Cámara lenta. La carriera di del Bosque si è conclusa sul tetto del mondo
Lug 6, 2021

Vicente del Bosque è l’esempio del successo dell’umiltà, della qualità e del lavoro. La fusione di tutte queste qualità ha determinato il perché  Del Bosque sia passato alla storia del Real Madrid. Centrocampista dallo spiccato carattere offensivo e dalle grandi capacità organizzative, l’uomo di Salamanca è sempre stato punto di riferimento fisso per tutti gli allenatori che sono passati alla guida del club. Nel 2012 venne in Piemonte, a Cuccaro Monferrato, per ritirare il Premio Nils Liedholm.

Del Bosque ai tempi della scuola

Raccontano che da ragazzino col pallone riuscisse a centrare un palo della luce a cinquanta metri di distanza. “Bah – commentò lui perplesso – Cinquanta mi sembrano francamente troppi”.

Del Biosqueè cresciuto nel Barrio Garrido y Bermejo di Salamanca, rione proletario, quartiere di ferrovieri. Anche suo padre Fermín lavorava coi treni, come casellante. “Era un uomo retto, nobile, senza doppiezze, ma dalle idee troppo radicali”. Per questo fu epurato dal regime franchista perché di sinistra. “Lo visse male, ma per fortuna riuscì a ritrovare un lavoro”.

Lo assunsero alla Casera, marca di gazose, la madre stava in casa. “Si viveva in strada. D’estate la gente si piazzava lì a chiacchierare fino a notte inoltrata. Si parlava di toreri. Non si poteva toccare nessun altro argomento, almeno non a voce alta”. Salamanca durante la guerra civile era stata tra i bastioni del movimiento franchista. “Però come sede di un’antica università era anche una città con le sue aperture, piena di studenti. Un sacco di gente ce la faceva grazie a loro affittando stanze”. Erano tempi di latte in polvere, di coniugazioni e catechismo da mandare a memoria. A dodici anni gli regalarono una bicicletta, ma col fratello Fermín, morto di cancro a 43 anni, lui preferiva di gran lunga pedalare dietro al balón. Che poi era quasi sempre una calza imbottita di stracci. I suoi idoli di allora? Uno penserebbe ai Di Stéfano, ai Puskás. E invece no: “Erano quelli del Salamanca. Non avevamo televisione, ci accontentavamo di quello che avevamo sul posto. Andavo alla partita con papà, lui era l’abbonato numero 20”.

Il fratello Fermín, al centro, nel Córdoba. C’è anche Sanchís senior, a destra

A sedici anni del Bosque debutta nel Salmantino, filiale della Unión Deportiva Salamanca. Lo chiamano El palillo perché era ancora allampanato. Nel giro di poco viene notato da un osservatore del Real Madrid, e il primo agosto del 1968 approda a La Fábrica, il vivaio di don Santiago Bernabeu. Il patron è un gerarca del pallone. “Dirigeva il Madrid come un ideologo, nel senso dell’autorità morale. Nella Fábrica non ti insegnavano solo a giocare, anche a vivere. Mai troppo affliggersi dopo una sconfitta, mai gonfiare il petto dopo una vittoria. Cosa, questa, un po’ più difficile visto che vincevamo sempre”. Austerità, rispetto, understatement.

Nel Real, il duello con Simonsen del Barcellona

E decoro. “Niente baffi né capelli lunghi”. Doña María, la moglie di Bernabeu, era una spagnola dalle monastiche calze di lana grigia. Durante una trasferta il timido Vicente scantona senza salutare la señora e si becca un cazziatone da don Santiago: salutare doña María! Salutare gli ospiti, sempre!. A Francisco Franco il fútbol piaceva, ma quanto interveniva il regime nella vita del club? Del Bosque fa spallucce: “Le autorità le vedevamo solo quando giocavamo all’estero e venivano a riceverci gli ambasciatori”. Nel tempo libero continuava a studiare, si iscrisse a magistero, ma senza concludere: “Mi sarebbe piaciuto fare il maestro”. In qualche modo ci è riuscito lo stesso.

Con Santiago Bernabeu

Torniamo indietro con la nostra storia. I suoi primi calci furono dati nella sua città natale, fino a quando il Real non lo reclutò da Salamanca. Due stagioni dopo venne promosso in prima squadra, ma il club aveva un piano preciso per lui. Nella prima stagione finì a Castellón, dove ha subito diversi infortuni. In seguito, Córdoba e di nuovo Castellón. La sua crescita è stata di tale portata che il Real Madrid lo fece ritornare promuovendolo in prima squadra. La stagione 1973-74 fu il suo debutto. Da qui, 11 brillanti stagioni ricche di trionfi. Del Bosque ha formato un centrocampo di grandissimo spessore e di eccelsa qualità, insieme a Netzer, Velázquez e Pirri, che ha portarono le Merengues e vincere ben nove a nove titoli.

1975: Miguel Angel, Sol, Amancio,Pirri, Del Bosque, Santillana, Camacho e Benito

Uno dei grandi momenti che ha vissuto da giocatore è stata la finale di Coppa del 1974  contro il Barcelona. I Blancos vi arrivarono dopo aver subito uno 0-5 in campionato contro la squadra di Cruyff. Ma il Madrid di Molowny si è preso la rivincita e ha battuto il Barça al Calderón (4-0) vincendo la Coppa nazionale.

Miljanic e Del Bosque

Che tipo di calciatore era il centrocampista Vicente? “Discreto con una certa visione di gioco, ma rapido non ero”. Si beccò il nomignolo di cámara lenta, cioè rallentatore. Però era solido. Il ricordo più felice? “1975, Coppa dei Campioni, 5 a 1 al Derby County dopo il 4 a 1 incassato all’andata. Fu una delle prime mitiche remontadas”. Mentre il ricordo più doloroso? La finale di Coppa Campioni persa contro il Liverpool? “Hmbll… (borbottìo),  forse… Ma ci fu pure di peggio”. Tipo? “Sempre nell’81 quando perdemmo la Liga all’ultima giornata”. È vero che una volta ad Amburgo mollò un cazzottone a Kevin Keegan e l’arbitro lo cacciò via? “Hmbll…” (altro borbottìo). Da nazionale Del Bosque puntava parecchio sul Mundial argentino, nel 1978, ma si ruppe il perone e rimase fuori. La sua carriera in nazionale si concluse con 18 presenze, partecipando  all’Europeo del 1980 in Italia.

Colin Todd, Archie Gemmill (Derby) e Del Bosque (Real Madrid): Real Madrid- Derby County 5-1

 Sotto la sua guida tecnica, il Real Madrid fu campione sette volte. Notevoli le finali di Champions League del 2000 e del 2002. Una performance paragonabile solo a quella dei Blancos negli anni ’50 e ’60. Vicente del Bosque ha iniziato ad allenare le squadre nelle categorie inferiori.

Nel 1994 ha preso le redini della prima squadra e lo ha fatto anche nel 1996. Tre anni dopo, l’uomo di Salamanca tornò in panchina al Bernabeu e vi rimase per quattro stagioni.  Dopo la sua partenza dal club di Chamartín, del Bosque tentò la fortuna al Beşiktaş in Turchia e successivamente è approdò alle Furias Rojas. La sua presenza sulla panchina della nazionale è stata anche sinonimo di successo. La conquista di un Campionato europeo e la prima Coppa del Mondo nella storia della Spagna lo hanno collo collocano  tra i migliori allenatori a livello mondiale. Re Juan gli ha conferito il titolo di marchese di del Bosque, che potrà essere ereditato dai suoi successori. Nella vita di del Bosque c’è soprattutto Alvarete, Alvaro, l’amatissimo figlio down che, vinto il Mondiale, Vicente portò sul pullman del trionfo per le avenidas madrilene, commuovendo tutti.

Il Real Madrid 1980-’81

Nel ‘99, dopo la  gavetta da allenatore nelle squadre satelliti e nelle categorie inferiori del Real, come detto, venne designato alla guida dei Blancos. Che diverranno i Galácticos, il dream team dei Zidane, dei Figo, dei Roberto Carlos, dei Ronaldo. In mezzo a quella mischia di primedonne del Bosque cominciò a farsi la reputazione di uno che le star sa come governarle; lo hanno definito “un domatore di ego”. La ricetta? “Equilibrio. Rigore. Ma senza dogmatismi. Senza rompere le palle ai giocatori”.

Quattro madridisti nella Spagna: Miguel Ángel, Santillana, Juanito e del Bosque.

Cita Molowny, che insieme a Miguel Muñoz e a Vujadin Boskov, forma la Trimurti dei tecnici suoi maestri: “Diceva: ‘Raddrizzarli? Rimodellarli? No, se si vuole cavare il meglio dai giocatori bisogna un po’ prenderli per come sono’”. Mai nessuno screzio? “Beh, ci fu quella volta con Guti… Portava i capelli lunghi… Imitando Bernabeu, gli dissi: che aspetti a tagliarteli? E lui: ‘Mi taglierò i capelli appena tu ti sarai tagliato quei baffi’”.

Quando del Bosque atterrò sul pianeta Real, la filosofia del club era: “Ci sono i bravi giocatori, e poi ci sono i giocatori del Madrid”. Quell’impronta di eccellenza, che per gli anti-madridisti è orrendo snobismo, si è prolungata fino all’epoca del patron Florentino Pérez. Ogni volta che presenta alla stampa un nuovo acquisto di lusso, el Presidente risfodera la formula: “È nato per giocare qui”.

Il nostro Mario Bocchio con del Bosque

Del Bosque ha smussato: “Sono esagerazioni”. Tra lui e Florentino non è mai stato idillio. Dicono che, malgrado i successi, nella fase “galattica” Pérez non ritenesse Vicente uomo abbastanza smart. Troppo antiquato? Solo questo o  c’era dell’altro? Va’ a sapere. Fatto sta che nel giugno 2003, all’indomani del ventinovesimo titolo nella Liga, il Real – che per 36 anni è stato la vita di del Bosque . lo esonera. Poche ciance, per lui è quello il ricordo più duro: “Se ci ripenso ancora mi fa male. Più che sul piano professionale mi ferì su quello umano. Tutto avvenne con freddezza. Ma le aziende sono fatte così. Comunque non mi va di riparlarne”.

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