In quell’estate del 2000, le temperature rossonere aumentarono per il prestigioso acquisto di Redondo, fresco campione d’Europa con il Real Madrid e calciatore tecnicamente di assoluto livello. Sì, poi c’erano stati (tra gli altri) i vari Roque Júnior, il dimenticabile Dražen Brnčić, Dida o la meteora Júlio César, ma nella stessa sessione di mercato arrivò a Milanello un attaccante destinato a rimanere nel cuore dei tifosi: Gianni Comandini. Ben 20 miliardi furono investiti su quel ragazzo di Cesena che si sarebbe dunque ritrovato un compaesano ad allenarlo, ovvero mister Zac.

Nel Vicenza

Gianni veniva dalla Serie B (anche per questo fu considerata spropositata la spesa fatta per l’acquisto del cartellino), dove a Vicenza aveva appena vinto il campionato contribuendo con venti sigilli alla promozione dei berici. Bene anche con l’Under 21 guidata da Tardelli: nel 2000 Gianni fu uno dei protagonisti nella vittoriosa cavalcata europea.

L’aria di Milano odora del grande salto, quello che a ventitré anni può essere vissuto con il giusto approccio mentale. Comandini si presenta al ritiro con i classici capelli lunghi e indomabili, i Clash o i Metallica sparati in auto e con le credenziali di chi si è costruito da solo. Non piace particolarmente al presidente Berlusconi, non piace moltissimo ai compagni, tuttavia sembra avere delle doti importanti e l’atteggiamento rivolto al continuo sacrificio gioca a suo favore. In una serata d’agosto si presenta al pubblico di San Siro segnando nel preliminare Champions alla Dinamo Zagabria; era da poco entrato al posto di José Mari e il gol (suggerito dal bellissimo gesto tecnico di Albertini) fu un ottimo modo per accaparrarsi le simpatie della curva e favorire una gara di ritorno con i croati più “tranquilla” dal punto di vista del risultato.

In Nazionale alle Olimpiadi di Sydney 2000 

Solo che la vita vera non gira con gli stessi schemi delle favole e le storie possono presentarsi con mille imprevisti. Gianni soffre la concorrenza di Sheva e Bierhoff (non proprio due a caso) e quando c’è da rosicchiare un po’ di minutaggio viene lasciato poco al cesenate. Inoltre Comandini è perseguitato da acciacchi fisici (i dolori alla schiena saranno una presenza fissa nel corso della carriera) capaci di limitarlo nelle prestazioni e la numero nove sulle spalle, quella di Van Basten per intenderci, comincia a pesare. Pazienza, l’attaccante continua, nel possibile, a dare sempre il massimo… e negli allenamenti si spacca in due pur di riguadagnare la fiducia del mister.

Comandini nell’Atalanta

Allenatore che nel frattempo cambia: Zaccheroni, dopo il flop in Champions, viene esonerato e per la guida del club si sceglie in casa, dando l’incarico alla coppia Tassotti-Cesare Maldini, quest’ultimo ufficialmente direttore tecnico. Si arriva dunque a maggio con un Milan fuori ormai da tutto e che può ambire al massimo ad un posto in Coppa Uefa. Eppure non tutto è perduto, perché c’è ancora un derby da giocare che deve quantomeno alzare il morale: venerdì (in anticipo, causa elezioni politiche) 11 maggio 2001 va in scena Inter-Milan.

In settimana Comandini si era applicato come sempre, sputando il sangue come sempre, ma le cose gli riescono meglio del solito e nella testa di Cesare Maldini comincia a girare un’idea che poi prende corpo: “Gianni… domani giochi tu!”. L’ex Vicenza non si scompone, non è da lui lasciar troppo campo alle emozioni, ma dentro sente il fuoco vivo… e il gigante Bierhoff finisce addirittura in tribuna. Giusto diciannove minuti, appena diciannove minuti per siglare una doppietta all’incredulo Frey e all’Inter del suo ex allenatore in azzurro Tardelli: per il cesenate sono i primi due gol rossoneri in campionato… saranno anche gli ultimi. Nel secondo tempo si invertono le gerarchie del preliminare contro la Dinamo Zagabria ed esce per José Mari, ma ormai quella serata gli ha già regalato tutto. Nella ripresa arrivano le reti di Giunti (anche per lui sarà il primo e ultimo sigillo in campionato con il Milan), Sheva (doppietta) e l’imprendibile Serginho: Inter-Milan termina 0 a 6.

Nel Genoa

Comandini è ribattezzato da Pellegatti Sentenza, l’attaccante riempie tutte le copertine sportive e le porte sembrano finalmente aperte… eppure sarà solo un’effimera illusione.

Gianni viene venduto all’Atalanta per 30 miliardi (l’acquisto orobico più caro di sempre, secondo solo al recente Duvan Zapata) ma non si dimostrerà mai più all’altezza della situazione… né in A, né in cadetteria. Nel frattempo i guai fisici non lo lasciano respirare, le pressioni dei tifosi gli fanno odiare il calcio e lo stress comincia a bussare alla sua porta: a Terni l’ultima esperienza calcistica, prima del ritiro a neanche ventotto anni.

Comandini oggi

Qualcuno ci ha costruito la vita con il calcio, per Comandini, invece, la sfera di cuoio è stata solo una parentesi di questa esistenza. Si è aperto un ristorante, messo a fare il dj e soprattutto ha potuto girare il mondo. Sì perché i vetri oscurati dei pullman, le stanze d’albergo e i continui ritiri ti portano a fare chilometri ma non a viaggiare fino in fondo. E allora infradito, bermuda e tavola da surf sempre sottobraccio… non sarà stato il “nuovo Vialli”, ma l’eroe di una calda serata di maggio sì. A Gianni basta e avanza così.

Luca Fazi