbocciare il talento di questo toscanaccio che se ne infischia del protocollo e della grammatica italiana, ci hanno provato in tanti. E non senza risultati. Anche perché Roberto Vieri soprattutto quell’anno s’impegna, bisogna riconoscerlo. E la sua squadra è quella che sognava da bambino. Ci crede soprattutto Ercole Rabitti , che lo ha già visto nel 1962 e voleva farlo prendere alla Juve : l’appuntamento era stato rimandato di sette anni.

Con la Samp

Padre

“Sono un regista di centrocampo, non una mezzala di punta”. Tecnicamente raffinato, vede il gioco come pochi, ma rimane piacevolmente refrattario a quel calcio da atleti. Qualcuno parla di infanzia sofferta, di genitori che litigano e soldi che latitano. Papà Enzo è operaio, ma anche un discreto calciatore di seconda fascia. Lo lascia correre sui campetti della periferia di Prato. Poi lo porta a vedere la Juve, che quel giorno perde . E Roberto piange. Intanto a casa accarezza già la palla: quando scavalca papà con un tiro dei suoi , lo fa imbestialire. La prima grande chance alla Fiorentina : la brucia. Non gli resta che andare a lavorare in fabbrica. Ci riprova col Prato ed è tra i migliori giovani della serie C. Ripassa dalla Fiorentina dove non se ne accorge nessuno , tranne quando vince la Mitropa Cup. Ma Chiappella non è convinto.

In tribuna il dottor Fulvio Bernardini, allenatore della Samp, nota subito quel ragazzo dal tocco aristocratico e telefona al presidente: “Voglio quel Vieri, ci farà comodo”. “Ma la Fiorentina vuole 80 milioni ….”. Arruolato comunque . Brescia-Samp. Punizione dal limite dell’area per fallo su Salvi: la parabola di Vieri si ferma solo sotto l’incrocio dei pali. Ancora lui, stavolta un colpo d’incontro: ruba palla a Casati e si lancia verso la porta. Quindi deposita nell’angolino sul portiere in uscita. Il pubblico di Brescia applaude nonostante la sconfitta. “Il calcio è la cosa più bella di questo mondo. Quando corro dietro la palla, mi sento vivo, mi sento felice”.

Nella Juventus allo stadio di Verona

Vent’anni, ma per Bernardini è un fuoriclasse. Pare che lo veda erede di Sivori. E non solo per il tocco di palla. Si viene infatti a sapere che Roberto fa tardi la sera con Giancarlo Salvi. La Samp sguinzaglia le vedette. Una sera Roberto esce davvero con Salvi, ma usando l’auto di Francesco Morini.

Quando a mezzanotte passa il sorvegliante della società, trova le auto di Vieri e Salvi regolarmente in garage : viene multato Morini. “A San Siro contro l’Inter. Fine primo tempo e perdiamo 1-0. Sabatini controllava Domenghini e Delfino era ‘libero‘. Sono andato dal dottor Fulvio , su delega dei compagni e ho detto ‘Scusi, forse conviene mettere Delfino stopper e liberare Sabatini’ . Così ha fatto e abbiamo pareggiato. Bernardini mi dice sempre: ‘Roberto tu in campo fai quello che sai fare, nient’altro’. E’ uno al quale piace il bel gioco. Col quale puoi confidarti. Un secondo padre, il mio primo vero maestro. Non mi ha mai multato. Mi ha strigliato quand’era il caso, ma sa anche perdonarmi quando faccio qualcosa che non va. Una volta gli ho risposto con eccessiva durezza: mi diede un ceffone , ma poi a fine partita mi regalò una medaglia d’oro. E mi responsabilizza”. Qualcuno dice che dopo Meroni c’è lui. Forse non solo calcisticamente: “Mi hanno attribuito un flirt con Cristiana, la ragazza del povero Gigi Meroni. Invece non sono mai andato oltre una semplice amicizia”. Occhiali scuri sul naso e aspetto un po’ trasandato, chiarisce: “Con Meroni non ci somigliamo. Ho sempre ispirato il mio gioco a quello di Sivori, il mio idolo”. Che, chiamato in causa, conferma: “Vieri è l’unico col quale vorrei giocare insieme”. Per Roberto c’è mezza serie A pronta a spendere e subito una maglia azzurra. Prima quella dell’Under ’23. Gioca bene con Riva, Anastasi, Savoldi, Boninsegna, Chiarugi. E segna un gol all’Irlanda del Nord. C’è anche la chiamata di Valcareggi per una tournèe in Messico . E Roberto fa sfracelli. Ma a parole:  “Non è stata un’esperienza piacevole: convocato e mai utilizzato. E poi anche Rivera sbaglia una partita: mi sembra troppo elogiato rispetto ai reali meriti. Ma quando gioca male, i giornali gli riservano commenti benevoli.  A volte mi verrebbe di dare un calcio alla carriera e ai soldi e fare di testa mia”. Valcareggi intanto non la prende bene. Prima di lasciarla, Roberto salva la Samp dalla retrocessione : “Non vado via volentieri. Non posso dimenticare giorni felici . Esco da una vera famiglia e spero di entrare in un’altra”.

Capelli

Con ciuffo in bella vista, spalle un po’ curve sotto il peso della noia, basette lunghe e l’aria imbarazzata, entra nel sancta sanctorum . La Juve ha speso per lui la rispettabile cifra di ottocento milioni di lire . Qui trova l’allenatore Luis Carniglia, non proprio entusiasta: “Se ti tagli quel mezzo chilo di capelli, mi fai un favore. Anche se non vorrei finissi sottopeso”. Obbedisce. Il 27 agosto ’69 arriva l’Ajax in amichevole col signor Cruijff : applausi. Ma per Bob Vieri, che scorrazza , segna e provoca un autogol. E poi timbra su un piazzato al Bologna. “Il calcio è bellissimo quando vinci”. La squadra si blocca presto, lui annaspa. E punta il dito contro i carichi di lavoro di Carniglia : “Divertirsi oggi è più difficile. Bisogna spingere come dannati. Io gioco proprio per divertirmi. Altrimenti, è inutile che giochi. In settimana tutto bene, ma alla domenica mi ritrovo i muscoli delle gambe duri. E più dormo, più ho sonno”. Altri spiegano la crisi diversamente : “Dolce vita ? Ho ventitré anni, se all’inizio della settimana vado a ballare con la mia fidanzata non credo di nuocere a me , né alla Juve. Ho il mio carattere. Non lo posso cambiare. Ma sarò disciplinato. La Juve è la squadra che a un giovane come me offre maggiori spunti di suggestione”. Dopo due sconfitte consecutive, Carniglia viene cacciato. Roberto non disapprova: “In campo non sapevamo cosa fare”. Poi un giorno c’è Milan-Juventus , che è anche la sfida a distanza con Rivera. E arriva papà Vieri: “Datti da fare figliolo, puoi rendere di più”.

“Sono abituato al fatto che da me si pretenda sempre molto”. Duetta con Haller, poi irride Schnellinger col sinistro e stende Cudicini col destro. Raddoppia Zigoni, la Juve passa a San Siro. Chiede all’arbitro il pallone della partita, piange di gioia : “Gol alla mia maniera. Sono felice e basta. Anche se penso di più a migliorare nel ruolo di regista. Oggi avremmo battuto chiunque, una grande Juve. E se vinciamo lo scudetto offro una bottiglia di champagne ad Haller: ci vuole riempire la piscina”. Sotto lo strato d’indifferenza c’è un ragazzo molto sensibile, entrato troppo presto nel grande giro. Sospeso tra languori ed euforia. Rabitti prova a proteggerlo, insiste per sdoganarlo. Lo manda a Cervinia : deve irrobustirsi. Anche se nevica e Bob non esce mai. Torna e lancia lungo per Haller. Il tedesco non ci arriva e Bob lo manda a quel paese: sacrilegio. Haller pretende le scuse. Girone di ritorno: “Sono stato io a chiedere a Rabitti di mettermi a riposo. Fra influenza e infortuni, in inverno ho perso molto tempo. Quando invece mi hanno sostituito con Furino a metà dell’incontro col Napoli, mi è sembrato di subire un’ingiustizia. Mi hanno dato solo quei quarantacinque minuti per riscattarmi. La sera stessa avevo fatto le valigie per tornarmene a Genova. Solo Rabitti mi ha convinto a restare”. Dopo la partita con la Samp scoppia in lacrime negli spogliatoi . Adesso il fiore è reciso.

I compagni la buttano sul ridere, cercando di scuoterlo. Boniperti e Allodi lo convocano. Cercano di rasserenarlo e i genitori vengono pregati di trasferirsi a Torino. A marzo dopo la sconfitta di Firenze, lo scudetto sfuma. Il Cagliari è imprendibile. Sul banco degli imputati Anastasi, Haller e, ovviamente, lui: “Non è colpa mia. Mi sono impegnato, ho corso. E poi si tira sempre in ballo il mio rapporto con Haller. Prima si diceva che non ci passavamo la palla, adesso che ce la passiamo troppo”. Gli tocca la multa. Con Del Sol invece Bob va d’accordo, soprattutto di notte.

Nella Roma

Sul “caso Vieri” interviene Colantuoni, presidente della Samp: “Vieri non sa badare a se stesso: scommetto che è capace di uscire al mattino in giacchetta, ma Torino non è Genova. Mandatelo qui per gli allenamenti . Il sabato e la domenica ve lo restituiamo”.  Ancora Milan: forse viene escluso dall’undici di partenza, lui sta male per l’anticipazione della stampa. “Lasciatemi in pace”. Parla con Rabitti prima dell’allenamento, salta sulla sua Porsche rossa e se ne va. Telefona alla madre. “Mio figlio ha già sopportato abbastanza. Non è giusto che lo trattino così . Da quando gioca nella Juventus , non è riuscito a trovare se stesso. E io credo di sapere di chi è la colpa”. Tre giorni a Genova in permesso. “Ho un carattere impossibile. Dico tante stupidaggini. Come quella che sarebbero i giornalisti a dettare la formazione. Mi scuso. Anche con Haller mi ha rovinato il mio carattere toscano”. Per orientarsi nei suoi tortuosi percorsi mentali, si chiede anche a Bernardini: “Roberto è un bambino con la faccia da vecchio. Si può anche comunicare con lui, ma facendo ricorso all’intuizione”. Migliore in campo contro la Lazio . E sembra arrivare la riconferma.

Legamento

“Ho sbagliato ad andare alla Juventus. Non ero maturo. A chi non piacerebbe andare alla Juve? Mi era parso un punto di arrivo e invece non ho capito che era soltanto un punto di partenza. Ero frastornato e ho le mie colpe. Tutti parlavano di me come il nuovo Sivori. E’ facile montarsi la testa. Giocavo male , me ne rendevo conto io per primo. Ma ciò che più mi demoralizzava era il silenzio del pubblico. Quando sbagliava qualcun altro, erano fischi. Quando sbagliavo io, silenzio assoluto”. Viene recapitato alla Roma. Adesso o mai più. Helenio Herrera ci crede. Allenava Roberto nell’Under ’23. “Ha grande classe. Tornerà quello della Sampdoria”. Alla presentazione con la nuova maglia, Bob arriva con venti minuti di ritardo: “mi sono perso, non sono pratico di Roma”. Poi se ne sta tutto il tempo appoggiato allo stipite di una porta. Sguardo basso, scocciato. Con lui c’è ancora Luis Del Sol, che tranquillizza tutti: “Bob è così e se si mette a giocare, la Roma andrà a mille”. Salvo riparte in contropiede e la dà a Cordova, che mette basso in mezzo: velo splendido di Amarildo e piatto di Vieri sull’uscita di Sulfaro. E’ il 6 settembre 1970, la vittoria nel derby di Coppa Italia. Herrera urla: “Sei un fuoriclasse. Devi metterti a giocare come sai “. Lui in quel pre-campionato offre spettacolo. E trattiene a lungo la palla. Con quel tocco inutile, proprio per questo divino. Ha un amico vero, è Gianfranco Zigoni. Ma fuori dal campo. Perchè in partita non fanno altro che litigare. Non solo per battere le punizioni, ma per qualsiasi sciocchezza : “Certo che mi intestardisco nel dribbling, certo che tengo palla. Se mi costringono a cambiare registro, non mi diverto. E finisce tutto”. Poi i primi fischi e una catena interminabile di problemi fisici, che Herrera riesce facilmente a spiegare: tutti inventati. Per il dolore al ginocchio l’aveva mandato a Parigi dall’amico Wanono, il mago del massaggio. Bob era tornato guarito, ma gli era scoppiato subito il mal di denti. Poi si stira (davvero) e perde un altro mese. Così quando in un Fiorentina-Roma si strappa un legamento, non dice nulla e continua a giocare : “Chi mi avrebbe creduto? Potevo chiedere di uscire, lo so. Tanto sono considerato uno sfaticato”.

Quasi pronto per il rientro in squadra, riesce a farsi espellere e squalificare con la Roma De Martino. Per tornare stabilmente in squadra deve aspettare che Amarildo prenda tre giornate di squalifica. Partecipa alla goleada al Catania. Ma il mago si accorge che il ragazzo indulge alle suggestioni del whisky e delle sigarette, il rifugio artificiale della sua infelicità : “Quando si parla del solito Vieri piantagrane, mi vengono le lacrime agli occhi perché penso al dolore di mio padre e mia madre”. Barba incolta, ciuffo e un’ora di ritardo all’allenamento. Pronta la multa. Risposta: mezz’ora di ritardo. “Nel primo anno alla Roma gli allenamenti erano troppo duri. Ora mi sto abituando . Mi sono fidanzato e questo mi ha dato un senso di calma e un equilibrio che prima mi sfuggivano. Herrera dice che sono un uomo squadra. Il calcio è la mia vita, non posso permettermi di rinunciare . Credo di aver raggiunto la consapevolezza delle mie possibilità sia come uomo che come calciatore”. Ma gioca solo il girone d’andata. Poi Helenio lo battezza numero 13 : “Meglio così, vuol dire che mi riposerò”. Nell’estate ‘72 se ne va in Sardegna in vacanza. Rifiuta il Palermo, ma c’è il Bologna. “Il mago dovrà pentirsi amaramente. Lo aspetto alla terza giornata”: Bologna-Roma 1-3. Per evitare la fatica di andare al cinema, si è accaparrato un costoso proiettore. E ha sposato una ragazza parigina, come se ormai inseguisse solo il destino dei fiori del male. Irrecuperabile anche per gli amici e per la massa catalogato come fenomeno da baraccone. Un giorno, dopo una sconfitta, Pesaola ordina dieci giri di campo di quelli pronti via, al massimo della velocità. Dopo qualche minuto, Bob si stacca dal gruppo e si dirige verso un angolo del campo. Sta per calarsi un po’ i pantaloni, quando Pesaola urla: “Dove va Vieri?”. “Vo’ a fa’ l’antidoping, Maremma maiala a tutta l’Argentina”.

Bob Vieri alla Roma nei primi anni 1970

Proprio Bruno Pesaola ha chiamato l’amico Juan Carlos Duran. E’ un pugile, che ha il compito di buttare giù dal letto Bob alle cinque del mattino per correre nei boschi : “Il matrimonio mi gioverà. Il Vieri di una volta non esiste più. Non prometto cose eccezionali. Vorrei soltanto giocare come so. Come alla Sampdoria. La mia parabola discendente dovrebbe essere finita. Ora mi sacrifico. Non posso più sbagliare. E ho trovato Pesaola che mi capisce come mi capiva Bernardini”. Intanto è nato il suo primo figlio: lo chiama Christian. I dirigenti sono dalla sua parte, i tifosi in piedi ad applaudire al primo tocco. E Pesaola riesce addirittura a prevederne i dolorini: “Bravo quando gioca per gli altri. Se si perde nel dribbling , torna in tribuna. Un bel posto numerato e lo lasciamo là”. Lui regala sprazzi di classe pura, assist da sogno. E davvero non dribbla più. Migliore in campo nella squadra che ne rifila tre al Milan e tre all’Inter : “Ultimamente mi hanno sempre marcato i terzini. Strano , visto che gioco piuttosto arretrato. Evidentemente ci si preoccupa del momento in cui mi butto in area. In quei casi sono piuttosto difficile da fermare. Mai in tanti anni di carriera sono stato tanto felice”. Segna nella quaterna al Cagliari. Paragoni in libertà, perfino con Neeskens. Concede un cameo in Coppa Italia, quella vinta.

Natale 1978 in Australia: eccolo in famiglia con il piccolo Christian

Non può durare e lui fa il suo: infatti scappa.

Prima a Bangkok, dopo una vincita al gioco . Quasi un mese. Poi in America, dove lo porta Marino Perani. Dollari e calcio nuovo. Rimbalza in Canada: qualche partita e torna a casa. Allarga le braccia, “che vuoi farci … è così”. Praticamente inattivo. Vale adesso molto meno che al Prato. Sembra davvero il capolinea anche perchè perde sua madre. “Ho sempre detto e fatto ciò che pensavo. Grosso errore, che però ripeterei. Non sono mai sceso a compromessi, né mi sono arruffianato nessuno. Non andavo d’accordo con Herrera, ma ho sempre rispettato le sue opinioni e la sua personalità. Non mi sono mai reputato migliore di altri calciatori, ma neanche peggiore. Fino a poco tempo fa tutto ciò non era accettato. Ora molte cose sono cambiate. Ma io per divertirmi , me ne vado da Pelè, se ci riesco”. Il provino ai Cosmos però va male. Diciotto mesi di isolamento. Poi la stagione del Bologna ’76 – ’77 : “Oggi sono tornato Roberto Vieri. Anche per la gente. Il merito è di Giagnoni, che è un uomo vero e meriterebbe più fortuna”. Un mese di grandi prestazioni. Ma la squadra stavolta è fragile e non può reggere il suo estro vagamente anarchico: in quelle sue quattro partite si prendono dieci gol, segnandone uno.

Una rara immagine di Vieri con i Toronto Metros-Croatia

Se ne va in Australia, ma questa non è una fuga. Trova l’ingaggio in un club italiano alla periferia di Sidney. L’espressione è cambiata, più serena. Gli danno in mano il gioco e la squadra vince il campionato. Un giorno si ritrova accanto alla radio per ascoltare Torino-Lazio di Coppa Italia. Sembra distratto,  a tratti quasi annoiato. Anche quando il Torino va in vantaggio. Intorno a lui seguono la partita alcuni parenti. Che sembrano molto più interessati al racconto martellante di Ameri. Coinvolti come se giocassero. Poi gli occhi di Bob s’illuminano, improvvisamente. Anche se solo per un attimo: ha segnato Christian.      

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it e Il Pallone racconta

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