Un cuore in inverno: Lionello Manfredonia
Dic 10, 2020

Si è fatto recapitare un pallone e gioca nel cortile del terzo raggio di Regina Coeli. Ma fra qualche giorno verrà trasferito a Rebibbia, che è dotato di un campo di gioco più che dignitoso, addirittura regolamentare. Perché vuole allenarsi come al solito. Sembra essersi ambientato in fretta nella sua cella di via delle Mantellate. La moglie Anna esce dal colloquio: “È stato un incontro tra due persone tranquille . Ma io fingevo. Lionello non so. Forse fingeva anche lui”. Tutti i giorni un amico gli fa arrivare anche un pasto caldo, ma Lionello lo rifiuta. Preferisce gli spaghetti all’amatriciana del carcere. Domenica la sua Lazio, crivellata dalle assenze, affronta in casa il Catanzaro, uno scontro salvezza più virtuale che reale. In curva c’è uno striscione che è già una sentenza: “Gli uomini passano, la Lazio resta”.

Alla Lazio

Il risultato di Lazio-Catanzaro non conta, ma è una partita dai destini già decisi, incrociati. Quando Lionello esce, non lo aspetta neanche un tifoso. Lui pallido, non parla. Chiede solo di salire su una Bmw di un amico. Sono passati soltanto dieci giorni dal suo clamoroso arresto durante Pescara-Lazio: squalificato per una giornata, Lionello era in tribuna d’onore accanto al presidente. Prima domenica di primavera, ma il cielo minacciava pioggia. Dopo un inverno scoppiettante solo per le voci insistenti di combine e i primi interrogatori. Nell’intervallo, Lionello sorseggia un’aranciata e si sforza di parlare della partita. Con una scusa, due agenti in borghese gli si avvicinano: “Manfredonia Lionello, deve seguirci”. Rimane impassibile.

Sempre nel periodo laziale, contro i Cosmos di Giorgione Chinaglia

Poi avverte un boato: la squadra è sotto di un gol. Lascia lo stadio in mezzo a due colonnelli, a bordo di un’Alfa 2000 bianca. Gli tremano un po’ le mani. Le tiene dietro il soprabito. Mentre la giustizia ordinaria si sovrappone a quella sportiva, la paura si sovrappone alla tensione e il terrore alla paura. Rimpiange adesso i primi tempi. Comincia al Don Orione, il suo idolo è Rivera. E Lionello gioca mezzala. Alla Lazio arriva nel ’72. “ Ma dove hai imparato a giocare così ? ”  “ Da solo in cortile”. Quel giovane Rivera tutto sinistro costa la bellezza di ottocentomila lire . E la Lazio strappa anche lo sconto. Poi arretra nel ruolo di libero. Servono i suoi stacchi di testa. Vince il campionato Primavera, interpretando il ruolo in chiave moderna. Coi suoi lanci va a nozze un attaccante di prospettiva: si chiama Bruno. E anche quando Lionello finisce stopper, mantiene i suoi tratti calcistici regali. Lo chiamano infatti Beckenbauer. Oppure, semplicemente Lio. Vuole rimanere in quel ruolo per trovare pace . “Solo la porta mi manca”. Ma vuole anche studiare legge in omaggio alla tradizione di famiglia . E demolisce l’immagine del calciatore anni Sessanta che pasteggia champagne : “Non mi interessano le apparenze”. A tavola acqua minerale, riso in bianco e carne ai ferri. Cravatta anche d’estate. Unico strappo alla regola la macchina: la Mini, ma è ammaccata.

In Nazionale

Esordio in serie A ancora diciottenne, contro il Bologna. E poi il campionato esaltante, quello ’76  – ’77. A Palermo in amichevole si fa male Pighin. Lio entra e non esce più. Anche se è costato meno di ottocentomila lire e Pighin settecento milioni. Il capitano Pino Wilson lo investe della leadership: “Non si capirà mai qual è il suo ruolo. Perché Manfredonia è il pallone. Mette soggezione, è troppo”. Stava per finire alla Ternana e ora la Juve è pazza di lui.  Le chiedono in cambio Gentile e un miliardo: non si fa. Adesso Lio alla Lazio pretende la disponibilità dai collaboratori, dai massaggiatori: si fa sempre portare le valigie. E va in Nazionale, quella dei grandi, forzando il blocco delle torinesi. Parte anche per l’inverno mondiale argentino. Poi brucia il rapporto con Bearzot : “Non sono venuto per fare il turista e in futuro eviti pure di convocarmi”. Accontentato.

Giocare il derby di Roma

Bella Blu

Tempi lontanissimi, perché adesso da due mesi si parla solo di martingala, fruttivendoli, sostituti procuratori, allibratori . E illecito. Per un prodotto di una generazione di grandi avvocati , non ci sono linee di difesa. Anche perché i riscontri non mancano, per cavillare non c’è spazio. All’interrogatorio Lio arriva elegante, l’aria è offesa, quasi scocciata. In uno degli ultimi allenamenti a Tor di Quinto, i tifosi fischiano: “Venduti, corrotti, vergogna”. E Bruno scappa via sulla sua Porsche bianca. Il campionato della Lazio finisce qui, una giornata infrasettimanale d’inverno. Senza un pallone che rotola. Senza la classifica da recitare a memoria. Lio deve ammettere: “Hanno proprio ragione, sono fischi meritati”.  Poi si chiude in un lungo silenzio. Due mesi. La domenica successiva la Lazio, in una surreale maglia rossa, aveva strappato lo 0-0 alla Juve. Quella è stata l’ultima partita di Lio . Che cancella dal campo l’avversario diretto, come ai bei tempi . Ma poi protesta e alla fine si fa cacciare. Se ne va quando vuole, ecco.

La partita che scotta di più è Milan-Lazio 2-1 del 6 gennaio 1980, giorno di festa. E Lio marca Chiodi che fa doppietta . La scommessa è quella incertezza consolatoria che ripaga della monotonia e delle abitudini. Un istinto che prende quando ci si ingolosisce dalla noia. È la mala Lazio, una squadra come Fortezza Bastiani con sei-giocatori-sei indagati.  L’inverno non finisce. Perché impossibile adesso è fermare tutto. Sono le 2 e 30 del mattino quando Lio viene fotografato all’uscita del night Bella Blu. Mancava solo questa. Appena scarcerato, va a vedere la Lazio contro il Bologna . Siede in tribuna d’onore circondato dall’indifferenza. È pallido e continua a non salutare, a non parlare. Il suo posto in squadra va proprio a Pighin, che se ne riappropria dopo quattro anni. Alcuni dirigenti non lo vogliono nemmeno agli allenamenti. Un calciatore può combattere qualsiasi situazione soltanto sul campo e Lio è impotente, ignorato. Qualche tifoso chiede : “Adesso che farà ? Lo scommettitore a Tor di Valle ?”. Al processo sportivo sembra sereno, gli occhi bassi. Arriva a bordo della sua Bmw 2000 color argento. Non gli si avvicina nessuno per prendergli la valigia: deve fare da solo . Fa un sorriso, ha fretta, vuole togliersi un peso. Alla fine la squalifica per diciotto mesi è un successo, solo omessa denuncia. Quando suo padre gli legge la sentenza al telefono, dall’altra parte neanche un suono. Si brinda. Perchè la Lazio rimane in A. In attesa della sentenza definitiva della Caf , Lio aspetta sulla Porsche con Bruno. Stavolta lo stangano: tre anni. Sembra che i giudici non abbiano gradito alcuni atteggiamenti. Forse proprio quel brindisi. Al bar Vanni appuntamento per i commenti. Anna ci prova: “Dai, fra tre anni torni a giocare”. “Sì , quando avrò una pancia così. Il calcio è il mio mondo. Non c’è nulla da fare, siamo nei guai. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è un po’ di riflessione”. Ma se ne infischia di presentarsi alla Caf per Lazio-Avellino. Crolla tutto. La Lazio viene retrocessa in B per responsabilità oggettiva nell’illecito. Lio si becca altri sei mesi. Se ne va a Fregene, al mare.

L’esperienza alla Juventus

Lazio-Sarentino

Poi il condono. La notizia rimbalza precisamente alle ore 14 di sabato 31 luglio 1982 , nella pensione Olimpia di Sarentino, dove alloggia la Lazio. Alla stanza 19 dove c’è Lio. Anzi il dottor Manfredonia, perché durante gli anni di squalifica non si è soltanto allenato. La prima partita è l’indimenticabile Lazio-Sarentino, squadra di seconda divisione. Ma Lio è pronto, gioca come fosse il turno successivo a Juve-Lazio dell’inverno 1980. Con maglia bianca a bordi celesti, la squadra si lascia caricare sulle sue spalle col numero 5. Ora sono più forti: “Ho passato periodi che non auguro a nessuno. Sono contento soprattutto per i miei familiari, loro hanno sofferto più di me. Io sono diventato più uomo vivendo tanto in mezzo ai tifosi. Prima non avevo capito bene di essere un privilegiato e una lunga squalifica è servita a chiarirmi le idee”. Sbrana riso in bianco e carne ai ferri: “La giovinezza può cambiare da un momento all’altro , guai a sprecare un solo momento bello”.  Gioca tre amichevoli in dieci giorni e giganteggia. La rabbia e la sofferenza distillate per due anni, l’ardore che bruciava sotto la vergogna, finiscono su quel prato verde. Salva una palla sulla linea e la Lazio mantiene l’1-1 col Verona: “Le partite si vincono e si perdono soltanto in campo”. Al ritorno a Tor di Quinto trova tremila persone a festeggiare. Sarà promozione in A, subito. E preferisce portare sempre lui le valigie. Tre anni da leader e viene ceduto alla Juve: “Sono venuto qui per vincere. Io non ho mai lottato per lo Scudetto. E questa è la squadra che ogni calciatore vorrebbe avere. Può sopportare ogni tipo di critica o processo e io non voglio più soffrire. Ho perduto tre anni preziosi. Sono in credito con la mia carriera “.

Il clamoroso passaggio alla Roma

Stabilmente in mezzo al campo come nella seconda Lazio, si diverte di più. L’avvio è devastante. Deve dimostrare anche a se stesso, otto vittorie consecutive. Sembra alla Juve da secoli. È Lio l’ imprescindibile schermo per Scirea e Platini: “Pensavo che Torino fosse una città fredda , invece ho incontrato subito tanto calore. Credo di aver portato in mezzo al campo quell’eclettismo che è necessario per collegare difesa e attacco. La nostra forza è l’entusiasmo dei nuovi e la voglia di vincere di quelli della vecchia guardia. Non voglio farmi distrarre da nulla”. Si perde la prima partita a Napoli, dove curiosamente Lio è assente.  Vince Coppa Intercontinentale, Scudetto. L’anno dopo la butta dentro al Bernabeu, ma c’è un fischio che rovina tutto. Quei gol sembrano gesti di ribellione: “È il calcio che cambia. Tutti devono saper fare tutto. Se quest’anno cerco il gol con maggior insistenza, è merito degli schemi, non della fortuna”. È l’ultimo ad arrendersi a una squadra che rimane nel bozzolo e lo elegge cannoniere. Poi in una giornata gelida risolve anche il derby col Torino. E se ne va : “Nel calcio non ti regala mai niente nessuno. Con Boniperti e l’Avvocato ci siamo lasciati senza rancore . Loro non ammettono che il dipendente possa discutere gli orientamenti della società , scegliendo soluzioni alternative. Anche per questo la Juve resta club inimitabile. Ho capito, li rispetto. Non mi sono adeguato”.

Andare alla Roma è tornare a casa, agli amici, alle abitudini. Lui fa l’allenamento e poi scappa via. Ma stavolta non è indagato . E nemmeno chiacchierato. Perché qualcuno lo aspetta come un profugo da espellere: “Abbasso Manfredonia, laziale sieropositivo”. Al raduno di Trigoria il conflitto ideologico tra la tifoseria provoca lo scisma . Nasce un inquietante Club anti-Manfredonia. “Ho la vocazione a complicarmi la vita. Come dimostrano le occasioni perdute in Nazionale, gli errori di gioventù. Ormai nel football dello svincolo, i colori sbiadiscono in fretta sulla pelle. Comunque reggo, ne ho passate di peggio. Alle contrarietà sono allenato, alle accoglienze poco carine pure”. Paga il suo temperamento in campo, che è anche la sua forza: “Certo, rappresento un caso più unico che raro. I tifosi della Roma devono capire che non mi farò influenzare dai fischi. Il mio gioco basato sulla carica nervosa e sulla corsa non ne risentirà. Al Nord hanno capito cos’è oggi il pallone, il professionismo. Mentre Roma è incredibile, anacronistica, passionale. Ma è la mia città e voglio vincere qualcosa anche qui. Adoro il rischio”.

Range Rover

Alla prima amichevole di Vipiteno, Lio è al suo posto, testa alta. Partono gli applausi, sommergono i fischi . Qualcuno prova con lo striscione. Poi lo toglie : “Una delegazione del tifo caldo romanista pretendeva che rendessi pubblico un loro comunicato, nel quale avrei dovuto rinnegare dieci anni di Lazio e due di Juve. Cosa impossibile. È vero che in passato ci sono stati screzi con la Roma, ma pensavo fossero cose normali . È anche vero che ho detto che non avrei mai giocato nella Roma, ma erano altri tempi”. Adesso ha la Range Rover : “Tiro avanti. Sgobbo, mi tappo le orecchie”. Serve solo aspettare qualche mese. L’inverno. E la butta dentro alla sua maniera. Inzuccata in mezzo a mille e gol decisivo a Zenga: può correre verso la curva Sud. Quando il suo cuore si ferma, è una domenica bolognese freddissima, quasi di festa . È il 30 dicembre e Lio ha un po’ di febbre, ma gioca. Le scariche elettriche che lo salvano rimbalzano lontano, risvegliando anche tutti quelli che lo avevano insultato. È come se fosse tornato quel ragazzo della Cantera che sognava di giocare mezzala. A due passi infatti c’è ancora Bruno Giordano. Anche se ha un’altra maglia. Perché tutti quelli che trattengono il fiato non hanno maglia. Non sono della Lazio, nè della Juve, né della Roma. E nemmeno dopo, quando il cuore riprende a battere.  Si sveglia . E vuole subito tornare a giocare : “Proprio adesso che sto andando bene, che mi sono ricostruito una certa immagine”. Arrivano visite, telefonate, fotografi . Passa anche Antonio Cabrini. Poi telefonate. Ancora visite. E Cabrini è sempre lì, seduto: non se ne va più. Dorme sulla sedia fino all’alba dell’anno nuovo.

Poi altra telefonat : è Bruno, ma un altro , è Bruno Conti. All’inizio non si dicono quasi nulla. Le parole di rito, quelle quasi banali che si scambiano con un malato. Ma senza un motivo, scoppiano a piangere.

E un’altra telefonata:

La curva Sud gli dedicherà la prossima vittoria”. 

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it

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