Dieci anni vissuti alla grande, con una città, Olbia, che cresceva sospinta dalla Costa Smeralda
Gen 4, 2021

Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, l’Olbia calcio – presidente Elio Pintus, allenatore “Palleddu” Degortes – arrivò a giocare nella serie C unica, terza seria del calcio italiano. Dieci anni vissuti alla grande, con una città, Olbia, che cresceva sospinta dalla Costa Smeralda, da Alisarda e dall’aeroporto, e una squadra – imperniata su molti giocatori olbiesi – che sfidava alla pari le grandi del calcio, dal Genoa al Livorno, dall’Ascoli al Parma. Su questo periodo felice ha scritto un interessante articolo La Nuova Sardegna, proponendo inedite foto dell’archivio di Francesco Sotgiu.

Il pubblico allo stadio Nespoli: tribune sempre gremite
Un’Olbia-Spal giocata al Nespoli in serie C

Era un’altra Olbia, come città e come squadra. Quella che alla fine degli anni Sessanta – maggio 1968, mese rivoluzionario – colse la promozione nella serie C era la città del futuro, all’alba del sole dell’avvenire, come la sua anima socialista. Questa di oggi è una città fiaccata, piegata dal dramma di due alluvioni una dietro l’altra, spogliata del suo ruolo di guida in Gallura, osteggiata con ancora più forza dai centri del potere sardo.

Vagnarelli, Milan e il presidente dell’Olbia Elio Pintus

La Nuova Sardegna del 1 febbraio 1971 che dà conto della storica vittoria dell’Olbia contro il Genoa

Eppure, allora come oggi, la sua squadra di calcio può essere, e per certi versi è, lo specchio di quello che è, Olbia, e di quello che vuole essere. Una città che, insieme alla sua squadra, guarda senza paura al futuro.

Una formazione dell’Olbia negli anni della serie C, con la tribuna Innocenti del Nespoli (allora attaccata agli attuali spogliatoi) piena di tifosi dell’Olbia
Il capitano dell’Olbia, Bruno Selleri, prima dell’inizio della partita contro il Genoa, giocata a Olbia il 31 gennaio 1971

Alla fine degli anni Sessanta, l’Olbia aveva un presidentissimo, Elio Pintus, la cui ricchezza derivava da un doppio fenomeno. Proprietario terriero (una zona della città, ai lati di viale Aldo Moro, porta il suo nome), Pintus vendette i terreni ai nuovi ricchi di Monti di Mola, gli Azara e gli Orecchioni che investirono a Olbia i soldi incassati dalla vendita dei terreni di Porto Cervo, Romazzino e Cala di Volpe all’Aga Khan; e li vendette, Pintus, ai tanti nuovi olbiesi che lasciarono la Sardegna dell’interno, e dei Campidani, perché avevano trovato lavoro a Olbia, in Gallura; negli ann i Settanta la popolazione crebbe del 37%, record in Italia. Quell’Olbia era così una sorta di fattore di coesione: in campo c’erano i terranovesi (Bagatti, Caocci, Giagnoni, Marongiu, Petta, e Palleddu Degortes come allenatore), sugli spalti del Nespoli, sempre gremitissimi, anche i nuovi arrivati. Tutti insieme, uniti dalla fiducia nel futuro raggiante, contro squadroni.

Un’altra formazione dell’Olbia negli anni della serie C
L’archivio di Francesco Sotgiu ci regala una sfida fra Torres e Olbia con i giocatori delle squadre mischiati in segno di amicizia


La Nuova Sardegna racconta dell’arrivo con la maglia dell’Olbia di Angelo Domenghini

Ora è diverso, Olbia è sempre in crescita (mille abitanti in più all’anno), ma non c’è l’Aga Khan, non c’è la Costa Smeralda alle porte. Anche se c’è il Qatar, con la possibilità che investa, che crei nuova economia, nuova occupazione.

E c’è una società, quella di Marino, che non ha interessi immobiliari o industriali a Olbia. Solo l’interesse di fare una squadra di calcio forte, vicina ma indipendente dal Cagliari. E di ricreare quell’entusiasmo, che già sembra forte, serio. Perché Olbia, e l’Olbia, hanno sempre un futuro, nonostante tutto.

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