Non c’è nulla di disonorevole nell’essere ultimi. Meglio ultimi che senza dignità.

Zdenek Zeman

«Il risultato è casuale, la prestazione no. »

L’Italia pallonara, grazie ai suoi enormi successi, è senza dubbio nella storia. Il tutto però, anche grazie ad una precisa impostazione di gioco: il catenaccio. La propensione estremamente conservatrice di molti dei nostri squadroni, ha portato il difensivismo ad essere un vero e proprio sistema, garanzia di risultati e sicurezza, sacrificando spesso il bel gioco. Si sa però, e la filosofia ce lo insegna, che scardinare un “sistema” non è semplice. Molti di coloro che ci provano, non sempre vengono ricambiati nei risultati. La storia lo dimostra. Per cominciare partiamo dal “glorioso 1968”, in cui una serie di sistemi si provò a scardinarli per davvero.

In ricordo dello zio Čestmír Vycpálek

Il 1968 è un anno strano: è un anno di sogni, di speranze, di lotte ma per certi versi, è anche l’inizio della fine. Se le vicende occidentali sono fin troppo note, l’analisi del ’68 nell’Europa dell’Est è molto meno scontata. Si pensi in questo senso alle liberalizzazioni nei Balcani o allo straordinario esperimento cecoslovacco; ecco, già che ci siamo restiamoci in Cecoslovacchia e in particolare a Praga: notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, invasione della Cecoslovacchia da parte dei carrarmati sovietici; di nuovo, dopo i tragici fatti di Budapest ’56.

Il tentativo fatto da Dubcek di coniugare socialismo e libertà, senza necessariamente doversi piegare agli stupri delle logiche del libero mercato, cercando nel contempo di ridare vigore all’identità slovacca, finisce come tutti sanno. Sarà proprio questo episodio che porterà Zdenek Zeman, nato a Praga il 12 maggio del 1947, a non tornare più e a rimanere in Sicilia. Zeman infatti già si trovava a Palermo dal 1966, dove era in visita allo zio materno Čestmír Vycpálek, vecchia gloria della Juventus. Rimaniamo su questo giovane ragazzo che, lo avrete capito, sarò l’attore principale di queste nostre righe.

Agli inizi a Licata

Molti si chiederanno perché soffermarsi su questo personaggio che in carriera ha vinto soltanto due Serie B e una volta la C2. Beh, perché Zeman, indipendentemente dai risultati, è uno di quei personaggi che meritano di essere studiati ed è colui il quale, insieme al compianto Boskov, ha da noi coniugato al meglio sport e filosofia…ma di questo forse si era già detto. Zeman, trasferitosi definitivamente in Italia, vi ottiene la cittadinanza e vi si si laurea all’Isef. Questi infatti, è un uomo di sport: prima del calcio si occupa di pallavolo e pallamano ed esercita anche la professione di insegnante. Come allenatore comincia dai dilettanti e dalla Primavera del Palermo: nell’85 porta il Licata in Serie B.

Di Zeman però non ci interessano tanto le vicende meramente sportive: Oddio, quando porta il Foggia quasi alla Uefa con il bomber Signori, quando arriva secondo con la Lazio nel 1995 (stagione in cui in una partita batte la Viola di Ranieri per 8-2!), quando rifila a Capello cinque reti con la Roma, quando lancia Totti, diciamo che anche le vicende meramente sportive sarebbero interessanti.

Si potrebbero passare delle ore con una lavagnetta tattica tra le mani, ad illustrare e studiare il “suo” 4-3-3, il pressing, i tagli contro palla e la sua difesa in linea. Ricordare tutte le occasioni da gol create ogni domenica, è per la mente non un semplice esercizio bensì, un vero e proprio piacere. Un piacere che come molte volte accade, è un piacere proprio perché non sfocia in null’altro.

E’ dolce nel suo essere fine a sé stesso. E’ altrettanto vero però, posto che nessuno è più cieco di colui che non vuol vedere, che questo offensivismo marcato rende la coperta irrimediabilmente corta: e così spesso la difesa si trasforma in un colabrodo. I gol subiti arrivano a grappoli. La probabilità di vincere una partita con questo allenatore, che so, per 4-1 è altina ma, quella di perdere la successiva per 5-4 è ancora più alta. Zeman però è così: voce resa roca dal fumo, totalmente impermeabile a quello che lo circonda, impassibile a quello che lo circonda. Al “Boemo”, poco importa di quello che la gente dice o la gente pensa. Sarà forse anche per questo suo modo di essere che, dopo una trasferta con il suo Pescara, a casa è tornato con un semplice mezzo dalla stazione Tiburtina.

Lui è semplicemente se stesso. La sua idea di calcio è, nelle sue accezioni, sempre quella. Per qualcuno è sicuramente un ottuso che non si rende conto dei danni che produce e i tanti esoneri accumulati stanno lì a dimostrarlo. Ma per altri, incluso chi scrive, Zeman è semplicemente un romantico. E’ un po’ come per quei personaggi della letteratura romantica, gli eroi solitari alla Ortis, che pur di vedere realizzato un loro sogno erano pronti a perseguirlo fino alla fine. Anche a costo della loro stessa vita. Dunque, superato e ottuso da una parte, romantico e ammirato dall’altra. Certi personaggi sono fatti per dividere; d’altronde, e Gorgia con la filosofia del relativismo culturale ce l’ ha insegnato, un uomo può essere allo stesso tempo un martire fedayn o un terrorista assassino.

Baiano, Signori e Rambaudi, il trio delle meraviglie del Foggia di Zeman

In questa sede tra l’altro, diventa accessorio anche rimembrare le sue lotte nei confronti della “lobby Juventus”, contro Moggi soprattutto. Le sue battaglie, sempre in nome di un calcio pulito e per lo sport fuori dalle farmacie, gli sono costate tanto. Gli sono costate tanto, sia per l’immagine che per eventuali posti di lavoro, ma lui ha continuato imperterrito. E’ proprio il suo modo d’intendere il calcio che mal si pone con l’andazzo recente.

“Le società non dovrebbero essere quotate in Borsa. I risultati mi danno ragione. Il calcio deve stare fuori dalla finanza e dalla politica.”

Zeman alla Lazio nel 1995, assieme a Gascoigne

L’uomo Zeman è uno mai schiavo del sistema, è uno che anzi il sistema ha provato a cambiarlo dall’interno combattendolo, ed è uno che le sue vittorie le ha ottenute sfornando tanti giocatori per le nazionali e facendo sbocciare tanti giovani. Ultimi ma non ultimi Immobile, Verratti e Insigne. Tra parentesi, il solo fatto di avere definitivamente lanciato Totti, il Totti con la numero 10 è un enorme, enorme successo. Un successo personale ma ovviamente di e per tutti.

Rispondendo a “Chi sono i 5 migliori giocatori italiani?”: “Totti, Totti, Totti, Totti e Totti”.

Sono proprio questi uomini che, in questo mondo di sport e non solo, ci danno ancora una speranza: una speranza di lotta, una speranza di avere dei valori in cui credere e da portare sempre avanti. In un’epoca drammaticamente votata al conformismo come questa, persone che credono in qualcosa e che portano avanti questo qualcosa contro tutti e contro i grandi, sono semplicemente da emulare. Lode dunque ad un vero amante dello sport, mai schiavo del denaro o dei risultati. Lunga vita al Boemo.


Lorenzo Proietti

Vai all’articolo originale