Nel calcio di strada, dove le regole sono diverse da quello che si gioca nel rettangolo verde, c’è un ruolo imprescindibile. Così come il portiere era, di solito, il più scarso del gruppo, il più ganzo (e pigro) di tutti faceva ‘o ‘mpustatore.

La classe di De Falco

In italiano, letteralmente, si dovrebbe tradurre “impostatore”. Ma non sarebbe il regista, che imposta il gioco. È invece l’attaccante di rapina, che staziona stabilmente di fronte al portiere avversario, impostando (cioé attendendo, facendo la posta) l’ultimo passaggio da schiantare nella rete immaginaria in mezzo ai pali fatti di pietre, giacconi, zaini.

Nel Cesena 1978-’79

A lui basta poco, spesso è davvero fortissimo tecnicamente ma non ha voglia di sudare per donare, agli altri, la gloria del gol.

Nella Triestina

Uno dei “re” degli “impostatori”, negli anni ’80, è partito da Pomigliano d’Arco per diventare principe (del gol) a Trieste. Il suo nome è Franco De Falco, ma tutti, lì dove ancora lo amano e continuano a dedicargli club dei tifosi della gloriosa Alabarda, lo chiamano Totò.

Con Zico dopo una sfida tra gli Alabardati e l’Udinese

De Falco arrivò quasi in sordina dal Catania, nella stagione 1981/82. Eppure al primo anno segnerà dodici volte. L’exploit vero, però, l’anno successivo. Dove, in coppia con Tiziano Ascagni, trascina la Triestina in Serie B dopo diciotto anni di assenza. Fu un’annata eccezionale per De Falco: venticinque gol, da solo, in 33 partite. E segnati nella serie C pesante e ultrafisica di quegli anni.

Quando Totò occupava le pagine patinate delle riviste sportive

Lui era proprio un “impostatore”, prestato al campo regolamentare. Non torna a difendere, non pressa l’avversario, aspetta solo che gli arrivi il pallone per fare gol: oggi sarebbe un mostro. Eppure, nell’area piccola era tremendo.

Implacabile rapace d’area

Aveva l’intuizione dei campioni, il fiuto del gol e un discreto bagaglio tecnico. Ne segnerà, di reti, in tutta la sua avventura straordinaria a Trieste, ben ottantadue.

Idolo del popolo triestino

In B, gli alabardati fanno sognare i tifosi che sognano il ritorno in A. De Falco si conferma goleador (14 il primo anno, 16 il secondo)e, quando il rendimento inizia a calare, cambia aria. Ma dove non spira la Bora, non si confermerà mai ai livelli triestini. Solo con l’Alabarda segna e convince, la conduce alla seconda promozione in B dopo l’improvvida retrocessione nell’anno in cui la società l’ha ceduto alla Salernitana.

Nella Reggiana (figurine “Panini”)

Questa, la stagione 1988-89, sarà l’ultima stagione da calciatore a Trieste. Scenderà prima in C2 poi ritrova la B a Reggio Emilia dove gioca con regolarità le sue ultime stagioni da professionista, dal 1991 al 1993.

Ma si torna sempre là dove si è stati bene. De Falco a Trieste è tornato da direttore sportivo prima e perfino allenatore nell’era Tonellotto. Ebbe il coraggio di mettersi in gioco, con una dirigenza così invasiva che presto diventerà invisa alla piazza generosa e orgogliosa cui aveva promesso la serie A. Ma a Trieste, forse anche per questo, a Totò – che con la maglia rossoalarbardata ha segnato più di tutti, tranne dell’eterno Godeas – gli vogliono ancor più bene di prima.

Giovanni Vasso

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