Sempre oltre le critiche
Mar 18, 2022

Ha diretto la Nazionale italiana dal 1966 al 1974, portandola a vincere il suo primo Campionato europeo e al secondo posto ai Mondiali del 1970, in Messico contro il Brasile, dopo aver superato una storica semifinale contro la Germania Ovest. Ha anche allenato squadre come Atalanta, Fiorentina e Roma, mentre da calciatore è stato anche al Milan, Bologna, e Fiorentina. Senza molto successo.

Il 12 febbraio 1919 nasce a Trieste Ferruccio Valcareggi. È cresciuto nella stessa città in cui è venuto al mondo, che si trova a nord-est dell’Italia vicino al confine con la Slovenia con accesso al mare in quello che è noto come il Golfo di Trieste, tra la penisola italiana e la penisola istriana.

Da piccolo ha giocato per la Ponziana, squadra triestina, con la quale ha battuto a 13 anni la squadra più importante della città: la Triestina. Una settimana dopo, la squadra dell’Alabarda integra nelle sue fila Ferruccio Valcareggi. L’Alabarda, l’arma iconica del Medioevo, è il simbolo di Trieste, compare sul suo stemma e sulla sua bandiera, oltre che sulla maglia della squadra di calcio.

Valcareggi si formò nella Triestina, debuttando tra i professionisti. L’esordio in A avvenne il 27 febbraio 1938 contro il Genoa allo stadio di Valmaura, quando scese in campo come centrocampista titolare. Sino alla fine della stagione 1937-’38 giocò sette gare. Sapeva sfruttare la sua stazza e resistenza, supportando la difesa ma anche raggiungendo l’area e costruendo giocate offensive.

Valcareggi alla Fiorentina nei primi anni 40

Acquisendo subito una maglia da titolare si mise in mostra e venne così osservato da varie squadre tra il 1937 e il 1940. Le sue prestazioni gli permisero di essere ingaggiato dalla Fiorentina per 200mila lire di allora. Nel campionato ’40-’41 giocò praticamente sempre, segnando sette gol. Formò un bel gruppo con Giuseppe Baldini, Giacinto Ellena ed Ernesto Matteo Poggi, da non confondere con il suo coetaneo, il difensore Luigi Poggi.

Continuò negli undici titolari fino alla stagione ’42-‘43, senza vincere titoli,  a metà del 1943 arrivò in prestito al Milan. L’ avanzata delle truppe alleate su Germania e Italia portò alla sospensione di molte attività, tra cui quella calcistica. Questa drammatica realtà impedì a Ferruccio Valcareggi di giocare ufficialmente con la maglia rossonera, essendoci solo gare minori.

Ferruccio Valcareggi, a destra, nella partita tra Atletico Piombino e Genoa dell’8 febbraio 1953

Venne ceduto al Bologna, per poi ritornare alla Fiorentina per un’altra stagione tra il 1947 e il 1948, giocando 33 partite di Serie A. Lasciò poi la Viola per firmare per il Vicenza in Serie B, giocando dal 1948 al 1949. Quindi Lucchese e Brescia e Piombino.

Proprio la sua ultima squadra da calciatore divenne la prima da allenatore. A dire il vero all’Atletico Piombino, in B,  arrivò come calciatore-allenatore nel 1952, appendendo le scarpe al chiodo nel 1954, ma continuò come tecnico fino al 1955. Senza risultati positivi, retrocedendo anche in Serie C.

Si accordò con il Prato, sempre in Serie C nel 1955 e dopo una stagione venne promosso in Serie B nel 1957, ma nel 1959 scese nuovamente al terzo livello del calcio italiano.

Alla guida della Nazionale italiana

Nella stagione ’56-‘57 vince il Seminatore d’oro, il più importante premio per un allenatore taliano nel suo paese.

Viene ingaggiato dall’Atalanta nel 1959, da poco promossa in Serie A, rimanendo in panchina con i  bergamaschi fino al 1962. Prosegue quindi la carriera alla Fiorentina con la quale conclude sesto nella stagione ’62-‘63. Nell’annata successiva ha solo il tempo di  guidare la squadra nella Coppa Piano Karl Rappan e nelle prime sette date del campionato, perché poi viene esonerato dall’incarico dopo la sconfitta a Vicenza, aspramente criticato per le scelte. Ritorna all’Atalanta per il torneo ’64-‘65, senza ottenere nulla di straordinario.

Il suo grande momento arriva quando nel luglio del 1966 assume la carica di commissario tecnico della Nazionale italiana.

La sua prima grande sfida è stata la qualificazione all’Europeo del 1968, dopo che nella fase a gironi ha dovuto affrontare Romania, Svizzera e Cipro sia in casa che fuori. Una prestazione quasi perfetta, un solo pareggio e cinque vittorie, conquistando il primo posto nel Gruppo 6.

Mexico ’70, la Nazionale svedese dopo il gol dell’Italia (Angelo Domenghini, 10′)

Nei quarti di finale gli Azzurri sconfissero la Bulgaria in doppia gara: persero all’andata a Sofia per 3-2 il 6 aprile 1968. Ma nella partita di ritorno a Napoli al San Paolo , sconfissero 2-0 i bulgari con le reti di Pierino Prati (14′) e Angelo Domenghini (55 ‘). Nella semifinale contro l’Unione Sovietica pareggiarono a reti inviolate ai supplementari e tutto si decise con il lancio di una monetina che regalò all’Italia il pass per la finale dell’Olimpico di Roma.

Nella finale giocata l’8 giugno 1968, l’Italia ha affrontato la Jugoslavia davanti a circa 68.800 spettatori. Le marcature sono aperte dalla stella Dragan Džajić per gli jugoslavi al 39′ e si deve attendere sino all’80’, quando Domenghini pareggia chiudendo la gara sull’1-1. Si rende necessario ripetere il confronto due giorni dopo.

Il 10 giugno, con metà del pubblico, l’Italia batte 2-0 la Jugoslavia con Gigi Riva al 12′ e Pietro Anastasi al 31′ conquistando il primo Campionato europeo della storia, replicato solamente nel 2021 dai ragazzi di Mancini a Wembley contro l’Inghilterra. Zoff, Facchetti, Domenghini, Mazzola e Riva vengono scelti come membri del dream team. Valcareggi dal canto suo ottiene il suo secondo Seminatore d’oro grazie a questa vittoria.

Valcareggi Ct dell’Italia nel 1974, a Coverciano con Sandro Mazzola e Fabio Capello

A questo punto Ferruccio Valcareggi prepara la sua squadra al Mondiale del 1970 in Messico. La fase di qualificazione è simile a quella di Euro 1968. Agli Azzurri tocca il girone con Galles e Germania Est. Un solo pari con la DDR e poi tre vittorie. Al Mundial l’Italia rientra nel Gruppo 2 con Svezia, Uruguay e Israele. Batte gli scandinavi 1-0, ma pareggia con la Celeste e con gli israeliani, alla loro prima grande ribalta.

Con il presidente federale Artemio Franchi e i due grandi rivali, Gianni Rivera e Sandro Mazzola

Con più dubbi che certezze, Valcareggi inizia ad essere criticato per aver lasciato fuori dall’undici titolare il fuoriclasse del Milan, il centrocampista creativo e tecnico Gianni Rivera, facendolo entrare solo nel secondo tempo.

Gli italiani mostrano un miglioramento, evidente nel 4-1 nei quarti di finale contro il Messico. In semifinale disputano una delle partite più dure e combattute nella storia della Coppa del Mondo, quella contro la Germania Ovest.  Che perde 4-3 ai supplementari, grazie al gol proprio di Rivera. È stata e rimarrà per sempre la Partita del secolo.

Europeo ’68, l’Italia di Valcareggi festeggia il successo dopo la doppia gara di finale contro la Jugoslavia

In finale c’è il Brasile di Pelé, Gerson, Rivelino, Jairzinho e Tostão, che confeziona un inappellabile 4-1. Le cause della sconfitta sono da attribuire alla qualità della rosa dei Verdeoro, alla fatica degli Azzurri per il match precedente, ma per stampa e tifosi italiani il mancato inserimento di Rivera è stato un peccato mortale,

Nonostante il secondo posto, Valcareggi ha continuato come cittì fino al 1974, quando l’Italia viene eliminata dal Mondiale nella Germania Federale già nella fase a gironi, finendo terza dietro a Polonia e Argentina e davanti ad Haiti.

Con Enzo Bearzot

Valcareggi proseguirà la sua carriera di allenatore senza molto successo, per ritirarsi dall’attività nel 2004, per poi morire un anno dopo.

La sua eredità non si traduce solo nella vittoria dell’Europeo del 1968 ma anche in un modo di dirigere che venne riconosciuto dai suoi colleghi, come Enzo Bearzot, il tecnico campione del mondo nel 1982, che lo videro come un esempio da seguire. Un insegnante. “Ho imparato da lui a difendere i giocatori, a costo di litigare con la stampa –  disse Bearzot – Sembrava che non avesse reagito alle critiche, ma in realtà le assorbì lentamente a modo suo. E anche in questo senso ho capito qualcosa, mi ha fatto capire come controllare lo stress. Io sono friulano e continuavo ad arrabbiarmi, mentre lui, da buon triestino, era straordinariamente calmo forse perché vedeva sempre il mare davanti a sé”.

Mario Bocchio

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