Grasso come un pascià
Apr 28, 2022

Il caso di Diego Arizaga suscita stupore, anche a diversi decenni di distanza: pescato in Portogallo dal Torino a inizio anni Sessanta, lasciò l’Italia dopo due stagioni. Senza un solo minuto in campo, ma con le tasche piene di milioni. Cosa accadde?

Esploso con i colori dello Sporting Lisbona, Diego Arizaga era un talentuoso centravanti – spesso utilizzato come interno – che finì sotto i riflettori del calcio nostrano nei primi anni Sessanta. Nato in Argentina il 21 febbraio 1936, era arrivato in Portogallo nel 1958 proveniente dall’Estudiantes La Plata. Grazie a un articolo pubblicato da Lo Sport Illustrato nel giugno 1964, ricostruiamo la sua incredibile vicenda in Italia. Nell’estate ’62, il brasiliano Fernando militava nel Palermo. Suggerì al suo dirigente Vilardo i nomi di Diego e Faustinho, giocatori appunto dello Sporting che avevano giocato in passato con lui. Fu così che la società rosanero – come racconta Fabio Ornano – li portò in Sicilia e li fece giocare in un’amichevole contro il Corinthians. Diego Arizaga fu opzionato dal Palermo, grazie a un compromesso depositato in Lega per la cifra di 30 milioni di lire.

Nello Sporting Lisbona

Però accadde una cosa imprevedibile. Anche il Torino, alla ricerca dei sostituti di Baker e Law, buttò uno sguardo sul mercato straniero. Il general manager dei granata, l’ungherese Emil Ostreicher, si vide sfuggire Del Sol che firmò per la Juventus. Ma gli fu proposto l’argentino Arizaga. Ostreicher si mise in contatto con lo Sporting Lisbona, il quale si guardò bene dal rifiutare un’offerta doppia rispetto a quella ricevuta dal Palermo: per Arizaga fu firmato quindi un secondo compromesso, senza che il Torino sapesse la verità.

Il Palermo protestò, reclamando la propria posizione di prelazione sul giocatore. Come risolvere la questione, peraltro creata dalla condotta censurabile dello Sporting? Il Torino, determinato nel voler ingaggiare Arizaga, sborsò 60 milioni (che Palermo e portoghesi si spartirono equamente) più un’altra decina di stipendio al calciatore e altri 10 per la tassa d’importazione. Sulle doti del centravanti-interno, che i granata non avevano mai visto giocare, ecco la rassicurazione nientemeno che di Béla Guttman, tecnico del Benfica: “Diego è un grande giocatore”. Tutti tranquilli, allora: non restava che vedere all’opera il nuovo numero 9.

Gerry Hitchens
Arizaga praticamente non giocò mai, ad eccezione di qualche amichevole

L’imbarazzo fu palpabile quando, visto per la prima volta in maglietta e pantaloncini, Diego Arizaga si mostrò a tutti visibilmente panciuto – descritto nientemeno che “grasso come un pascià, che fatica a muoversi” – ma Ostreicher, che l’aveva portato in Piemonte, giurò che il Torino avesse tra le mani un giocatore più forte di Baker e il quale necessitava solo di rimettersi in forma. Diego iniziò con esercizi ginnici, saune e dieta, per smaltire in fretta i chili superflui. Intanto la maglia numero 9 venne data a Locatelli, in attesa del rientro dell’argentino. Il quale, la notte, rimetteva in corpo i chili con una condotta irresponsabile.

Morale? Il Toro ripiegò sull’inglese Hitchens, che poteva però essere tesserato solo dopo il benservito ad Arizaga: andò al Catania in prestito gratuito, con stipendio pagato dai granata. Il centravanti fantasma, che con il Torino non aveva disputato un solo minuto, ebbe l’ardire di impuntarsi una volta saputo del trasferimento. Così pretese qualche altro milioncino e la promessa del rinnovo per la stagione seguente. Il club depositò da un notaio una cambiale da 5 milioni a favore di Arizaga come garanzia.

Riscoperta al giorno d’oggi, la condotta del Torino sull’affare fa sorridere per l’ingenuità ad oltranza nell’aprire i cordoni della borsa, per ungere di milioni un vero e proprio “bidone”. L’allenatore del Catania Di Bella si guardò bene da schierarlo. Finita la stagione, con il giocatore in vacanza, il Torino cercò disperatamente di piazzarlo. Si offrì il Mantova, offerta rifiutata dai granata in quanto ritenuta troppo bassa. Arizaga si presentò inaspettatamente nel ritiro di Aosta, dove si allenava il Torino di Nereo Rocco. La società cercò di piazzarlo in Francia e Belgio senza fortuna, e si vide costretta a rinnovargli il contratto dietro restituzione della cambiale. Rimase ancora nei quadri granata per un’annata, facendo qualche comparsata nelle partitelle settimanali e in qualche amichevole. Stanco di non giocare, si mosse in autonomia per cercare una nuova squadra in Portogallo dove godeva ancora di buona fama. E così si chiuse un’incredibile storia fatta di incompetenza e superficialità, che costò al Torino oltre 100 milioni di lire in due anni, senza che il “grande campione straniero” avesse disputato un solo minuto.

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