Era il re dei derby romani
Nov 10, 2020

In Italia Dino Da Costa è e resterà sempre nella memoria dei tifosi (soprattutto capitolini) come l’uomo del derby. Il brasiliano infatti tuttora detiene il primato di gol nella stracittadina romana, una sorta di conto sempre aperto con la porta della Lazio, violata in carriera ben 13 volte, 9 in campionato e 4 in Coppa Italia. Pochi invece ricordano le sue altre esperienze in terra italica, maturate a Firenze, Juventus, Ascoli e Verona.

Nel Botafogo

La carriera di questo brasiliano, dal fianco lungo e robusto e dal carattere schivo e taciturno, comincia il 1° agosto 1931 quando a Rio de Janeiro vede per la prima volta la luce del sole. La sua è una famiglia povera, il padre fa l’autista di filobus e per sfamare i suoi sette figli deve spesso superare grosse difficoltà. A tenergli alto il morale ci pensa il figlio Dino che fin da piccolo dimostra grandi doti nell’arte pedatoria. Il grande passo avviene quando, quatordicenne, entra nelle giovanili del Botafogo. Giusto il tempo per crescere un po’ e il buon Dino si trova a soli diciasette anni catapultato tra i titolari insieme a campionissimi come Garrincha e Vinicio. Grazie ai guizzi perfidi del primo, agli sfondamenti del secondo e all’abilità di tutti gli altri elementi della squadra il Botafogo si impone a livello nazionale, valorizzando appieno il giovane Da Costa che comincia ad inanellare medie-gol da record (nel 1954 con 24 gol è capocannoniere del torneo Carioca).

Da Costa in allenamento nel 1956

Nel 1955 il Botafogo, alla ricerca di contante, porta in giro la propria squadra per l’Europa, in una vertiginosa tournèe – venti partite in un mese – tra Spagna, Francia, Belgio e Italia. Quando a Torino affronta una mista di Juventus e Torino, il Napoli, tramite il conte Vaselli, «rapisce» Vinicio, mentre la Roma subito offre un contratto a Dino Da Costa. Che, fedele alle abitudini, senza grossi clamori, si limita a firmare.

Il brasiliano ottenne la cittadinanza italiana

Ne esce sulla ruota del campionato italiano un campione autentico, goleador per istinto, ricco di classe e stile, spesso alieno dalla partecipazione al gioco collettivo, ma superbo quando si tratta di raccogliere, in maniera repentina e guizzante, il frutto del gol.

Alla Roma

Dopo le 12 reti della stagione d’esordio, i 22, senza un calcio di rigore, del campionato successivo lo issano addirittura sul trono dei bomber della serie A, facendo la felicità del presidente Sacerdoti che lo ha voluto in giallorosso. Nella capitale Da Costa si conferma pregiato goleador anche nelle due stagioni successive prima che la sua vena di interno-goleador si inaridisca di colpo.

La Roma, dandolo per bollito, decide di scaricarlo alla Fiorentina (foto a fianco) che, reduce da uno scudetto (nel 1956) e da quattro secondi posti consecutivi (!), ha tutte le intenzioni di riportare nella propria città il titolo italiano. Le cose tuttavia non vanno per il verso giusto, almeno in campionato, dove, anche a causa dell’infortunio della stella Montuori, i toscani terminano con un deludentissimo settimo posto. I viola tuttavia si riscattano nelle Coppe dove firmano una splendida doppietta. In maggio con la doppia vittoria sul Glasgow Ranger si aggiudicano la prima Coppa delle Coppe della storia e a giugno con un rotondo 2-0 sulla Lazio raddoppiano con la Coppa Italia.

Da Costa, limitato dalla chiamata in quell’anno al servizio militare, alterna grandi prestazioni ad altre particolarmente modeste, e così quando gli insaziabili tifosi fanno sentire tutta la loro rabbia per il settimo posto, il presidente decide di operare una rifondazione e tra i tanti, caccia via anche Da Costa. Il brasiliano ritorna così a Roma per qualche mese prima di trasferirsi a Bergamo. All’Atalanta risorge a buone misure sotto rete, e questo gli vale nel 1963, a 32 anni, la prestigiosa chiamata della Juve. A Torino Monzeglio prima ed Herrera poi lo arretrano a metà campo ricevendone in cambio grandi prestazioni. La squadra non incanta ma il brasiliano riceve unanimi consensi.

Nel 1966, a 35 anni, terminata la sua esperienza juventina, Da Costa decide di accettare l’offerta dell’ambizioso Hellas Verona. In riva all’Adige arriva un campione con i fiocchi, reduce da 108 gol segnati nella massima serie che ne fanno tutt’oggi il nono bomber straniero di tutti i tempi (meglio di lui solo gente come Nordhal, Altafini, Hamrin, Batisuta, Vinicio, Nyers, Sivori e Hansen) e autore pure di una presenza come oriundo nella nazionale italiana, per la verità molto sfortunata visto che coincise con la storica sconfitta di Belfast contro l’Irlanda del Nord, che costò per la prima volta l’eliminazione dalla fase finale dei mondiali.

Da Costa (a sinistra) alla Juventus nel 1963-’64, assieme agli altri due stranieri Nené e del Sol

Da Costa a Verona non delude le attese rendendosi protagonista di una stagione superba, risaltando come l’unica luce di una squadra mediocre (alla fine arriva un deludente 14•° posto). Innamoratosi profondamente della città, il brasiliano dopo aver chiuso la propria carriera ad Ascoli, decide di stabilirsi per il dopo-calcio proprio a Verona. Una scelta tutt’altro che scontata per uno che ha vissuto in città come Rio, Firenze e Roma.

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