“Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento”.

(Carmelo Bene)

Appariscente, sicuro. Tascabile eppure devastante. C’è stato un funambolo, prestato al calcio, che al pallone – che ormai andava facendosi sempre più scienza e produttività – restituì la generosità del gesto inconsulto, dell’arte per l’arte, dell’istante che si fa, a suo modo, storia. Senza mai perdere di vista, però, l’essenziale: il gol.

Nappi nella Fiorentina insieme al romanista Bruno Conti

Marco Nappi, zazzera bionda e il fulmine di guerra che fu, da calciatore, nelle aree avversarie. Ha giocato ovunque e ha sempre lasciato il segno. Ha fatto sognare la Curva Nord di Marassi, quella tinta di rossoblù. Con la maglia dell’Atalanta ha anticipato le gesta, oggi eroiche, del Papu Gomez.

Ritrovare Roberto Baggio e rocordare

Eppure chi ama il calcio e non ha tempo per sfogliare gli almanacchi, se lo ricorda per un divertissement che incantò pure i compìti tedeschi del Werder Brema.

Nella “rosa” della Fiorentina 1989-’90

Nappi giocava in Coppa Uefa con il numero sette in bianco sulla maglia viola della Fiorentina. Durante quella partita decisiva per la qualificazione dei viola alla finalissima, dalla sua area arpionò il pallone di testa e se lo portò a spasso per una quarantina di metri, tra gli avversari basiti.

Nappi con la maglia del genoa

Già, perché la palla se l’è incollata tra la fronte e quel naso che gli ingombrava tutte le figurine. Lo movicchia, lo tiene in equilibrio tra i biancoverdi germanici che sono praticamente fermi, inebetiti mentre il pubblico del Franchi gode, letteralmente.

Nell’Atalanta

Il 3 aprile del 1990, la Fiorentina, in quei giorni ispirata dall’estro di Roberto Baggio, artiglierà la finale di Coppa Uefa, divertendo e divertendosi nel momento più duro, più serio di tutta quella tiratissima competizione.

Ma chi racconta il calcio, troppo spesso, è prevenuto. L’avesse fatto Ibrahimovic, ancora oggi ne parleremmo come di un’epifania divina. Ma nel ’90 gli uffici stampa, evidentemente, non si pigliavano sul serio così come fanno oggi. E Marco Nappi, capace di restituire con un coup de theatre del genio l’irridente magia rusticana al circo del futbol, divenne “la foca monaca”.

Giovanni Vasso

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