Un altro Puliciclone non ci sarà più
Set 30, 2022

“Da una vita alleno solo i bambini, perché loro mi ascoltano. Non sono come i grandi, che credono di essere tutti fenomeni. I bambini vogliono solo imparare e questa è per me la cosa più bella”.

Paolino Pulici, ribattezzato Puliciclone da Gianni Brera, 172 gol, uno scudetto, una Coppa Italia e tre volte capocannoniere, solo e sempre con il Toro, racconta sul Foglio, la sua favola con gli occhi incantati e il cuore semplice di un eterno bambino. Da 22 anni il suo scudetto sul petto sono i pulcini del Tritium, la squadra di Trezzo sull’Adda, a un tiro di schioppo da Milano. Una volta Puliciclone – ricorda Antonello Sette – ha detto che i bambini, che allena più volentieri, sono quelli senza un padre e una madre.

Pulici (a destra) e il suo gemello nell’attacco granata, Francesco Graziani, festeggiano la vittoria del campionato 1975-’76

  “Gli orfani non hanno retropensieri e neppure altri stimoli. Capiscono, prima degli altri, che nella vita è importante fare quello che più ti piace. Poi, se sei un fenomeno, meglio per te. Se non lo sei, va bene lo stesso, perché ci sarà sempre un altro gioco e un’altra corsa”.

Quanto è distante la saggezza antica e umile di Paolino Pulici dal calcio moderno?

“Quando da ragazzino arrivai al Filadelfia, iniziarono con l’insegnarmi che cosa volesse dire indossare la maglia del Toro. Oggi la dedizione non è più richiesta”.

Lei è amato e glorificato dai tifosi granata, come solo i morti di Superga e Gigi Meroni. Come vive la dimensione di un monumento in vita?

“Non è semplice. Non lo è mai stato. Anche perché è una dimensione, che deve convivere con la necessità di andare avanti nella vita normale. Senza tradire quello che ti porta dietro dal passato. I bambini del Tritium, in questo senso, mi aiutano, giorno dopo giorno”.

Puliciclone rappresenta idealmente il tifoso del Toro, perché è un uomo umile con ideali forti?

“Credo che il motivo sia, soprattutto, un altro. I tifosi vanno allo stadio per vedere dei gol, non il tiki taka che va oggi tanto di moda e che un tempo si chiamava melina. Una perdita di tempo, che indispettisce chi aspetta che qualcosa accada. Il tiki taka è tutto il contrario della mia filosofia di calcio e di vita”.

Pulici (al centro) premiato nel 1976 per il suo terzo e ultimo titolo di capocannoniere del campionato italiano; alla sua sinistra, il presidente torinista Orfeo Pianelli

Nell’immaginario collettivo lei è associato a un altro attaccante, Ciccio Graziani, che poi, però, scelse di andare alla Roma.

“Lui era romano e tifoso della Roma. Io sono dovuto andare via dal Toro, perché dicevano che non ero più all’altezza di giocare con quella maglia. Fosse dipeso da me, sarei rimasto sino all’ultimo gol e all’ultima partita. Sono, però, orgoglioso di non aver tradito me stesso e di aver continuato a dare tutto, anche giocando con altre maglie”.

È vero che arrivava al campo di allenamento su una Mercedes rosso amaranto?

“Andare in giro con quel colore, dipinto anche sull’automobile, è stato una bella soddisfazione. Il Toro è stato la mia vita. Mi ha insegnato a essere uomo. Mi ha insegnato a vincere”.

Che cosa le manca del calcio giocato?

“Vedere il pallone che gonfia la rete e sentire l’entusiasmo dei tifosi. Brividi unici, che purtroppo nella vita di tutti i giorni non si ripetono”.

In azione durante un derby di Torino

Quale è stato il giorno più bello della sua carriera?

“Quando rivincemmo uno scudetto, dopo quelli del grande Torino. Fu un’impresa grandiosa”.

E quello che vive ancora come un incubo?

“Il giorno peggiore è stato quando mi hanno detto che non potevo più giocare con la mia maglia, anche perché non pensavo di essere diventato scarso, da un giorno all’altro”.

Chi glielo disse?

“Me lo disse uno che è stato dentro tante squadre e ha fatto tanti casini. Un certo Moggi. Quando Orfeo Pianelli si è sbarazzato del Torino, ha venduto tutto e tutti, meno il cartellino di Paolino Pulici, che mi fu regalato.  Sono stato il primo calciatore italiano a diventare padrone di sé stesso”.

Ha un rimpianto, che ancora le scuote l’anima?

“Rimpianti non ne ho o, quantomeno, sono riuscito a rimuoverli tutti. Sono sempre io. Uno che ha sempre ascoltato tutti quelli che gli hanno insegnato qualcosa e che ora è felice quando un bambino lo ascolta”.

La Nazionale? Avrebbe potuto giocare di più con la maglia azzurra?

“Quello è un rimpianto inutile. Doveva andare così, perché evidentemente qualcuno aveva deciso che quelli del Toro in Nazionale dovevano giocare poco”.

C’è oggi un bomber in cui si rivede?

“No, nessuno, anche perché, come dico sempre ai tifosi che me lo chiedono, noi giocavamo per fare gol e per fare gol bisogna tirare. Oggi ci sono partite, in cui i tiri in porta non arrivano neppure alla doppia cifra. Il nulla. I tiri dovrebbero essere almeno uno ogni due minuti, cinquanta a partita, o poco giù di lì. Il calcio moderno non mi piace. A noi ci avevano insegnato che dovevamo tirare, in porta e nella vita. Non è più così. Oggi è tutta una inutile melina”.

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