Il Milan campione d’Europa ha in programma un acquisto clamoroso. Ed eccolo. Arriva alla Malpensa col volo delle 11,20 di domenica 23 giugno 1963. Il Milan aveva spedito un cablogramma invitando il cileno Leonel Guillermo Sanchez Lineros a non tardare per poter partecipare al Trofeo Città di Milano . L’hanno ribattezzato “Torneo dei Campioni” perché col Milan ci sono anche l’Inter del mago Herrera e il Santos di Pelè. Il regolamento del torneo consente l’utilizzo di quattro elementi non tesserati e provenienti da federazione straniera. In nome dello spettacolo e per consentire alle squadre di testare potenziali acquisti. Inizialmente il Milan smentisce la notizia dell’ acquisto di Sanchez. E’ solo un provino e poi si dice che Gipo Viani non l’abbia mai visto giocare. Volevano prendere Simoes, ma il Benfica lo ha dichiarato incedibile. Poi si è tentato con Pepe del Santos: niente. E Sanchez, con i suoi slalom, la sua abile difesa della palla e il sinistro esplosivo, può diventare la soluzione per il ruolo di “11”, che da tempo affligge i neo-campioni d’Europa.

La formazione del Milan che affrontò l’Inter
In piedi, da sinistra: Maldini, Rivera, Altafini, Benitez, Mora, Sani. Accosciati: Trebbi, Trapattoni, Pelagalli, Balzarini, Sanchez (da Magliarossonera.it)

Giacca e cravatta, soprabito sul braccio. Qualche sorriso per i fotografi. E’ arrivato quello che tutti in Italia conoscono come il calciatore-pugile, quello che in pochi minuti ha steso Maschio e David e l’ha fatta franca: “Mi fa molto piacere venire a giocare in Italia e non avrò nostalgie. Ho esitato quando mi hanno comunicato l’offerta del Milan perché temevo la reazione di mia moglie. Ma lei mi ha detto che se questo trasferimento dovrà essere un bene per la mia carriera e per la nostra famiglia, sarà ben felice di seguirmi in Europa”. Lo aspettavano il 22 all’aeroporto di Zurigo via Rio de Janeiro, ma non è arrivato.

Sanchez in allenamento

E forse questo al Milan non è piaciuto. Ma in quelle settimane lo vogliono tutti: Real Madrid, Juventus, lo stesso Santos, che pare abbia offerto trecento milioni. Ora c’è il Milan, che ha il diritto di convertire l’opzione in acquisto entro il 30 giugno al prezzo di centottantamila dollari concordato con l’Universidad de Chile. L’ingaggio verrà pattuito col calciatore.

La firma

Arriva in sede in via Donizetti per la visita medica. Ci sono il nuovo allenatore Luis Carniglia, Gipo Viani, Cesare Maldini e Mario David. Proprio lui, quello che ha preso un pugno. Accoglienza calorosa, la pace subito siglata. David e Sanchez si abbracciano. Sorrisi da copertina per i flash. Poi Leonel abbraccia Maldini. Firma dei documenti rigorosamente con la mano sinistra. Nel Torneo, Leonel Sanchez prenderà il posto di Barison ed è l’ unico cambio previsto nell’undici titolare.

Nella Nazionale cilena con Pelè prima di una sfida con la Seleção

L’affare sembra fatto, da Santiago confermano: sarà lui l’ala sinistra del Milan della prossima stagione. Si aggrega il pomeriggio per l’allenamento diretto da Nils Liedholm. Ci sono tutti e vogliono conoscere il nuovo . Lo aspetta anche Dino Sani , che si gioca con lui uno dei posti riservati agli stranieri. Traccia affettuosamente un suo profilo: ”Lo conosco bene per mia sfortuna. L’ho incontrato a San Paolo. Mi ha dato un calcio mentre gli voltavo le spalle, procurandomi una ferita appena sotto il polpaccio. Fuori casa è un coniglio. In casa è veramente pericoloso e non solo per il suo scatto e per il suo tiro. Ma perché non si sa mai se, quando calcia, vuol prendere il pallone o la gamba dell’avversario “. A Milanello, Leonel esercita subito il sinistro contro i portieri Liberalato e Barluzzi. Poi viene sottoposto a un lavoro supplementare insieme a Fortunato. “Sono a corto di allenamento. Mi sarebbero sufficienti dieci giorni per ritrovare la miglior forma”.

Accontenta ancora i fotografi e fa un giro per Milano. Va anche al Duomo . Ci sono con lui Gianni De Felice del Corriere della Sera e un certo D’Avanzo, dirigente dell’Universidad. Leonel non conosce l’italiano, serve un interprete. E si presta Luis Carniglia . “Non sono soltanto un mancino come mi dipingono. Tiro con entrambi i piedi e in Cile segno spesso. Non so se sarò in grado di fare altrettanto qui, ma ci spero. Non vorrei assomigliare a nessuna grande ala. Non sarò un grandissimo campione , ma non riesco a immaginarmi diverso da come sono. Garrincha , Pepe e compagni sono grandi, io sto bene così”.

La garra di Sanchez nel 1962 nel Mondiale cileno

Belle parole, la testa dei suoi interlocutori però è già altrove. E proprio in quel momento Leonel capisce che l’argomento della conversazione sta per ripiegare su quello che si aspettava . E può uscire da quel guscio invisibile in cui si è trovato appena sceso dall’aereo. Perché si parla della battaglia di Santiago, è inevitabile. Sa che per andare avanti deve tornare indietro. E all’inizio Leonel sta zitto. Ma stavolta non gli serve la traduzione, perchè ascolta e capisce tutto.

Prima di Italia-Cile al Mondiale inglese del 1966
Una sua caricatura

Poi, finalmente, prende la parola: “Guardi io non voglio farmi perdonare, perché credo di non aver fatto nulla che richieda un perdono. Voglio solo esprimere una buona volta la mia opinione su quell’episodio che voi italiani mostrate di ricordare così bene. Da quando si gioca a calcio, di pugni i giocatori se ne sono sempre dati e di incidenti in un incontro se ne sono sempre visti.  In quei giorni avevamo tutti i nervi a fior di pelle, giocatori e pubblico. Perciò di quel pugno parliamo ancora. Io non so se quella volta la ragione stesse dalla parte mia o di David. Certo noi due fummo protagonisti di episodi poco edificanti. Probabilmente avevamo entrambi torto e ragione. Eravamo tesissimi. David ha iniziato a colpirmi. Sono caduto, la palla mi era rimasta tra le gambe. Lì mi sono fermato, lui mi ha scalciato ancora e l’ho colpito col sinistro. Chi invece ebbe torto, solo torto, fu l’arbitro Aston. Dovevo essere espulso anch’io, ma l’arbitro non ha preso provvedimenti. David e io dovevamo uscire dal campo insieme perché avevamo sbagliato entrambi”.

Innocenti

Sembra davvero pentito. Anche sincero e soprattutto sollevato: “Fu un incontro che non ebbe nulla a che fare col calcio. Una partita terribile. Hanno pagato gli innocenti.  In un clima sbagliato perché i giornalisti italiani ci avevano descritto come un Paese del terzo mondo”.

Stella del calcio cileno

E a due anni dal più violento terremoto del ventesimo secolo che ha provocato tremila morti. Con Humberto Maschio si è incontrato poco più di un mese prima, quando è venuto a Milano per un ‘amichevole tra l’Universidad de Chile e l’Inter. Per la cronaca, vittoria meritata degli ospiti per 2-1 e primo gol splendido di Sanchez.

Con l’ Universidad de Chile: collezionò 386 presenze e mise a segno 167 reti

Ha preso anche una traversa e soprattutto ha calmato i compagni più aggressivi. Ma lui ricorda altro. “Avevo paura dei fischi. Non ne ho avuti. Quando sono uscito dallo stadio di San Siro, ho avuto applausi e i ragazzini intorno che mi chiedevano gli autografi”. Il giorno prima aveva incontrato Maschio in un ristorante di Milano: Leonel gli ha chiesto scusa per quella partita incredibile. “Ho colpito Maschio perché ha colpito Eladio Rojas a palla lontana. E qualcuno mi ha detto chi era stato”. Leonel ha sfruttato il caos seguito all’espulsione di Ferrini. Non aveva maturato la capacità di controllarsi . E’ andato da Maschio e gli ha detto: “Cosa fai tu qui con la maglia azzurra? Hai sbagliato campo. La tua squadra è l’Argentina, oggi gioca a Rancagua”.  Maschio è di Avellaneda, un quartiere di Buenos Aires dove per metà sono oriundi italiani. Si esprime in un italiano perfetto e con inflessioni lombarde.

Insieme a Jaime Ramírez

Non ci aveva visto più e gli si era avventato contro. L’indomani, col naso in pezzi, Maschio non aveva detto nulla. Sapeva di aver sbagliato anche lui reagendo violentemente. Tutto è pronto, Inter-Milan si gioca alle 21.30 del 27 giugno 1963. Arbitra Sbardella. I campioni d’Italia contro i campioni d’Europa. Per l’Inter: Bugatti, Burgnich, Facchetti, Masiero, Guarneri, Bolchi, Jair, Mazzola, Milani, Cinesinho, Corso. Per il Milan: Ballarini, Pelagalli, Trebbi, Benitez, Maldini, Trapattoni, Mora, Sani, Altafini, Rivera, Sanchez. “Nessun timore . Non sono intimorito dalle eventuali reazioni degli italiani . E sono sicurissimo di conquistare le loro simpatie”.

Davanti a 72.497 paganti (record d’incasso), Leonel Sanchez sembra impacciato, forse emozionato. E’ qualche chilo sopra i sessantacinque di peso forma . Manca anche l’intesa con i compagni. Forse qualcuno non gli passa la palla. Un paio di punizioni calciate alla sua maniera, qualche finezza. E ispira Gianni Rivera, che trova il terzo gol della serata. Nient’altro. “Nel secondo tempo non avevo fiato sufficiente”. Proprio quando entra Mario David . E da lui invece la palla arriva . Il Milan ha stravinto, 4-0. E Viani assolve subito Leonel: “Collaudo sufficiente, non si poteva pretendere di più da lui”. Invece Rocco, che è ai saluti, prima lo benedice : “Un giocatore intelligente, ha bisogno di lavorare. Non ha avuto molta fortuna”. Poi lo invita : “Sei arrivato giusto in tempo per scroccarmi una cena”.

Ballet Azul

In fondo non l’hanno fatto sentire un intruso, ma il rischio c’era. “Vorrei far presente che Mario David mi ha coperto di gentilezze”. E pare li abbiano anche accoppiati in stanza. Leonel se ne va a visitare Roma. Avanza intanto l’ipotesi di una sua cessione in prestito : lo vuole il Genoa, forse va al Torino in cambio di Peirò. Alla fine rientra in Cile.

In aereo si siede accanto a Benitez, l’ altro con cui si gioca un posto di straniero nel Milan. E il 12 luglio, a tre giorni dalla chiusura del mercato, Leonel ha capito che quel posto non si libererà. Protesta e dice che in Italia non verrà più. E’ stato scartato, si dice. “Ritengo poco dignitoso per la mia condizione di calciatore professionista attendere fino al 30 agosto per sapere se il Milan ha deciso di ingaggiarmi oppure no. Al Milan non sono venuto perché avevano offerto inizialmente duecentocinquantamila dollari per tre anni e poi hanno abbassato la cifra. Non ho accettato, non mi importa”. Preferisce tornare ancora indietro. “Gli italiani quel giorno non hanno giocato. Solo catenaccio”. Leonel è nato e cresciuto a Santiago, dalle parti di Parque Bustamante. Suo padre è stato campione nazionale e sudamericano di boxe, categoria piuma. “Mi diceva: Se ti piace il calcio, trova qualcuno che ti insegni. Se ti piace il pugilato, t’insegno io. Ma già a sei anni adoravo Raùl Toro Julio, delantero del Santiago Morning e gran jugador, un goleadorazo. Quando sono arrivato all’Universidad de Chile, avevo undici anni. Mio padre mi ha sempre accompagnato, mi dava consigli. Era il 1947. Sono andato via dall’Universidad de Chile nel ’69”. L’esordio in prima squadra a diciassette anni contro l’Everton de Viña del Mar: lo chiamano dalle giovanili, non gli danno il tempo nemmeno della doccia. “I soldi del primo stipendio li ho dati tutti a mia madre”. Titolare fisso a diciannove anni sia nella Universidad de Chile che nella Roja: il 24 gennaio 1956 la nazionale rifila un 4-1 al Brasile allo stadio del Centenario. Lui è scatenato, nemmeno Djalma Santos gli sta dietro: gol a Gilmar e due assist.

Con il francese Just Fontaine 

E’ diventato l’icona dei Ballet Azul, l’ irripetibile Universidad de Chile che vince sei campionati dal ’59 al ’69. Probabilmente la squadra cilena più forte della storia. “Erano anni meravigliosi. Abbiamo battuto il Santos e il Peñarol”. Con lui c’era l’altro bomber Carlos Campos, mentre a destra spingeva Luis ‘Fifo’ Eyzaguirre. Il titolo a cui è più legato è il primo: “Ho fatto un bel gol al Flaco Escutidel Colo Colo: 2-1”. Gioca anche il 26 luglio 1959, il giorno dopo la morte del figlio. “Don ‘Lucho’ Alamos  mi ha detto che toccava a me giocare. Volevo dimenticare, distrarmi, imparare a tenere duro”. Si racconta che, in un clasico dell’anno successivo, Leonel avesse familiarizzato con l’argentino Nakwacki dell’Universidad Catolica. Poi l’avrebbe fatto rotolare dalle scale dello stadio fino agli spogliatoi. Ma Leonel non ricorda. In quell’estate ‘62 la sua “U”, come tutti chiamano l’ Universidad de Chile, è l’asse portante della nazionale cilena. Ed è lui che trascina la Roja contro la Svizzera all’esordio mondiale, davanti ai settantamila del Nacional e al presidente Alessandri: partita dura, perchè erano andati sotto 0-1. Quel giorno Leonel Sanchez colpisce due traverse, un palo e segna il gol del pareggio prima della chiusura di tempo: la difesa rinvia corto, lui scatena il mancino. Suo anche il gol della sicurezza, lanciato in contropiede. Sul 3-1 una lunga melina per umiliare l’avversario. Poi il quarto di finale al freddo di Arica contro i sovietici. Sono passati poco più di dieci minuti. Il fallo su Armando Tobar è proprio a ridosso della linea dei sedici metri. L’arbitro olandese Horn è irremovibile: niente rigore, punizione. Da lì l’invito è più per un destro che per un mancino, ma Leonel Sanchez ha in mano la palla. “Dico a Jorge Toro: Fammi fare , Chino . Io ci credo . La colpisco con tre o quattro dita, nessuna angolazione”. Il signor Lev Yashin impietrito sul suo palo.

Leonel Sanchez oggi

“Justicia divina “ urla la radio come risarcimento del mancato penalty. E la gente si scatena. Ci faranno una serie televisiva. “Una punizione perfetta, uno dei gol più importanti della storia. Poi siamo tornati per prepararci per la semifinale. Stavamo facendo colazione, quando è arrivato il presidente. Proprio lui, Don Jorge Alessandri, per congratularsi con noi per la vittoria. Ma un cameriere , che era meridionale , non l’ha riconosciuto e non l’ha fatto passare. L’ha fatto accomodare nella stanza delle riviste. Alessandri poteva leggere solo El Mercurio . Poi ci ha detto ‘Grazie per la vittoria, continuate a impegnarvi’ “. In semifinale Leonel ritrova Djalma Santos , che stavolta lo mette in condizione di non nuocere (calcisticamente). Un terzo posto indimenticabile, forse irripetibile. Lui è capocannoniere. “Viva Chile. Sanchez più in alto di Gagarin”. I cinema proiettano le sue immagini come una rockstar. E’ uno dei primi calciatori a girare spot. Le donne lo venerano, fa anche un programma musicale in radio. E’ qui che torna felicemente dopo la fugace esperienza al Milan. E gli recapitano la convocazione nel Resto del Mondo : giocherà con Di Stefano, Pelè, Eusebio, Kopa, Rivera, Garrincha, Gento, Yashin e Masopust.

Silenzio stampa

Ci si qualifica faticosamente per i mondiali d’Inghilterra dopo spareggio con l’Ecuador. Leonel stavolta si deve battere anche per la maglia di titolare . E gli viene imposto il silenzio stampa , perché c’è di nuovo Italia-Cile. A un giornalista italiano scappa che Leonel Sanchez è “un pregiudicato speciale in materia di provocazioni” : nessuna reazione. Fino all’immediata vigilia. Adesso Leonel può parlare: “Se supera gli ottavi, l’Italia andrà in finale”. Sorride appena e stringe la mano all’altro capitano, Sandro Salvadore: c’era anche lui quel giorno a Santiago. Stavolta la Roja è la vittima predestinata (calcisticamente) ed esce subito. E per il tecnico Alamos, una delle grandi delusioni è stato proprio Leonel: “Scarso impegno , gli è mancato il cuore e il coraggio”. Ancora nessuna reazione. Due mesi dopo, domenica 11 settembre. Leonel viene visto a Santiago picchiare una donna per strada. A due passi ha appena parcheggiato un medico, si chiama Rodrigo Miranda . Non conosce la donna ma decide di intervenire per difenderla. Leonel picchia anche lui e infierisce sulla sua macchina: viene querelato da Miranda e va dritto in carcere. Quella donna è sua moglie. Finisce anche fuori dalla Roja. Rientra il 15 agosto ’67 nella sua Santiago: c’è l’Argentina , si vince 1-0. “Non ero un santo. Ero un piccolo bandito. Ma non ho mai fumato o tirato. Certo, se mi picchiavano, rispondevo sempre. E se non avessi fatto il calciatore, probabilmente avrei fatto il pugile”. Solo qualche anno fa è stato battuto il suo primato di presenze nella Roja.  ”Ma l’ Universidad è la cosa più grande, le devo tutto quello che ho”. Leonel si emoziona facilmente. Anche adesso gli capita di piangere per il calcio. Quasi come il giorno che venne venduto al Colo Colo. Non voleva piegarsi nemmeno quella volta. E ci giocò solo un anno.

Il Cile, sciaguratamente definito paese di “regrediti” da un giornalista italiano in quell’estate ‘62,  adesso è la più forte economia del Sud America. Leonel si è risposato, ha quattro figli e dodici nipoti. Non è stato mai espulso per gioco scorretto in carriera, ma per aver risposto a una violenza subita. E più di una volta. “Il miglior giocatore cileno di tutti i tempi sono io. Il numero uno. Oppure me la batto con Hormazabal, Melendez, Salas , Zamorano e altri. Ma il più grande di tutti è stato Pelè. Maradona no, è stato un cattivo esempio”. “Una volta mi hanno chiamato per tenere dei corsi di tecnica calcistica . Ho girato , è stata un’esperienza splendida. Ora mi piace molto insegnare nelle scuole calcio ai bambini del quartiere”. Sente di aver avuto quasi tutto dalla vita. Adesso, appena inizia a giocare la sua “U”, deve prendere un calmante. “Prima di andare in paradiso ho un solo desiderio: vedere lo stadio nuovo”. E forse lo intitoleranno a lui.

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it