“Forte la mano teneva il volante, forte il motore cantava…non lo sapevi che c’era la morte quel giorno che ti aspettava”

Così cantava il poeta cantautore Francesco Guccini in un brano dedicato all’amica Silvana ma quelle parole, toccanti ed altamente commoventi, sarebbero la cornice funerea adatta pure alla storia di Vittorio Mero… e purtroppo di tanti altri ancora. Sì perché quando sei ragazzo il memento mori non può che essere, come è giusto che sia, il concetto più distante degli infiniti viaggi mentali fatti in gioventù. Vittorio aveva tanto e quell’amore incondizionato per la vita lo portava giorno dopo giorno a godere delle piccole/grandi cose che lo circondavano; i suoi genitori, l’amore di una donna e da un anno mezzo l’arrivo di un figlio che l’emozionò all’inverosimile come nessun riconoscimento sportivo avrebbe mai potuto fare… Vittorio non aveva tanto, aveva tutto. Come le persone dall’animo buono, il difensore di Vercelli era il primo a trovare parole di conforto per l’amico in difficoltà o per il compagno che magari non viveva un periodo semplice.

Quel lavoro in maglietta e calzettoni l’affrontava con la stessa passione di quando, nemmeno maggiorenne, cominciava ad affacciarsi nel professionismo grazie al Casale. Gli anni scorrevano così come le categorie avanzavano per un calciatore distante tecnicamente dai migliori al mondo ma ben consapevole dei suoi limiti e fortemente intenzionato a limitarli con la nuda e cruda fatica…e tutti i sacrifici lo spinsero a passi lenti ma decisi fino in Serie A, con il Brescia. Il punto più alto? Sicuramente quella finale di Coppa Intertoto del 2001 giocata al Parco dei Principi; entrò nella ripresa per rilevare Kozminski e contribuì per lasciare inviolata la propria porta nonostante una brutta “clientela” come Anelka e compagni. Il punteggio fra andata e ritorno non gli sorrise ma la smorfia più infame la ricevette dal destino (e da un conducente di un autocarro) qualche mese più tardi. In quel maledetto 23 gennaio 2002 si giocava al Tardini per un Parma-Brescia valevole come primo atto della semifinale di Coppa Italia e Mero, “approfittando” della squalifica, stava tornando a casa per riabbracciare sua moglie ed il piccolo. L’autostrada A4 scorre velocemente e quel padre desideroso di rivedere il proprio figlio rievoca facilmente il X agosto di pascoliana memoria: la rondine non torna al nido, Vittorio pure. C’è un altro padre invece, Salvatore, che da quando il figlio gioca cerca in tutti i modi di seguirlo e pazienza se c’è una squalifica in corso perché in fondo quei ragazzi sono i compagni di squadra del suo ragazzo e vanno tifati anche dietro ad uno schermo…la tv resterà accesa a lungo. Maledizione!

I lombardi si stanno giocando uno storico accesso alla finale, Mazzone suona la carica, c’è entusiasmo eppure improvvisamente in quello stadio girano decibel inferiori a quelli di una chiesa. Qualcosa sta succedendo, qualche tifoso ha sparso la notizia ed Emanuele Filippini è uno dei primi a comprendere la situazione. Cerca visi amichevoli, sguardi confortanti ma segnali positivi manco a pagarli. Il cuore dello “sceriffo”, come veniva chiamato Mero, ha smesso di battere alle 13:55 e quella partita in programma non può che essere rinviata; il calcio è vita e passione allo stato puro, come può esserci spazio per la morte? Roby Baggio chiama a raccolta il gruppo per invitarlo a rientrare negli spogliatoi e le lacrime disegnano i volti di ognuno. Il soprannome sceriffo gli era arrivato in dote dalla fantasia di mister Sonetti che voleva evidenziarlo per le sue doti carismatiche all’interno dello spogliatoio: non un urlatore seriale ma un leader silenzioso ed ugualmente incisivo.

Dicono che i 27 anni siano fatali per le rockstar maledette ma su quel pezzo di strada, in quel giorno e con quella stessa età, terminò la sua corsa pure un ragazzo completamente agli antipodi rispetto ai protagonisti dello spettacolo. Serietà, professionalità e soprattutto bontà…questo era Vittorio. Ha abbandonato il mondo lasciando un figlio da crescere a sua moglie e a noi, amanti del calcio e dello sport, un ricettario di buoni insegnamenti riguardanti le vere cose importanti della vita. Il padre Salvatore avrebbe voluto in tutti modi non sentire quella notizia passata in diretta tv; la voce rotta ed incredula che annuncia la triste realtà è impossibile da dimenticare. Le immagini che continuano a scorrere sono in perfetta contrapposizione al corpo del genitore, completamente inerme a qualsiasi sollecitazione…da quel momento nulla è stato più come prima. Chi era Mero? Con tutta probabilità nessuna frase sarebbe dignitosamente esaustiva per descriverlo e allora è più saggio ricorrere alle immagini, specialmente a quella raffigurante un gruppo di amici che si stringono a cerchio, tenendosi per mano, guardando fissi per terra quella maglietta numero 13. Ecco chi era Mero! Tante situazioni perse e altrettanti momenti sfumati per quel fottutissimo incidente ma forse il rimpianto maggiore spetta al figlio del calciatore che non vedrà mai in prima persona quanto grande fosse il padre.

“Non lo sapevi che c’era la morte, quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”.

Ovunque tu sia, riposa in pace Vittorio.

Luca Fazi