L’altro giorno su La Stampa , edizione di Novara, l’amico Filippo Massara ha pubblicato questa notizia: “C’è il video di un super gol segnato con la maglia del Novara in primo piano sulla pagina Facebook ufficiale di Bruno Fernandes. Il portoghese, ora in forza al Manchester United, in Premier League, non ha dimenticato il suo inizio di carriera in azzurro e ha voluto pubblicare la rete segnata il 6 aprile 2013 al Piola contro il Sassuolo per rivelare ai tifosi che «il calcio mi manca ogni giorno, però adesso dobbiamo stare al sicuro». Quel gol d’autore, l’ultimo dei 4 firmati dal centrocampista con il Novara nella prima stagione da professionista in Serie B, «è uno dei miei preferiti”.

Il suo pensiero al Novara sul suo profilo Facebook

Dal Novara ai Red Devils. La storia di Bruno Fernandes l’ha efficacemente riassunta Valerio Moggia su Pallonate in faccia lo scorso febbraio.

Nel Boavista

Il Manchester United ha annunciato l’accordo con il trequartista Bruno Miguel Borges Fernandes dello Sporting Lisbona, per una cifra complessiva di 80 milioni di euro. È il colpo del calciomercato invernale, è la coronazione di un sogno per un giocatore dalla carriera insolita e, a soli 25 anni, già parecchio lunga. Finalmente approdato in una grande, nello stesso club che diciassette anni prima diede il via alla consacrazione di un altro talento lusitano dello Sporting, Cristiano Ronaldo. Soprattutto, è la storia di un ragazzo che ha iniziato la sua rincorsa al calcio che conta dalla provincia italiana, da Novara.

In azione con il Novara

Non si può capire a fondo questa storia senza avere prima un’idea di cosa significano gli ultimi trent’anni per il calcio portoghese. Da sempre ai margini delle grandi potenze europee, il Portogallo visse un improvviso periodo di gloria negli anni Sessanta grazie alla generazione di Eusébio, che portò il Benfica sul tetto del mondo e la Nazionale al terzo posto ai Mondiali del 1966, prima di una nuova decadenza. Ma nel 1974 scomparve il regime di Salazar, il paese si aprì al mondo e il calcio si modernizzò, portando alla resurrezione degli anni Ottanta: nel 1983, il Benfica raggiunse la finale di Coppa UEFA; quattro anni dopo, il Porto vinceva la Coppa dei Campioni, e di nuovo il Benfica andava in finale del massimo torneo europeo nel 1988 e nel 1990. Nel 1989 e nel 1991, la Nazionale vinceva i suoi primi titoli, ovvero due Mondiali Under-20 consecutivi grazie alla squadra allenata da Carlos Queiroz: si presentava così al mondo la nuova generazione d’oro del calcio lusitano, quella di João Pinto, di Rui Costa e di Figo.

L’esultanza con la maglia dell’Udinese

Bruno Fernandes nasce in questo contesto, nel 1994, a Maia, una cittadina appena fuori Porto che negli anni è stata inglobata nell’espansione urbana, e oggi è di fatto un quartiere moderno di palazzi, negozi e uffici, collegato al centro di Porto dalla metropolitana. E la periferia è stata a lungo il tratto distintivo della storia di Bruno Fernandes, uno degli ultimi campioni di provincia del calcio moderno. Nella sua infanzia riuscì incredibilmente a sfuggire a tutti i principali settori giovanili portoghesi, e trovò spazio solo al Futebol Clube Infesta, club di São Mamede da Infesta, altra cittadina a nord di Porto. Nel 2004 arrivò la grande occasione: la chiamata del Boavista.

Nella Sampdoria

Anche se stiamo parlando della seconda squadra di Porto, il Boavista si era affermato dagli anni Novanta come una delle più interessanti realtà del campionato locale, che aveva vinto a sorpresa nel 2000 (l’unica altra squadra fuori dal giro delle Três Grandes Benfica, Sporting e Porto a vincere il titolo è stato il Belenenses nel 1947, per intenderci) e tre anni dopo era in semifinale di Coppa UEFA. Ci si mise la sfortuna, però: proprio in quel periodo, uno scandalo di corruzione travolgeva il calcio lusitano, e in breve venne scoperto il coinvolgimento del Boavista; mentre Fernandes si trovava in prestito a un altro club della periferia di Porto, il Pastelaria, la Federazione retrocesse gli Axadrezados in seconda divisione, aprendo una lunga crisi che avrebbe presto comportato la caduta in terza serie. Nel 2012, Bruno Fernandes era una promessa del calcio portoghese di cui nessuno sapeva nulla, bloccato in una mediocre squadra delle leghe minori. È qui che entrò in gioco il Novara.

Con lo Sporting Lisbona

Nella primavera del 2012, il club azzurro stava disputando la sua prima stagione in Serie A dal 1956, ed era alla ricerca di giovani di talento su cui costruire una base per il futuro. L’idea del Portogallo arrivò da Javier Rico Ribalta, capo osservatore dei piemontesi, spagnolo da tempo trapiantato in Italia e strettamente legato al direttore sportivo Mauro Pederzoli, che lo aveva già portato con sé al Torino qualche anno prima. In realtà, Ribalta e Mauro Borghetti, responsabile del settore giovanile novarese, erano andati a Porto per visionare un altro giocatore, ma fu Fernandes a colpirli.

Nel Manchester United

Il costo dell’operazione fu di 40mila euro per un giocatore di 17 anni che, all’epoca, era incredibilmente fuori dai radar dei club lusitani, solitamente molto attenti ai giovani. Sulla carta un colpo, ma tra i tifosi c’era il tipico scetticismo del piccolo club: se era così forte, perché veniva a Novara? “Era stato presentato con una certa enfasi – spiega Massimo Barbero, decano dei giornalisti sportivi novaresi – ma non era stata la prima volta che un giovane arrivava qui con molto clamore e poi non teneva fede alle promesse”.

Nella nazionale portoghese con Cristiano Ronaldo

A causa dei regolamenti, dovette attendere la nuova stagione prima di esordire nella primavera, e nel frattempo il Novara retrocedeva in Serie B, al termine di una stagione meno esaltante di quanto si era preventivato. Anche questo retroscena è importante per comprendere l’impatto che ebbe Fernandes sugli Azzurri: il club veniva da una retrocessione che aveva spento l’euforia che lo aveva accompagnato, negli ultimi anni, a una clamorosa cavalcata dalla terza alla prima categoria italiana, e serviva una miccia che riaccendesse i tifosi. Novara è un ambiente calcisticamente scettico, periferia del pallone per spirito più che per motiviazione geografica: non è solo la città al centro del triangolo industriale Milano-Torino-Genova, ma anche del triangolo calciastico, quello delle tre città più scudettate della storia del paese, che non lasciano spazio alla provincia.

In allenamento, però, il ragazzo portoghese si iniziava a far notare, e nel centro sportivo di Novarello – una delle strutture più apprezzate nel calcio italiano – il suo nome e le sue giocate facevano parlare tifosi e allenatori. Il 12 ottobre esordì con la formazione giovanile allenata da Giacomo Gattuso contro il Livorno, e andò subito in gol. “La capacità di districarsi negli spazi stretti non è una caratteristica di poco conto nel calcio moderno, di Bruno mi colpiva proprio quest’aspetto” spiegò poi Borghetti. Presto, divenne chiarò a tutti che il campionato Primavera italiano gli stava fin troppo stretto. Intanto, la prima squadra stava vivendo un’altra stagione shockante, e si ritrovava a rischio retrocessione in Lega Pro: Attilio Tesser, il tecnico della promozione in A, era stato esonerato dopo dodici partite e una rotonda sconfitta ad Ascoli per 2-0; Gattuso era stato chiamato come traghettatore, e si era portato appresso due dei gioielli della giovanile, Fernades e il mediano Paolo Faragò, oggi al Cagliari. “Con il Cittadella la squadra è allo sbando, lui entra, da esordiente, ed è l’unico a dimostrare di poter cambiare la partita, con un bel tiro da fuori” ricorda Barbero. Il Novara perde, perderà tutte e tre le partite con Gattuso in panchina, il cui posto verrà rilevato da Alfredo Aglietti, ma ormai Fernandes era divenuto un membro della prima squadra.

Con Aglietti le cose iniziarono a cambiare: l’ex-allenatore dell’Empoli e delle giovanili della Sampdoria ristrutturò la squadra e ridiede motivazioni all’ambiente, dando a Fernandes un ruolo centrale nella manovra offensiva, il cui vertice era il centravanti argentino Pablo González. E finalmente, a inizio dicembre, il Novara tornò alla vittoria battendo 3-1 in casa il Padova. Nel mercato invernale, l’aggiunta in attacco dello svizzero Haris Seferović, in prestito dalla Fiorentina, donò alla squadra il tocco che le mancava, e dal penultimo posto iniziò una risalita fino al quinto e alla qualificazione ai playoff. Bruno Fernandes fu il vero protagonista di quella stagione, non solo per il suo talento ma anche per il modo in cui, dal suo ingresso in prima squadra, il Novara invertì la rotta anche grazie alle prestazioni. Come quella contro lo Spezia, sconfitto a febbraio per 6-0 con la prima rete tra i professionisti del portoghese. Ma anche perché un giocatore come lui, in azzurro, non si vedeva dai tempi di Silvio Piola, e come la dirigenza fosse riuscita a scovarlo a portarlo in Piemonte era parte di una piccola incredibile storia da calcio di provincia.

Dopo la vittoria sullo Spezia, Fernandes chiarì che lui non era intenzionato a fare un altro anno in Serie B: in pochi mesi, aveva dimostrato di essere fuori scala sia per il campionato primavera che per quello cadetto. Quando il Novara fallì la promozione ai play-off contro l’Empoli, il suo trasferimento all’Udinese fu ufficializzato; con 5 milioni di euro incassati, il Novara aveva completato la cessione più remunerativa della sua storia e consegnato al mondo del calcio il più grande talento mai passato dal proprio settore giovanile. Dall’Udinese passò poi alla Sampdoria, quindi tornò a casa con lo Sporting Lisbona, finalmente profeta in patria.