Il miglior mondiale della nostra vita? Per noi non ci sono dubbi, quello del 1982 in Spagna. Un mondiale magico, impossibile da dimenticare. Dopo la clamorosa esclusione degli Azzurri dalla rassegna iridata in Russia, forse la voglia di sognare ancora c’è, ma per farlo, bisogna fare un salto nel passato e ricordare quei momenti, di gioia, di festa, di uno calcio che, forse, oggi, non esiste più. Il mondiale di Spagna dell’82 è, forse, quello che più di tutti è rimasto nel cuore degli italiani. Quel mondiale è avvolto da un qualcosa di magico. Perché? Perché i protagonisti, le storie, le partite, i gesti di quel mondiale sono di una tale intensità, sportiva, agonistica ed umana, che inevitabilmente poi quel che ne consegue è il ricordo di un mondiale tecnicamente di alto livello, ma infilato dentro ad una atmosfera fantastica, unica, forse irripetibile. Ma sia chiaro che dietro ogni magia c’è moltissimo lavoro e tanto talento. E un mago. Che si chiamava Enzo Bearzot.

Enzo Bearzot, il Vecio

Un mondiale irripetibile. Un’Italia diversa, un calcio diverso. Forse, erano diversi anche gli italiani. Cosa è cambiato e perché? È cambiato tutto. È un altro calcio, che non vuol dire necessariamente meno bello. Diverso. Meno romantico e meno umano, senza alcun dubbio. Il mio ricordo più forte è l’emozione condivisa con i miei amici (quelli delle interminabili partite nel cortile) della visione di quell’Italia-Brasile che ancora oggi mi fa venire i brividi. Il secondo ricordo è la folle corsa in bici da solo sventolando un Tricolore all’impazzata e urlando come uno scemo. C’era il sole, una gioia intensa che dava alla testa. Avevamo appena battuto il Brasile 3 a 2 e c’era un cielo azzurrissimo sopra di me. Appunto, aria di magia.

Italia-Brasile allo stadio Sarriá di Barcellona il 5 luglio 1982

Oggi con i social network, il mondiale è super condiviso, ogni singola partita è twittata da milioni di persone. In effetti siamo nell’epoca del calcio super-condiviso. È bello leggere tutto di tutti, anche se in effetti seguire ogni cosa diventa un po’ impegnativo.

Ma la ricchezza di opinioni e sentimenti su Twitter e su Facebook è una bella risorsa, da non sprecare. Magari invece qualche giocatore farebbe bene ad usare i social in modo più accorto. Meglio allora il silenzio dei ragazzi dell’82. Che pensavano solo ad essere squadra. Letteratura e calcio, sono due mondi apparentemente lontani l’uno dall’altro. Sfatiamo questo mito?

Dino Zoff, il capitano che offrì al mondo intero la Coppa vinta dagli Azzurri

Credo che ci sia un rapporto stretto in realtà. Se le storie sono potenti, e piene di metafore, come è la storia di quel 1982, trovare declinazioni letterarie non è poi difficile. È più semplice per la letteratura entrare nel calcio ad esempio rispetto al cinema.

E comunque Eduardo Galeano, Valerio Magrelli, Darwin Pastorin, Gianluca Favetto, ad esempio, fanno della ottima letteratura calcistica. Senza retorica, pura sostanza. E il libro che ha scritto su Zoff Giuseppe Manfridi “Tra i legni” è un piccolo capolavoro che racconta la vita di un portiere straordinario con un forte stampo letterario. Un portiere straordinario che al “Bernabeu” alzò al cielo quella Coppa straordinaria.