Roberto Pruzzo ha 65 anni. L’attaccante ligure esordì in Serie A con la maglia del Genoa a soli 18 anni, per poi trasferirsi alla Roma sei anni dopo.

Pruzzo nel Genoa

Pruzzo è salito alla ribalta come uno dei migliori attaccanti italiani negli anni ’80. Il bomber di Crocesfieschi ha conquistato quattro coppe Italia e un campionato italiano.

Pruzzo ha poi vinto il titolo di capocannoniere del campionato per tre stagioni (1980-’81, 1981-’82, 1985-’86). Questi risultati acquisiscono maggior valore alla luce del fatto che la Serie A era l’ombelico del mondo in quegli anni.

Alla Roma con Luciano Spinosi e con l’allora direttore sportivo giallorosso, Luciano Moggi

E Pruzzo è arrivato a un passo dalla gloria massima, perdendo la finale ai rigori con il Liverpool nel 1984. Il suo gol, rispondendo a quello di Neal, fece impazzire di gioia un pubblico che lo amava alla follia. “Lode a te Roberto Pruzzo”, hanno sempre cantato i tifosi giallorossi, inneggiando al bomber principe della Magica degli anni ’80. Una squadra che lottò per la salvezza la prima stagione in cui il bomber ligure si trasferì in giallorosso.

Il gol al Liverpool nella finalissima della Coppa dei Campioni

Fu proprio Pruzzo a salvare la Roma, con un gol decisivo nel match salvezza contro l’Atalanta il 6 maggio 1979. Quel pruzzo che fu acquistato da Luciano Moggi, in quel tempo alla Roma, per tre miliardi del vecchio conio, comprese alcune contropartite tecniche.

Ne aveva fatta di strada quel ragazzino ligure che, da piccolo, giocava anche scalzo: «Dribblavo anche i pali della porta».

In Nazionale

La fortuna di Pruzzo fu quella di avere uno zio che lavorava presso una stazione di servizio. Lo zio era benzinaio e, accanto alla pompa di benzina, si trovava il ristorante dove andava a mangiare Renzo Fossati, patron del Genoa.

A quel punto lo zio lo tampinò e lo convinse a far fare il provino al nipotino in erba. Il tecnico Lino Bonilauri andò a vederlo e se ne innamorò… Pochi anni dopo i tifosi del Genoa lo ribattezzarono “O Rey di Crocifieschi”, anche se nulla aveva in comune con Pelé, escludendo altezza media a stacco da paura.

Fulvio Bernardini, nel 1981, racconta: «Ricordo una partita Genoa-Lazio. Ad un certo punto Pruzzo fece un’azione così bella che mi scappò detto: “Ma quello lì chi è? Mandrake”».

Nella Roma di Liedholm che vinse lo scudetto

Nei tempi alla Roma, Pruzzo ricorda con rammarico lo scudetto perso nel 1981, che arrivò nell’anno in cui i giallorossi si fecero rimontare il 3-0 casalingo dal Carl Zeiss Jena, perdendo 4-0 in Germania. «Quando segnai quel gol all’Inter, negli ultimi minuti di una partita indimenticabile all’Olimpico, credevo proprio che nessuno avrebbe potuto impedirci di catturare lo scudetto – afferma rammaricato a fine stagione – è stato il più bel gol della mia carriera. E che m’importa, se da 40 anni la Roma non andava tanto bene? Siamo stati beffati».

La girata è effettivamente tutta da gustare:

Gianni Brera lo definiva: «ligure di razza nordica, gatto sornione, abulico e freddo quanto basta ad intuire d’acchitto quando serve a prodigarsi su una palla e quando no».

Se il rapporto alla Roma con il Barone Liedholm è eccellente, e l’attaccante ligure è decisivo per la vittoria dello scudetto, quello con Bearzot non è dei migliori. Pruzzo è difatti escluso dalle convocazioni per il Mondiale 1982, che è vinto proprio dagli azzurri.

Enorme rammarico per un giocatore che aveva vinto due classifiche cannonieri consecutive. Bearzot si prese una grossa responsabilità, ma la scelta, seppur discussa e ingiusta, fu premiata.

Pruzzo è stato poi un attaccante assolutamente longevo. Nel 1985-’86 vinse un’altra classifica cannonieri e si tolse qualche sassolino dalla scarpa: «Ero già stato scaricato, preparavano in gran segreto la successione, telefonavano ripetutamente ad Elkjaer. Siamo ammalati di esterofilia, un gol straniero ne vale sempre tre nostrani. Ma ho costretto i dirigenti giallorossi e il signor Eriksson a rivedere i piani: segnavo ad occhi chiusi, ci avevo preso gusto, avevo il radar, scoperchiavo le difese. Quel girone di ritorno da “Attila” non è riuscito a nessun re del gol. I periodi migliori della Roma hanno sempre coinciso con il mio risveglio. Meditate, gente di poca fede».

Persona schietta e tagliente nelle sue dichiarazioni, Pruzzo non ha mai avuto peli sulla lingua e non ha mai preso la via del politically correct.

A riguardo, il bomber ligure ha dichiarato nel 1986: «Sono l’antidivo, non frequento pranzi ufficiali, non vado a mettermi in mostra alle inaugurazioni, la mano si stanca a firmare autografi. Resto provinciale indolente, un po’ grasso di lombi, senza sacri furori. La città è caos, meglio rintanarsi a casa, chiudere la porta a doppia mandata. Spesso in campo giro a vuoto, ho bisogno di arrabbiarmi. Sono il più lento del mondo che sa trasformarsi con un raptus nel più veloce. Testone e tartarugone, con istinti da Mennea».

Queste invece le dichiarazioni che racchiudono la sua carriera: «Cosa mi resta della mia carriera da centravanti? I gol sbagliati e le sconfitte. Delle vittorie ho goduto poco, perché sono subito volate via. Le sconfitte no, sono rimaste qui. E ancora ci combatto. La retrocessione in B del Genoa causata anche da un mio rigore sbagliato e la finale di Coppa Campioni persa con il Liverpool (nonostante il mio gol…) ancora mi vengono a trovare ogni tanto».