“José è il filo conduttore di questo mio racconto”
Lug 24, 2021

La mia infanzia a San Paolo del Brasile, orgoglioso figlio nipote e pronipote di emigranti veneti, è avvolta dalla bellezza, dalla tenerezza e dalla nostalgia. Ricordo le partite in strada, inseguendo un pallone di plastica o di stracci, con i miei coetanei: mulatti, ebrei, musulmani. Eravamo tutti figli della povertà e delle speranza: il razzismo era lontano dal nostro cuore. Avevo anche un bellissimo aquilone colorato. Il calcio, soprattutto, era la nostra passione. Mio padre, da piccolino, mi portava a vedere il Palmeiras, che un tempo si chiamava Palestra Italia ed era la società dei nostri lavoratori, degli italiani. Mi colpiva quella maglia verde con una P bianca sul petto.

Altafini nel Palmeiras

Nel 1958, la Seleçao verdeoro conquistò la sua prima Coppa del Mondo, che a quel tempo si chiamava ancora Rimet. Trionfò in Svezia, battendo in finale i padroni di casa. Di quella nazionale faceva anche parte il mio primo beniamino, che si chiamava José Altafini, ma per tutti era “Mazzola”, scritto spesso con una zeta sola, perché assomigliava in modo straordinario a Valentino, il capitano del Grande Torino, il leader degli Invincibili. Altafini era il centravanti del mio Palmeiras, segnava tanti gol ed era una meraviglia vederlo giocare. Oggi è uno dei miei migliori amici, vive ad Alessandria e appena mi incontra mi dice: “Quando entravo in campo guardavo sempre gli spalti e salutavo, ogni volta, te e tuo papà, non ti ricordi?”. E scoppia nella sua coinvolgente risata. Quel Brasile campione era formato da assi memorabili. A cominciare dal portiere Gilmar, così sicuro ed elegante. Per passare da Mané Garrincha, soprannominato “l’angelo dalle gambe storte”, perché da bambino venne colpito dalla poliomielite e aveva una gamba più corta dell’altra. Era un’ala destra funambolica, imprevedibile, dotata di una finta sola, ma micidiale. Sancì lo scrittore Edilberto Coutinho nel suo “Maracanā, addio”: “Perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno. Non lo dimentica nessuno”. Per arrivare al ragazzino Pelé, che stupì tutti con le sue acrobazie e le sue prodezze. Altafini disputò le prime partite, lasciando poi il posto, al centro dell’attacco, a Vavá.

Pelè ed Altafini nel ritiro ai Mondiali di Svezia ’58 

Pelé è considerato, da molti critici, il miglior calciatore di tutti i tempi, anche se per me il più bravo resterà, sempre e per sempre, Diego Armando Maradona, il Borges della pelota. Ma, certo, la Perla Nera, con i suoi più di mille gol, i suoi trionfi con il Santos, i suoi tre mondiali, il suo felice crepuscolo ai Cosmos di New York, resta un asso di assoluto e abbagliante splendore. Scrisse Jorge Amado (“Navigazione di cabotaggio”, Appunti per un libro di memorie che non scriverò mai, traduzione di Irina Bajini, Garzanti): “Che bella persona è Pelé, al secolo Edson Arantes do Nascimento, grande brasiliano, uno dei più grandi. Ineguagliabile artista del calcio, non c’è mai stato nessuno come lui, né mai ci sarà. Nato nel Minas Gerais, da bambino suscitava stupore in chi lo vedeva giocare, a diciassette anni vinse la Coppa del Mondo in Svezia, ha fatto per decenni la felicità degli occhi e del cuore della gente, ogni gol era un capolavoro, è un genio del pallone, il simbolo della dignità sportiva”.

Il “passero” Garrincha

In quel ‘58, Altafini lascia il Palmeiras per venire in Italia, al Milan. Pelé continua a dare spettacolo nel Santos e con la maglia del Brasile. José è il filo conduttore di questo mio racconto. Che vede tre protagonisti: il mio amico “Mazola”, Pelé e, ultimo a entrare in scena, Omar Sivori: argentino, uno degli “angeli dalla faccia sporca”, arriva alla Juventus nel 1957, proveniente dal River Plate. È, come la Perla Nera, un numero dieci: calzettoni abbassati, capelli arruffati, è formidabile nei dribbling, nei tunnel e nei gol imprevedibili e impossibili. In bianconero, fa parte del trio capace di ogni magia: lui, con il gigante gallese John Charles e il capitano Giampiero Boniperti. Una Juve che vince, che diverte, che mette insieme fantasia, potenza ed eleganza.

Altafini con Omar Sivori, due oriundi con la maglia della Nazionale italiana

Nel 1965, il Napoli mette a segno due colpi straordinari di mercato: prende Altafini e Sivori, due oriundi, compagni in azzurro. José e Omar insieme: il San Paolo impazzisce. Scrive il critico letterario Massimo Raffaeli (“Sivori, un vizio”, Italic): “È nel momento in cui si accinge a traslocare da Torino a Napoli che Sivori scopre con stupore di essere davvero un mito. Sacchi pieni di lettere e corrispondenza inevasa ingombrano casa sua, migliaia di missive che gli anni del successo hanno accumulato è quasi ibernato in un iceberg glorioso dove l’ammirazione attinge le vette del culto e della vera e propria idolatria. Sono lettere di ragazzini, di tifosi, di virtuali fidanzate, di pensionati, militari, studenti, detenuti, dove si deposita la materia grezza per una fenomenologia, anzi per una antropologia, del tifo”.

José al fianco prima di Pelé e poi di Sivori. José con le sue reti da bomber di razza e la sua travolgente simpatia. José che diventerà un telecronista di successo. José con la sua allegria e la sua generosità. José, Pelé e Omar, ovvero quando il football si trasforma in poesia, quando il football racconta storie abbaglianti e infinite.

Darwin Pastorin

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