Arena Garibaldi, domenica, poco dopo l’ora di pranzo. In attesa che inizi la partita, ovvero la parte meno interessante della giornata allo stadio, i tifosi del Pisa ingannano il tempo cantando in coro. Il lettore filologo perdonerà se non riportiamo il testo della canzone; al di là del fatto che spesso i testi dei cori da stadio sono di valore letterario discutibile, ciò che succede immediatamente dopo è talmente sublime da obliterare qualunque altro particolare.

 

I tifosi del Pisa al “Comunale” di Torino nel 1982, nella trasferta dei nerazzurri contro i granata.

 

Capita infatti che il direttore del coro, un capo tifoso del Pisa noto come «Bavone», ravvisi una qualche mancanza di impeto nell’accompagnamento ritmico al canto, il quale (come in ogni composizione da stadio che si rispetti) è dato da battiti di mani.

 

La proverbiale scaramanzia di Anconetani.

 

 

Dopo aver ottenuto l’attenzione dei coristi con un rutto più sonoro del solito, il direttore invita i professori d’orchestra a seguire la ritmica con una precisa indicazione tecnica («Ragazzi, battete tutti le mano») seguita, come di prammatica, da una robusta invocazione alla Madonna, visto che d’altronde è domenica.

 

Dal foyer, uno degli strumentisti di ripieno fa notare al direttore una vistosa imperfezione nell’invito, dicendo a pieni decibel: «Bavone, è plurale». E Bavone, senza scomporsi, accetta l’annotazione e la trasmette al resto degli esecutori: «È vero. Avanti ragazzi, battete tutti le mane, forza!». E giù moccoli.

 

 

La voce stentorea da stadio – quella che riesce a sovrastare agilmente il rumore della partita, i borborigmi degli spettatori e il fischio dell’arbitro – è uno dei motivi principali per andare allo stadio a vedere il Pisa. Uno, ma non il solo: perché il Pisa Sporting Club di peculiarità che lo rendono un club unico al mondo ne ha avute parecchie.

 

Klaus Berggreen e “Wim” Kieft.

 

Spesso, ad esempio, in una curva ci sono parecchi animali, anche se sotto le mentite spoglie del bipede; ma un’unica squadra di calcio in Europa ha avuto un autentico animale come presidente. Nel 2002, infatti, il Pisa Calcio vide la presentazione di Gunther IV, nuovo presidente nonché proprietario della società. Il nome del presidente già suggerisce qualcosa: infatti, Gunther IV era un cane. Un bel cane, a essere sinceri. Un pastore tedesco che si diceva vivesse a Miami, nella ex villa di Madonna. Il feeling non durerà troppo: già nel 2003 il cane e il padrone, Maurizio Mian, vireranno i loro interessi e lasceranno il Pisa Calcio in pasto ad altri tipi di bestie.

 

Spettacolare volo plastico del portiere Alessandro Mannini.

 

Meglio, molto meglio, occuparci del periodo glorioso della squadra della città, quando il Pisa militava in Serie A, sognava l’Europa e acquistava campioni. Anche qui, sotto la guida di un presidente più unico che raro: Romeo Anconetani, che a dispetto del nome veniva da Trieste, e a dispetto di tutti portò una squadra di provincia ai vertici del calcio italiano.

 

Anconetani tra gli anni 1980 e 1990, durante una puntata della trasmissione tv “Parliamo con Romeo” a lui dedicata.

 

Al tempo di quello che molti considerano l’unico vero presidente del Pisa, la voce stentorea ufficiale dell’Arena era un altro tachicefalo, il buon Cristiano Militello, non ancora noto a livello nazionale, ma già conosciuto e atteso in curva per le sue geniali incursioni vocali nel corso del match. Memorabile, in tal senso, il tormentone che accompagnò Ivano Bordon nel corso di un Pisa-Inter di Coppa Italia, durante il quale il portiere di riserva della Nazionale, ma titolare dei nerazzurri milanesi da vari lustri, parò il parabile, l’imparabile e l’impensabile. A un certo punto, una voce (stentorea, ovviamente) incominciò, a intervalli regolari, a chiamare dalla curva Nord: «Ivaaaanooo…».

 

Berggreen con la maglia strappata del Pisa, nella partita della Serie A 1985-‘86 contro la Juventus.

 

Intervalli regolari, metronomici, al termine dei quali immancabilmente la voce riappariva, instancabile: «Ivaaaanooo…». Dopo quaranta minuti, quasi al termine della partita, Bordon venne punto dal sospetto che l’Ivano in questione non fosse in curva, ma in campo, e si voltò. E la voce, con perfetta scelta di tempo, completò il messaggio: «Hai sempre fatto càa! Ma proprio oggi?».

 

Il brasiliano Dunga.

 

Presidente all’epoca, come detto, il mai dimenticato Romeo. Uomo vulcanico, tirannico, lunatico, scaramantico. Tutto il necessario per essere odiosi.

 

 

 

In realtà, dai tifosi (ovvero coloro che lo vivevano abbastanza da lontano) Romeo era amatissimo proprio perché umano. Umano come noi, e come noi preda delle sue superstizioni, che vinceva scaricando in campo pacchi e pacchi di sale: prima di una partita col Lecce, arrivò a 26 chili, e prima di una partita col Milan arrivò al punto di prenotare tutte le stanze dell’albergo che avrebbe occupato la squadra lombarda la sera prima per condire adeguatamente tutti i pavimenti.

 

Been (a sinistra) al Pisa nel 1989, mentre discute con il milanista e connazionale van Basten.

 

Oppure assistendo alla partita in panchina, immobile, con le dita incrociate per tutti e novanta i minuti. Ma, soprattutto, amato per quanto ci capiva di calcio.

Quanto questa competenza fosse vera o presunta, non sappiamo giudicarlo.

 

Diego Simeone con la maglia del Pisa.

 

Romeo è passato effettivamente alla storia come un vero e proprio talent scout, grazie ai campioni presi quando erano ancora cuccioli, come avvenne letteralmente per Carlos Caetano Bledorn Verri, detto per l’appunto «Dunga» (il nome brasiliano del nano senza barba di Walt Disney). Appurato che il Cucciolo in tacchetti di tenerezza ne ispirava non troppa, bisogna riconoscere che in quel caso Romeo pescò un gran giocatore.

E nel Pisa Sporting Club hanno militato stranieri di ogni tipo, dai veri campioni ai bidoni più assoluti. Tra i veri campioni il baffuto Klaus Berggreen, il brevilineo Mario Been, e il nostro preferito, l’altissimo e sgraziatissimo Willem Kieft. Anche se, all’inizio, l’olandese non convinse proprio tutti: è storicamente accertabile come il pennellone di Amsterdam, arrivato con in tasca il titolo di Scarpa d’Oro europea, nella prima parte della stagione fece indubitabilmente senso. Poi, quando la fiducia del tifoso stava pericolosamente per concludersi e l’attaccante numero 9 era ormai divenuto «Skieft», l’olandese in una partita casalinga contro il Catania si inventò un gol in rovesciata talmente magnifico e inaspettato da provocare reazioni di ogni tipo, dall’esultanza all’infarto (non scherziamo). Da lì in poi, mantenne.

Ma parlare dei campioni, pur se emozionante, non è certo divertente quanto ricordare la lunga sequenza di ignoranti del pallone che hanno vestito il nerazzurro. Fuori classifica, ovviamente, il famoso Caraballo, di gente che al pallone dava del costoro l’Arena ne ha vista non poca. Il nostro favorito rimane a tutt’oggi Paul Elliott (foto sotto) difensore inglese statuario sia nel fisico che nelle capacità psicomotorie, unico uomo al mondo in grado di cacciare il pallone fuori dallo stadio di suola.

 

Non male anche Francis Severeyns, arrivato pure lui con il titolo di capocannoniere del campionato belga, e che affiancò Lamberto Piovanelli nella stagione 1988-‘89. I due erano letteralmente l’uno l’opposto dell’altro: Piovanelli, goffo e legnoso, in grado di segnare con qualsiasi parte del corpo tranne i piedi (leggendaria una sua rete di pube, ci sembra contro l’Udinese), e che però faceva carrettate di gol, e il belga tecnico, aggraziato e rapido, e che non segnava manco da dentro la porta. Perché il bello è questo: Severeyns era davvero un ottimo giocatore, che purtroppo a Pisa non dette il meglio di sé, riuscendo dove nemmeno i più estremisti fra i pessimisti avrebbero ipotizzato. L’attaccante belga (foto sotto, in allenamento), in ventisei partite, non centrò la porta nemmeno una volta: zero reti, che fornirono un gran numero di valide ragioni per rispedirlo a fine anno in Belgio, dove riprese orgogliosamente a segnare, chiudendo poi la carriera nella compagine del Cappellen.

Vero che Anconetani di bidoni ne dribblò parecchi: come Hugo Maradona, che venne offerto al Pisa e snobbato dal buon Romeo prima di andare ad Ascoli a dimostrare che la genetica non è tutto nella vita; o come Ivica Šurjak, caso curioso di attaccante che con la maglia dell’Udinese riuscì nella non facile impresa di prendere più traverse che reti. Però, non sarebbe giusto non ricordare in che modo il Pisa prese il giocatore in assoluto più forte e talentuoso della propria storia.

Era l’ultimo giorno di mercato del 1990, e il Pisa non aveva ancora completato la rosa, quando dall’Argentina arrivò un fax con un elenco di giocatori non ancora ventenni. Informazioni a dir poco laconiche: foto, ruolo, altezza, peso. Un po’ poco, per capire il talento di un giocatore, ma non certo per uno come Romeo. Il quale, dopo aver esaminato il fax, disse con piglio deciso: «Quetto qui e quetto qua. Soprattutto quetto qua. Mi garba, ha la faccia decisa». «Quetto qui» e «quetto qua» erano José Antonio Chamot e soprattutto Diego Pablo Simeone, che dopo il Pisa vestirà le maglie di Atletico Madrid, Inter e Lazio, e della Nazionale argentina. Della quale diverrà anche capitano ai Mondiali del 1998. Gli stessi in cui il capitano del Brasile è Carlos Caetano Bledorn Verri, detto «Dunga». Due ex giocatori del Pisa, con al braccio la fascia delle due nazionali più prestigiose del mondo. A volte, ci vuole competenza; a volte, un po’ di culo non guasta.

Mario Bocchio

Info: Marco Malvaldi racconta il Pisa calcio, “Corriere della Sera”