Dell’Oglio, il primo ad arrivare all’allenamento e l’ultimo ad andarsene
Mar 19, 2021

Antonio Dell’Oglio: da Carlo Mazzone, passando dalla Coppa Uefa sfiorata in Viola, fino alla storica promozione in C2 con il Melfi, 20 dopo l’esordio in A.

Correva l’anno 2002 e in una malinconica domenica d’autunno, dal settore ospiti dello stadio Viviani di Potenza, con tanto di sciarpa gialloverde al collo ero tra le diverse centinaia di tifosi del Melfi, che avevano seguito l’undici capitanato da Sandro Sciarappa; mancino, numero 10 dal piede educatissimo, fenomeno assoluto nella serie D del Sud Italia, un qualcosa a metà strada tra Zidane ed il Roberto Mancini dei tempi migliori. Letale come pochi sui calci piazzati, ogni punizione dall’angolo destro dell’area era praticamente un calcio di rigore. Delizia per gli occhi e per l’anima.

Quel giorno a Potenza il Melfi era arrivato con i panni della favorita, per affrontare la seconda squadra potentina, l’A.S.C. Potenza, più giovane ma in quella stagione meglio attrezzata dello storico F.C. Potenza, anch’esso nel girone H dei Dilettanti.

Purtroppo in quell’occasione il Melfi steccò il primo dei tre derby regionali della stagione, in quanto oltre alle potentine, in D c’era anche il Matera.

L’A.S.C. si impose per 3 a 2 in una domenica che si caratterizzò per un episodio ed un’osservazione.

L’episodio degno di nota fu una rete del capitano del Melfi, Sciarappa, direttamente da corner che lasciò a bocca aperta tutto lo stadio.

Dell’Oglio nell’Ascoli contro Maradona

Una parabola pazzesca e voluta; per me, ex riserva del Melfi, che conoscevo a memoria movenze e segnali del capitano, il gesto mostrato ai compagni per indicare uno schema, un attimo prima di calciare, era una sorta di atto notorio, con tanto di relativo valore legale.

Sapevo che avrebbe calciato direttamente in porta, l’avevo visto fare mille volte in allenamento e quella volta lo vidi da tifoso. Fu una rete sbalorditiva, tant’è che qualche giorno dopo negli spogliatoi, appeso in bacheca c’era un messaggio di congratulazioni da parte di un certo Francesco Totti, a cui amici in comune avevano mostrato il gol segnato direttamente dalla bandierina.

Questo quindi l’episodio degno di nota… ora pertanto è giusto dare spazio alla considerazione che segnò quella domenica della stagione 2002-’03, che risulta essere il vero fulcro di questo scritto.

Nell’undici della Fiorentina che giocò la finale di ritorno della Coppa Uefa 1989-’90.
In piedi da sinistra: Dell’Oglio, Kubik, Landucci, Celeste Pin, Battistini, Buso. 
Accosciati: Dunga, Alberto Di Chiara, Roberto Baggio, Volpecina, Nappi.

Deluso dalla sconfitta, tra le altre cose alla mia prima uscita stagionale da tifoso, con non piena conoscenza della nuova rosa guidata da mister Chiappini, mi lasciai andare ad una serie di commenti tutt’altro che felici: “Quest’anno la vedo dura, non c’è gioco… escluso Sciarappa il resto lascia a desiderare… anzi, si salva solo il numero 8… corre, lotta, chiude, riparte, lancia, non perde mai la palla, dove l’hanno pescato? Ma soprattutto chi è?”.

Ottobre 2008, “Tutti per Stefano Borgonovo” – Partita allo stadio Artemio Franchi, nella foto da sinistra: Diego Fuser, Mario Faccenda, Alberto Di Chiara e Antonio Dell’Oglio.

A questa domanda, il mio dirimpettaio mi lanciò un’occhiataccia, chiaro segnale di come fossi protagonista di una grave mancanza.

Un altro tifoso immediatamente replicò: “Che diamine – non proprio così in maniera educata – non hai riconosciuto Dell’Oglio? Ha giocato una vita in serie A!”.

In quello stesso istante capii d’aver commesso una sorta di sacrilegio e scandagliai i miei ricordi di bambino alle prese con le figurine Panini ed effettivamente, dopo poco, mi accorsi che quel nome non mi era affatto nuovo; mi venne in mente una maglia viola, quella della Fiorentina e fui in parte soddisfatto, ma appena giunsi a casa partirono le dovute ricerche.

Quella domenica per la prima volta avevo visto giocare Antonio Dell’Oglio: 200 presenze in serie A con le maglie dell’Ascoli e della Fiorentina, con 7 reti segnate nella massima serie.

Prima d’arrivare a Melfi, quasi 40enne, aveva giocato in B, C e D indossando le maglie del Monza, della Juve Stabia, della Turris, del Taranto, del Martina e dell’Ostuni.

Classe 1963, cresciuto nel vivaio dell’Inter assieme ai vari Zenga, Bergomi ed altri pilastri neroazzurri e prima di approdare in A, era passato per il Pavia e per il Trento.

Terzino roccioso, usato spesso anche a centrocampo, cosa che poi rifarà in gialloverde, con la maglia numero 8.

Fu lanciato niente poco di meno che da mister Carlo Mazzone, che lo fece maturare e diventare uno dei pilastri del suo Ascoli, con il quale totalizzò 119 presenze in A (condite da 4 marcature) e 16 in B, dal 1983 al 1988.

Naturalmente un giocatore di tale calibro riuscì a conquistare anche palcoscenici più prestigiosi, passando nel 1988 alla Fiorentina di Roberto Baggio.

In un undici del Melfi: è il primo in piedi, partendo da sinistra

A Firenze rimase fino al 1993, disputando 81 gare di serie A con 3 reti, ma soprattutto arrivò a contendersi nel 1990 la Coppa Uefa, persa poi nella finale tutta italiana contro la Juventus.

Stadio Cino e Lillo Del Duca, 16 novembre 1986. Al termine della vittoriosa finale contro il Bohemians ČKD Praga (1-0), l’Ascoli posa con il trofeo della Coppa Mitropa 1986-‘87. Da sinistra, in piedi: S. Benedetti, A. Marchetti, C. Rozzi (presidente), A. Pazzagli, G. Greco, M. Barbuti, C. Cimmino, I. Castagner (allenatore); accosciati: F. Bonomi, A. Trifunović, V. Pusceddu, A. Dell’Oglio, L. Scarafoni, G. Iachini.

All’epoca il trofeo veniva assegnato con una doppia sfida. Dell’Oglio le giocò entrambe da titolare. A Torino i bianconeri si imposero per 3 a 1 grazie alle reti di Galia, Casiraghi e De Agostini, a nulla valse la rete del pari 1 segnata dall’ex bianconero Buso.

A reti inviolate finì la partita di ritorno che si disputò al Partenio di Avellino, che di fatto consegnò la coppa agli uomini di mister Dino Zoff.

Una carriera importantissima quella del numero 8 gialloverde, compagno di squadra di fenomeni assoluti del calcio mondiale come Roberto Baggio o il campione del mondo Dunga.

Alla sua marcatura si è dovuto inchinare persino Diego Armando Maradona, che contro Dell’Oglio non è mai andato a segno; addirittura una pagella della Gazzetta dello Sport dell’epoca, relativa ad un Ascoli-Napoli recita: Dell’Oglio, voto 7, annulla Maradona.

Vita facile non hanno avuto nemmeno altri fenomeni come Van Basten o Gianluca Vialli.

Degna di nota una sua rete nella stagione 1987-’88 che sancì il 2 a 2 a San Siro nella sfida Inter-Ascoli, con una prodezza balistica da fuori area, che si insaccò all’incrocio dei pali, senza che l’uomo ragno Walter Zenga potesse fare nulla. Questa rete a fine stagione si classificò al secondo posto in una speciale classifica dei gol più belli; a “beffare” il supergol di Dell’Oglio fu nell’occasione una rete in rovesciata, cavallo di battaglia di un certo Gianluca Vialli, all’epoca numero 9 della Sampdoria.

Con un curriculum del genere è chiaro che Dell’Oglio a Melfi fece la differenza; giocò 32 gare su 34 totali, mettendo a segno anche 3 gol e fu determinante per la conquista della prima storica promozione del Melfi in serie C2.

Quell’anno in squadra con lui, oltre a vari big della categoria come il già citato Sciarappa, il bomber Gennaro Astarita, il centrocampista Latartara, i difensori Ferri, Germini, Capuano e l’ala melfitana Gigi Maiorino, c’erano due promettenti terzini: Ranellucci e Riti, nati nel 1984, addirittura dopo l’esordio in A del buon Dell’Oglio, che a Melfi non fece minimamente intravedere le sue 39 primavere.

Professionista assoluto, il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad abbandonare il campo, un esempio unico per dedizione, umiltà e correttezza per tutto l’ambiente.

Uno di quei calciatori che lasciano il segno, indipendentemente dalla categoria, protagonista indiscusso del calcio vero, quello romantico che piace a tutti gli amanti veri di questo stupendo sport. Dopo il trionfo di Melfi non appese mica le scarpe al chiodo, continuò a giocare per alcune stagioni in Puglia con Altamura, Bitonto ed Ostuni.

Lorenzo Morano

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