A Castelceriolo, in Frascheta, il 27 luglio 1897 nacque Adolfo Baloncieri, uno dei giocatori più forti che abbiano mai vestito le maglia della Nazionale e del Torino. E tra i numeri 10 granata, Baloncieri, è quello più famoso dopo Valentino Mazzola.

 

Adolfo Baloncieri e Emilio Carli Moretti. Due colonne degli anni ’20: Baloncieri il re dell’attacco e Moretti (in realtà aveva un doppio cognome) pilastro della linea mediana.

 

In Nazionale mise a segno venticinque reti; considerando che allora non c’erano le difese a zona e gli Azzurri non giocavano così tante partite, realizzare venticinque goal in quarantasette partite è stato qualcosa di leggendario, come tutta la trentennale carriera di questo centravanti arretrato dai piedi buonissimi e dalla visione di gioco sopraffina. Provò poi a ripetersi da allenatore anche su panchine prestigiose come quelle di Roma, Sampdoria e Milan, oltre che del Toro, dove iniziò la sua seconda carriera nel 1931-’32 come vice di Aliberti nell’ultima stagione da calciatore.

 

Milanese-Alessandria 1-3, campionato 1922-’23. Baloncieri cerca di sfuggire ad un difensore.

 

E proprio da qui bisogna partire per tracciare la sua parabola granata: in suo nome infatti nacquero i Balon Boys, il settore giovanile del Toro che dal 1928 iniziò a produrre campioni in serie divenendo una scuola di vita oltre che di tecnica. Fino a sedici anni Baloncieri aveva vissuto da emigrato in Argentina, sul rettangolo verde si trovava a suo agio sia come regista che come finalizzatore del gioco.

 

Con il Torino, avversario dei Grigi, nel mitico “Filadelfia”.

 

 

 

 

Di Adolfo si accorse il conte Enrico Cinzano che lo portò al Toro nel 1925 per 70 mila lire: c’era da spezzare il dominio della Juventus e nessuno poteva riuscirci meglio di Balon nonostante avesse già 28 anni. Baloncieri, dopo gli esordi all’Alessandria, fu fedelissimo ai colori granata, indossati dal 1925 al 1932 per 192 volte con 97 reti, un bottino straordinario per uno che punta non era.

Con Julio Libonatti e Gino Rossetti (foto a Fianco) trascinò il Toro ai primi successi. Si completavano a vicenda anche se Baloncieri era il più forte, giocando come assist-man e goleador, regista e leader del gruppo per doti morali ed intelligenza tattica.

 

In Nazionale con il leggendario portiere spagnolo Zamora.

 

 

Sincera ma inquietante la sua verità sullo scudetto revocato del 1927, prima gioia toccata ma subito naufragata della storia granata: secondo lui il Toro l’aveva regolarmente comprato, “ammorbidendo” non solo Allemandi ma anche Rosetta. Ma la stagione seguente trascinò i compagni alla meritata rivincita: fu il primo scudetto, stravinto dalla squadra migliore che poteva vantarsi di avere come fulcro uno dei più forti calciatori di sempre. Segnò 30 reti disputando tutte le partite di campionato: addirittura 7 quelle rifilate alla Reggiana nel 14-0 del 5 febbraio 1928. Mai prima e dopo di lui un giocatore del Toro è riuscito a segnare tante reti in una stessa partita: è l’unico record che gli è rimasto, l’unico dato che lo fa conoscere a chi ignora la storia del Toro.

Mario Bocchio