Atmosfera natalizia, morbida e un po’ frenetica. Guido Tieghi gioca nel Novara, fa il centravanti, ma vive a Vercelli. Quella mattina sembra molto sereno. Mancano tre giorni alla diciassettesima di serie A 1948 – ‘49 e Guido giocherà Lucchese-Novara. E’ seduto dal parrucchiere sul corso Libertà, la via principale di Vercelli. Il salone è pieno di gente e quindi nessuno si accorge di quell’ agente in borghese che lancia un’occhiata all’interno e poi si ritira: “Ripasserò fra poco”.

Guido non alza nemmeno la testa. Prende un calendario profumato, allunga cinquecento lire di mancia. Saluta e fa gli auguri di Natale a tutti. All’uscita viene arrestato da tre agenti. L’accusa è quadruplice omicidio. C’è anche il questore, che sorveglia tutto da lontano. “Mi invitano a seguirli per una semplice informazione. Ma questa presunta informazione è durata tanto”. Non si sorprende perché in quei mesi è l’ennesimo interrogatorio che subisce. Viene caricato su una Fiat 1100 e condotto in questura. “Un’ora dopo mi trovo nella cella numero 6 delle carceri Beato Amedeo ”.

Guido Tieghi

L’arresto avviene proprio mentre il Novara annaspa nei bassifondi della classifica. Viene da tre sconfitte consecutive e, quando la domenica Guido non si presenta, Lucchese – Novara finisce 5-1. La questione si riduce, per così dire, alla partecipazione o meno di Guido a una strage . Quella avvenuta la notte tra il 6 e il 7 maggio 1945. Quando Guido Tieghi aveva vent’anni e combatteva coi partigiani nel biellese.

Tieghi nel Grande Torino

E’ ufficiale della 182° brigata Garibaldi con la carica di commissario politico. Giorni convulsi in cui la guerra rilascia le sue ultime cellule cancerose. Al Borgo Isola di Vercelli, il partigiano Felice Starda, soprannominato “il Bugia”, fa irruzione in una casa e uccide quattro persone inermi: le sorelle Laura ed Elsa Scalfi, Luigia Meroni e Luigi Bonzanini, ex-custode della Casa del Fascio.

Il movente non è politico: il Bugia voleva solo vendicarsi per essere stato respinto da una delle due sorelle . Dopo pochi giorni infatti, il comando partigiano, lo fa giustiziare. In qualche modo Guido Tieghi sarebbe coinvolto. Lo dichiara un altro partigiano, un certo Enrico Santhià . E la sua deposizione viene ritenuta credibile. Guido si difende dicendo di essere stato proprio lui ad avvertire il comando partigiano. E di averlo fatto subito. Con lui, per lo stesso episodio, vengono arrestati altri partigiani.  

“Dopo un periodo di isolamento durato diciassette giorni , chiedemmo di essere messi nella stessa cella , fummo accontentati e capimmo che la cosiddetta istruttoria era chiusa. Altrimenti l’isolamento sarebbe certamente continuato. Eravamo in cinque. I compagni della federazione comunista di Vercelli ci aiutavano in tutti i modi possibili. Ci avevano inviato viveri e libri per organizzare un vero e proprio gruppo di studio. Anche se mi ero fermato alle prime classi dell’istituto tecnico. Io leggevo, commentavo i punti salienti e quindi passavamo alla discussione . Studiavamo di solito dalle otto alle dieci, dopo che la campana del carcere aveva suonato il silenzio”

Una formazione del Livorno nella stagione 1952-’53. In piedi: Giudici, Ghezzani, Bertani, Cardoni, Torti, Petersen. Accosciati: David, Tieghi, Aliverti, Iardella, Salvador

 Per sua moglie Gisella è un Natale incredibile. “Conosco abbastanza mio marito e mi sento tranquilla. Attendo con fiducia l’esito dell’istruttoria”. I tifosi vercellesi adorano Guido, anche se è andato a giocare in altre squadre. Sono dalla sua parte. Dopo l’arresto, sui muri dello stadio si legge “Viva Tieghi” , proprio accanto a “Votate il Fronte Popolare”. Guido rimane dieci mesi nel carcere di Vercelli. Prigioniero, ma sempre libero. Dormendo su pochi centimetri di pagliericcio. Di notte dei compagni di cella, scorge solo la testa fuori dall’unica coperta. “Ricordavo i mesi passati in montagna durante la guerra partigiana. Lo stesso freddo, le stesse coperte. Ma niente sbarre. Noi, allora, per rompere le sbarre che imprigionavano la patria, lottavamo sui monti”.

Viene quindi trasferito a Genova, nel carcere di Marassi. “Un carcere modello, con impianti igienici perfetti e nel quale si ha un trattamento di prim’ordine. Ora posso dormire in branda”. E’ informatissimo sugli avvenimenti sportivi perché gli è permesso leggere i giornali . Trova anche il tempo di rileggerli e poi di impararli a memoria. Torna a studiare la lingua francese. “In carcere continuo a ricevere lettere di sportivi, artigiani, lavoratori. Sono molto commoventi. Le conservo tutte gelosamente. Un giorno sono venuti a trovarmi Carasso e Alberigo, compagni di squadra del Novara . Mi ha fatto molto piacere”.

Il carcere è molto vicino allo stadio:  “Essere vicino a un campo di gioco mi fa soffrire. Ogni domenica sento lo svolgimento delle partite e i boati della folla mi scoprono i nervi”. Quella domenica in cui a Marassi gioca il suo Novara, Guido fa il tifo come fosse la radio. Primo tempo quasi gradevole, ma due lunghi boati nella ripresa anticipano il risultato finale: Genoa-Novara 2-0. Centravanti potente, alto quasi un metro e novanta. Pur disponendo di piedi poco cortesi, ha la “castagna” e in area di rigore non si fa certo pregare . Nel piccolo carcere di Vercelli gli era consentito, con le dovute limitazioni, anche giocare a calcio. Nel carcere di Marassi è impossibile : “Sdraiato sulla brandina, gioco a occhi socchiusi le partite del passato. Come un vecchio filmino mi rivedo con la bianca casacca della Pro Vercelli. Il gol più strano della mia carriera al Savona quando correggo con la schiena senza accorgermene la traiettoria di un tiro”. Era riconosciuto come il miglior prodotto del vivaio della Pro Vercelli . Che , proprio grazie a lui, ha sfiorato la promozione in A nel primo campionato del dopoguerra. Se n’era accorto addirittura il Torino di Ferruccio Novo, che nel 1946 lo aveva acquistato per la cifra di un milione e mezzo : “Il presidente Novo per noi era come un padre. Mi ripeteva sempre che ero troppo buono , sia con la società sia sul terreno di gioco”. Guido è proprio così, lo dicono tutti.

Una foto del Novara 1948-’49 Guido Tieghi è il terzo da destra a fianco di Silvio Piola

Esordisce in Torino-Bari 2-1. E’ il 12 gennaio 1947 : “Che emozione quel giorno … Quando segno la rete, Grezar mi abbraccia . Rotoliamo a terra. Ho i lucciconi agli occhi e ventuno anni”. E replica nella trasferta di Modena. “Guglielmo Gabetto mi batteva una mano sulla spalla e mi diceva: ‘Tieni duro, sarai il mio successore’ . Era sincero e onesto Guglielmo .  Ricordavo una sera dell’estate ’47 all’albergo Cervo di Torino per la premiazione. Erano tutti belli, raggianti , intorno a Novo. Anch’io avevo ricevuto una bella medaglia d’oro quella sera”. Il Livorno si accaparra Guido per la stagione ‘47-‘48. Si rivela un grande centravanti : quattordici gol, che corrispondono a un terzo del bottino del Livorno. E nessun rigore. Bomber implacabile, comunista ed ex-partigiano : non può che diventare l’idolo della tifoseria livornese. Mette a verbale anche una tripletta all’Inter. Guido Tieghi è considerato tra i primi cinque centravanti italiani e si parla di Nazionale .

L’ultima partita del Grande Torino, a Lisbona contro il Benfica

Il Livorno decide però di cederlo, prendendo il buon Romano Taccola, che però viene da una famiglia fascista. E la tifoseria livornese non gradisce. Guido va al Novara neopromosso di Silvio Piola. “La squadra del mio cuore è sempre stata il Torino. Avevo giocato un’intera stagione con i campioni e benché fossi passato poi al Livorno e al Novara, i torinesi erano rimasti in cima ai miei pensieri”. Non potrà giocarci più. Almeno con quei compagni. E il carcere non c’entra. “Una mattina il secondino ci comunicò la sciagura. Non potevo pensare che Mazzola, Maroso, Ballarin, Castigliano e tutti gli altri miei ex-compagni fossero scomparsi così tragicamente. Tutto il Torino era morto, la mia vecchia squadra non c’era più”. Ma proprio quella notizia riesce a dargli la forza di continuare. Forse anche per loro. E poi, basta aspettare qualche giorno. Per la precisione tre. “Ricevetti una cartolina illustrata da Lisbona”. L’indirizzo era scritto da Castigliano. E poi le firme di: Bongiorni, Erbstein, Gabetto, Rigamonti, Ossola, Grezar, Menti, Mazzola, Loik, Maroso, Martelli, Ballarin, Bacigalupo e Fadini. “Erano i calciatori del Torino che si erano ricordati di me, che ero in carcere. Non mi fu dato di ringraziarli. Non potei seguirli nel mesto corteo che li accompagnò all’estrema dimora, fra il cordoglio di tutti. Che giorni tristi … Ho scritto al Torino che mi ha mandato un distintivo della società e una bella fotografia della squadra” .

“Ricordavo i viaggi in aereo e le risate che facevamo quando , a ogni vuoto d’aria, le orecchie del caro Loik cambiavano colore. E il vino che trovavamo a casa di Castigliano, vercellese come me . Eusebio mi diceva ‘Tieni alto il nome della Pro , Guido’. Ricordavo le pene di Baciga quando, essendo giù di forma, venne sostituito. Ragazzi d’oro e non c’erano più. Non sarei più andato a braccetto col biondo Valentino in via XX Settembre a Torino, per acquistare libri per il suo Sandrino…. E pensavo al dolore di Novo”. Il 30 dicembre 1949 il sostituto procuratore generale Datta chiede per Guido Tieghi il rinvio a giudizio per omicidio. Nella stagione ’49 – ’50 il Novara ha perso anche Piola per infortunio. Tutto sembra precipitare, ma lui resta fiducioso. “Sono certo che questo affare cesserà e potrò tornare allo sport. Mi sento bene , sono in forze e in un paio di mesi potrei riprendere la mia attività. Tanto più che il Novara sembra ne abbia bisogno…”. Due mesi dopo Santhià, il grande accusatore, cade in alcune contraddizioni che si rivelano determinanti. Poi viene arrestato per bancarotta fraudolenta e non depone bene per un teste. Viene chiesto un supplemento d’istruttoria. Ogni settimana, Gisella parte da Vercelli e va a Marassi a trovare Guido. Lui non vede l’ora di rientrare a giocare. Nonostante tutto. “Mia moglie durante un colloquio, m’informa che il Novara mi ha tagliato i viveri. Credo che pensassero che sarei uscito dal carcere coi capelli bianchi. Certamente influenzati dalla solita stampa , sempre pronta a infamare le persone oneste”.

Il 7 aprile 1950 la Sezione Istruttoria presso la Corte d’Appello assolve Guido Tieghi per non aver commesso il fatto . L’indomani alle 14 viene scarcerato. Gisella è sul posto con quattro ore di anticipo. Sono meno di un istante, dopo ventidue mesi di galera. Ad attenderlo all’uscita trova anche un dirigente del Novara e due calciatori del Genoa: Bergamo e Dante. Ma Guido non ha molta voglia di parlare. Vuole dimenticare: “Io ero certo di una sentenza favorevole. Sembra strano dopo tanti mesi di immobilità, ma ho desiderio di riposare. E spero di riprendere presto gli allenamenti e di giocare col Novara prima della fine del campionato”.

Migliaia di persone lo aspettano nella sua Vercelli. ‘Sapevamo che eri innocente. Ecco la prova’. Il Novara gli manda un autista per portarlo alla partita decisiva col Bari. E conta di fargli giocare le ultime quattro partite di campionato. C’è in ballo la permanenza in A. Il Novara sprinta e sorpassa proprio il Bari.  Guido torna al Livorno. Gioca, ma segna poco. Gli esperti lo ritengono fisicamente in ritardo. Forse anche la sua faccia è cambiata. Come se in campo ci fosse solo il suo fantasma. I livornesi lo venerano comunque, come se giocasse a calcio col fazzoletto rosso della brigata Garibaldi. E’ partigiano e lo sarà sempre. Intanto incassa anche il sigillo della Cassazione. Passa alla Reggiana in B, dove ritrova la via del gol : dieci in ventiquattro partite. E splendida doppietta nel derby col Modena. Poi due campionati nell’anonimato tra Livorno e Molfetta. E nasce Dario. Nel 1954 la sua Pro Vercelli è in Quarta Serie. Punta alla promozione ed è sul punto di acquistare Guido. Ma alla fine si tira indietro. E forse non ha fatto un affare. La risposta l’avrà subito.

Guido è andato infatti a giocare al Vigevano e si ritrova a lottare per la promozione. Nella settimana tra il 22 e il 29 maggio ‘55 c’è la doppia finale del campionato. Da una parte la Pro Vercelli e dall’altra proprio il Vigevano. Chi vince , è promosso in serie C. All’andata, Guido sbaglia un gol di testa che sembrava fatto. Finisce 1-1. Qualcuno sussurra che non abbia voluto colpire la squadra in cui era cresciuto, quella della sua città. Per lui, un’accusa ingiusta. Strampalata. Un’altra. Lo carica. Al ritorno gli arriva una palla buona. Sembra una di quelle che ha sognato un milione di volte in branda. E’ il gol della vittoria. I tifosi lo portano in trionfo, il Vigevano è promosso.

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it