Nereo Rocco, il celebre “Paron”, lo definì “l’attaccante dei miei sogni”
Dic 14, 2021

Leggendo il capitolo che Jonathan Wilson, nel suo più volte citato bel libro Behind the curtain, dedica alla Bulgaria, capita che il lettore distratto s’imbatta in una clamorosa scoperta e in una dolente conferma. La scoperta è che il calciatore più forte della storia del calcio bulgaro, almeno secondo un referendum popolare avvenuto nel 2000 (dopo quindi l’esaltante exploit americano simbolizzato dall’indimenticabile incocciata di Yordan Letchkov), non è, come si potrebbe pensare, il già Pallone d’oro e talento pazzo Hristo Stoičkov, bensì – come ci ricorda “Lacrime di Borghetti” – un oscuro protagonista in bianco e nero degli anni sessanta bulgari, Georgi Asparuhov detto “Gundi”, capace con la sua morte prematura (a ventott’anni appena compiuti) di trascendere subito dalla categoria terrena di campione a quella divina di mito. La conferma, invece, è che, nella vita come nel calcio, il caso lascia sempre la sua impronta indelebile sullo scorrere degli eventi, e molto spesso la lascia sul ciglio dello strada.

“Gundi” in azione

Vratsa è uno strano luogo in cui morire. A poco più di cinquanta chilometri a nord-est di Sofia, incastonata tra le montagne e il lago, è probabilmente uno dei pochi centri turistici del paese danubiano. Addirittura, la sua fama ha varcato i limiti della realtà, tant’è che leggendo la saga di Harry Potter si scopre che la squadra locale di quidditch, i temibili Vratsa Vultures (“gli avvoltoi”), sono stati campioni europei per ben sette volte. Georgi Asparuhov, però, quel 30 giugno del 1971, a Vratsa ci era andato non per assistere allo sport dei maghetti (a lui il quidditch aveva sempre fatto schifo), ma per giocare una partita amichevole in onore dei cinquant’anni della squadra locale, il Botev. L’ennesima festa finita nel sangue. Ma andiamo con ordine.

La classe di Asparuhov 

Georgi Asparuhov nasce nel 1943 a Reduta, un sobborgo residenziale di Sofia che prende il nome dal fortino militare che lo sovrasta dalla collina. Sin da ragazzino dimostra di essere innatamente portato per ogni tipo di sport, ma compiuti i sette anni, il padre, Asparuh Rangelov, grande tifoso del Levski Sofia,  non ha indugi nell’iscriverlo nelle giovanili calcistiche della sua squadra del cuore. Dopo neanche due ore di allenamento, gli si avvicina l’allenatore dei ragazzini, Kotse Georgiev: “Non capisco noi cosa potremmo insegnare a tuo figlio. Lui è un calciatore nato”. Asparuhov mantiene le promesse e con il Levski vince due titoli giovanili nel 1960 e nel 1961. Quest’ultimo, però, è l’anno della maggiore età, che lo costringe a svolgere il servizio militare, in particolare presso la scuola militare del CSKA Sofia, i rivali cittadini, dove però almeno si può continuare a giocare a pallone. Con la prima squadra del CSKA Gundi arriva a giocare anche un’amichevole, al termine della quale, tuttavia, il lungimirante staff tecnico decide che il ragazzo non è all’altezza del CSKA, e lo spedisce con raccomandata senza ricevuta di ritorno nell’oscura mediocrità del Botev Plovdiv. Quella che si dice non una grande idea.

Un primo piano di Asparuhov, con la maglia del Levski Sofia

Il Botev, nonostante sia la compagine della greca Filippopoli, già – grazie all’imperatore romano Marco Aurelio, che la ribattezzò Trimontium– capitale storica della Tracia, è una squadra sfigata, avendo in bacheca solo una finale di coppa bulgara persa nel 1956. Rabbrividiamo. Sei anni dopo quella sconfitta, il riscatto arriva con Gundi, che, con i suoi venticinque gol (in quarantasette partite), spinge il decano del calcio bulgaro (tra due anni si compierà il centenario del club) al successo nella coppa nazionale e ad un prestigioso secondo posto in campionato. Come se non bastasse, cinque gol del bomber Asparuhov regalano al Botev i quarti di finale dell’edizione 1962-‘63 della Coppa delle Coppe. In pratica, Gundi elimina da solo prima i rivali dello Steaua Bucharest e poi gli irlandesi dello Shamrock Rovers. Ci pensa l’Atletico Madrid a mandare a casa i gialloneri con un sonoro 4 a 0 casalingo, ma era comunque dai tempi di Marco Aurelio che la città non arrivava così in alto.

A Plovdiv ci hanno anche provato a trattenerlo, ma il richiamo del Levski è troppo forte per non essere seguito. Così, nell’ottobre del 1963, Asparuhov torna nella sua squadra e già al primo tentativo si scatena, siglando ventisette reti e regalando al Levski il primo campionato nazionale dopo dodici anni di attesa. Asparuhov però non si limita ad incantare le platee patrie, approfittando delle partite di Coppa dei Campioni per deliziare anche il pubblico continentale. Nonostante una sua tripletta il Levski viene eliminato dal Benfica, ma a fine partita il grande Eusebio lo descrive come “uno dei giocatori più forti che abbia mai incontrato”. Qualche vecchio milanista sessantottardo magari si ricorderà di una sua doppietta ai rossoneri in Coppa delle Coppe nella stagione 1968-‘69, che fece esclamare a Nereo Rocco che quello era “il centravanti dei suoi sogni”. In patria, poi, non ce n’è per nessuno, e grazie a Gundi il Levski s’impone altre due volte in campionato e in coppa di Bulgaria. Per essere eletto dal pubblico, a distanza di trent’anni, come miglior giocatore nella storia del tuo paese, è evidente però che non basta la gloria di un club. È in nazionale, allora, che l’epopea di Asparuhov raggiunge le sue vette più alte. Gundi gioca tre fasi finali dei Mondiali, e contro l’Ungheria segna, nell’edizione del 1962, il primo gol di sempre della sua nazionale nella storia della competizione. Èil gol della bandiera (l’Ungheria vince 6 a 1), ma è pur sempre un gol che rimane negli annali. L’istantanea di un vita lo coglie però nel tempio di Wembley, durante un match amichevole contro gli inglesi freschi campioni del mondo (grazie, ricordiamolo, a una svista clamorosa del guardialinee azero Tofik Bakhramov, cui è dedicato lo stadio di Baku. Evidentemente, oltre al petrolio, in Azeirbagian non manca neanche l’autoironia). Asparuhov raccoglie il pallone poco oltre la linea di centrocampo, scatta verso l’area di rigore, si libera agevolmente del suo marcatore e, con la serena freddezza del campione, lo deposita in rete con un preciso sinistro angolato per quello che è il gol dello storico pareggio.

Prima di tornare al dramma finale, Wilson ne riassume così le gesta: “Forte in aria e naturalmente dotato di grande abilità tecnica, ha collezionato cinquanta presenze (e 19 gol) con la sua nazionale, ed è stato capace di mettere a segno la bellezza di 150 reti in 244 partite con il Botev e il Levski. Tuttavia, non sono stati solo questi numeri a renderlo una figura così popolare, quanto soprattutto il suo carattere allegro, generoso e carismatico e la sua lealtà ai colori del Levski”. Il suo “carattere generoso”. Come direbbe Carlo Lucarelli, è un dettaglio importante, mettiamolo da parte. Proprio il Levski affronta i nemici del CSKA nella partita finale della stagione 1970-‘71, seguendo in classifica i cugini di soli due punti, ma con una differenza reti così inferiore che il titolo è, purtoppo per Asparuhov e compagni, comunque già compromesso. Tsvetan Vesselinov segna nel primo tempo l’inutile gol decisivo per il Levski, ma il vero momento cruciale dell’incontro, lì dove il caso inizia la sua opera di morte, arriva verso la fine della partita, quando Plamen Yankov entra duramente sulle gambe di Asparuhov. Molti, oggi, concordano che il fallo è stato duro ma non cattivo; tuttavia Asparuhov, in modo del tutto inaspettato, non la prende bene e reagisce nei confronti dell’avversario, costringendo l’arbitro Aleksandar Shterev a cacciarli entrambi. Ancora oggi, Yankov continua ad insistere che se Asparuhov non avesse reagito, l’arbitro non avrebbe neanche fischiato fallo. E, soprattutto, probabilmente Asparuhov sarebbe ancora vivo.

In quegli anni, gli anni del trionfo della burocrazia statocentrica sovietica, la commissione disciplinare della federcalcio bulgara ci metteva almeno quattro giorni a prendere le sue decisioni. Al contrario, per decidere del caso Asparuhov, ci vuole solo una giornata, al termine della quale i giudici bulgari optano per squalificare per tre giornate entrambi i giocatori. Dispensato così dagli ultimi allenamenti stagionali prima del rompete delle righe, in vista della finale della Coppa dell’Esercito Sovietico, Asparuhov, insieme al suo compagno di squadra e di nazionale Nikola Kotkov, accetta l’invito di andare a Vratsa per giocare l’amichevole celebrativa del cinquantenario della squadra locale. I due lasciano Sofia verso le dieci del mattino, e mentre la città scompare nello specchietto retrovisore dell’Alfa Romeo marrone chiaro di Asparuhov, non sanno che la stanno lasciando per l’ultima volta. Verso le undici, dopo un’ora di tragitto su strade sempre più tortuose, Asparuhov si ferma a fare rifornimento in una stazione di servizio nei pressi di Vitinya. Riempie il serbatoio con 9,20 lev di benzina ma, con la sua tipica generosità, decide di non aspettare che il benzinaio gli porti il resto della sua banconota da 10 lev, e glielo lascia come mancia. La generosità, però, in questo caso, non è altro che l’ultima maschera del Fato. L’ultimo attore è invece un uomo che, mentre Asparuhov sta per risalire in macchina, gli si avvicina per chiedergli un passaggio. Asparuhov, di “carattere generoso”, accetta e gli fa spazio sui sedili posteriori, ritardando così la partenza di qualche secondo. Qualche secondo che, ormai si è capito, gli sarà fatale.

Qualche minuto dopo, infatti, l’Alfa Romeo di Asparuhov imbocca una stretta curva a gomito, e si schianta contro un camion ZIL proveniente dalla corsia opposta. L’impatto è violentissimo, e la macchina prende immediatamente fuoco. Dopo l’incendio, dei tre uomini a bordo non rimangono che i denti. Quello stesso giorno, un incidente spaziale costa la vita a tre cosmonauti sovietici. Tre, come i bulgari distrutti dalle fiamme nell’Alfa Romeo. È così che la notizia della morte di Asparuhov, il campione che ha reso grande il suo paese nella notte di Wembley, non raggiunge neanche le prime pagine dei giornali sportivi. Il popolo, però, non dimentica Gundi, e al suo funerale sfilano in lacrime oltre cinquecentomila persone. Le stesse che, trent’anni dopo, lo incoroneranno giocatore bulgaro più forte di tutti i tempi. Oggi, a testimoniare la tragica fine di Georgi Asparuhov, nascosto nelle montagne che conducono a Vratsa, c’è un grosso masso, appoggiato su una base di cemento. In cima, una lapide commemora il talento di Reduta, e, tutt’intorno, mazzi di fiori ne tengono vivo il ricordo. A testimoniare la sua grandezza sportiva, invece, ci ha pensato la sua squadra, il Levski Sofia, che gli ha intitolato lo stadio.

La scena dell’incidente in cui morì Asparuhov

Disse un giorno il premio Nobel Eugenio Montale, ed è affermazione nota, che “non si può essere un grande poeta bulgaro”. Montale si sbagliava, quel poeta è Georgi Asparuhov. 

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