“Machecazzo ha fatto…?!” Aveva fatto gol.

Seguì esultanza solitaria, tra i compagni frastornati. Ce ne fu uno che si mise le mani nei capelli, un altro che guardò smarrito verso la propria panchina. “Machecazzo ha fatto…”. Un altro che gli corse dietro, mica per abbracciarlo, voleva picchiarlo. Avversari di sasso, molta nebbia intorno.

Il gol che nessuno avrebbe dovuto segnare, lo segnò un brasiliano magro e allampanato. Si chiamava Moacir Bastos Tuta, aveva ventiquattro anni, il Venezia l’aveva comprato dall’Atletico Paranaense. Quello fu il giorno più complicato della sua vita.

Era inverno, era il 24 gennaio del 1999, la partita era Venezia-Bari, si giocava allo stadio Penzo, l’unico stadio al mondo che galleggia sull’acqua. Venezia e Bari stavano sull’uno a uno, ci stavano da un po’, in attesa di un finale lento ma scontato: non facciamoci del male. In campo erano d’accordo tutti, tranne uno. Che non sapeva, o fece finta di non sapere.

Tuta in Brasile, nel Flamengo

Lui: Tuta, “il Mostro della laguna”. Capitò all’ultimo minuto: arrivò un cross, lui saltò di testa e fece gol al portiere del Bari Mancini. In campo: smarrimento. L’arbitro fischiò la fine, nel tunnel che portava agli spogliatoi ci fu una rissa, Tuta si beccò un paio di pugni e disse: “Mi hanno messo al muro: volevano farmela pagare”. Fargliela pagare: gli avversari, ma pure i compagni di squadra. Il brasileiro candido disse ai giornalisti: “Maniero mi ha detto che non dovevo segnare perché doveva finire 1-1”.

A Venezia, sempre al centro dell’attenzione mediatica

Intervenne l’ufficio indagini della Federcalcio. Furono interrogati i giocatori delle due squadre.

Dalla stampa dell’epoca

La combine non fu mai provata. Tuta ne uscì come un idiota, uno che aveva serie difficoltà con la lingua italiana: “Bisogna fargli le domande, dirgli le risposte e lui fa sì o no con la testa”, malignò un compagno di squadra. La vicenda finì in farsa, con l’inviato di Strìscia la Notizia Valerio Staffelli che qualche tempo dopo si presentò al campo di allenamento del Venezia. Consegnò il “Tapiro d’oro” a Tuta, gli diede una pacca sulla spalla, applausi, linea al Gabibbo, due minuti di pubblicità.

Poco tempo dopo quel pomeriggio d’inverno in cui segnò il gol che nessuno avrebbe dovuto segnare, Moacir Bastos Tuta lasciò l’Italia nell’indifferenza generale. La carriera lo portò a girare il mondo, tra il Brasile e la Corea del Sud. E sempre fece il suo mestiere di centravanti. Segnò gol, ne segnò molti e ogni volta cercò negli occhi dei compagni una risposta: ho fatto bene, stavolta?

Furio Zara