“L’è arivà l’alter dì da Pola”
Feb 10, 2022

Nella prima gara amichevole che disputò in rossonero contro la Juventus Italia – il 7 settembre 1924, sul terreno casalingo di viale Lombardia – per nulla emozionato, Rodolfo Ostromann scaraventò quattro palloni in fondo al sacco avversario. Come racconta Luca Dibenedetto ne “La nazionale di Fiume. Istria e Dalmazia”. Uno spettatore, assiduo frequentatore delle tribune, chiese agli astanti pieno di meraviglia, in milanese stretto: “Ma chi l’e li lu? Da dò el vegne fo chel negher lì?” (Ma chi è quello lì? Da dove salta fuori quel negro?). “Par vun che fracà i passon…” (Pare uno che spacca i pali). “L’è arivà l’alter dì da Pola”, (è arrivato l’altro giorno da Pola), replicò pronto il tifoso accanto informatissimo. Pochi metri oltre la balaustra, Vittorio Pozzo (tecnico dei rossoneri) seguiva in piedi l’andamento del match e ascoltò compiaciuto (era stato lui a volerlo fra i diavoli, assieme all’altro polesano Giorgio Cidric) quel breve dialogo fra supporters, condividendone i contenuti e sorridendo divertito nel sentire l’appellativo, un tantino dispregiativo, col quale identificarono il suo nuovo bomber. Da allora, anch’egli per quel suo colorito brunito, prese a chiamare “El negher”, “Il negro” quell’attaccante che aveva tutte le caratteristiche per piacergli: coraggio da leone, scatto bruciante e conclusione al fulmicotone che difficilmente risparmiava i portieri.

Debutto ufficiale di Ostroman contro la Sampierdarenese

Uno forte, potente, devastante, che non conosceva la paura e che a Pola nell’Edera veniva già considerato un predestinato. Concreto nel Milan che lo proiettò sulla scena calcistica nazionale, nella Triestina, nel Legnano, nel Cagliari e nel Grion, dove con 31 primavere sulle spalle perse la gioia di scendere in campo per tornare dieci anni dopo, da monumento, a guidare dalla panchina lo stesso club, nell’ultimo breve tratto della sua storia sportiva.

Figurina anni Venti

Nelle 262 partite ufficiali da lui giocate segnò 94 gol in tutte le maniere: di testa, di destro, di sinistro, in acrobazia, d’astuzia, con la bordata da lontano, saltando il portiere in dribbling. Combattivo ma leale, non fu mai espulso e sfiorò, quand’era al Milan, anche la maglia azzurra della nazionale.

L’avrebbe indossata senza problemi se soltanto avesse accondisceso alle pressioni delle gerarchie in camicia nera, intenzionate ad ogni costo a cambiargli il cognome troppo “tedesco” nel più tricolore “Pasqualini”. Rudy li mandò a farsi benedire prima della firma dei Patti Lateranensi e mise una pietra sopra il desiderio di giocare per l’Italia.

Terminata l’epopea rossonera s’avvicinò a casa, alla Triestina, contribuendo con 26 reti in 64 match all’inserimento del team alabardato nei ranghi della novella A, prima e alla salvezza clamorosa, poi. Passò come una meteora da Legnano, dove visse nel ricordo delle imprese meneghine, mentre a Cagliari fu l’artefice della permanenza fra i cadetti di quel primo “Casteddu” del mitico Erbstein. Alla soglia dei trent’anni tornò a Pola con il portafogli carico di banconote, motivato a trasmettere i segreti del football ai giovani virgulti del capoluogo istriano. Giocò altri due anni, poi aprì un bar e da dietro il bancone, col suo carisma si lasciava ascoltare ricordando episodi e imprese del “balon d’antan”, dispensando consigli su come muoversi al cospetto di difese agguerrite.

La famiglia Ostroman a Fiume il 22 giugno 1915
Rudy Ostromann nell’estate del 1924 sulla spiaggia di Stoia, poco prima di partire per Milano, sponda rossonera

Sferzate di energia e buonumore che fecero appassionare ancor più gli avventori amanti del pallone. Inevitabilmente in quelle stanze scorse l’aneddotica del calcio indigeno. Nel dopoguerra scelse di rimanere nella Jugoslavia di Tito e quando se ne pentì era ormai troppo tardi per cambiare vita. Un destino il suo, segnato da troppi fantasmi che lo agitarono.

Ostroman contrastato da De Prà
Rudy negli anni Cinquanta

Il carcere e le tante volte che dovette aprire e chiudere un locale. A nemmeno 57 anni varcò la soglia di Monte Ghiro per il riposo eterno. Troppo presto per uno che aveva fatto “ballare il samba” a Rosetta e Caligaris e “bruciato” le dita al grande Combi.

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