La parola “geniale” è abusata nel parlare dei grandi del calcio. Ma se mai ci fosse un giocatore che incarni le sfumature della tecnica di Johan Cruyff, lo status di George Best e la visione di Zinedine Zidane, questo era ed è Michael Laudrup.

1986, nella Danimarca contro la Spagna

I paragoni sono audaci, al limite dell’ipotesi, ma sono giustificati. Il danese maestro del centrocampo è ampiamente considerato come uno dei migliori giocatori della sua generazione, e probabilmente il più grande proveniente dalle coste danesi. Laudrup appartiene a una generazione iconica, ma non araldica, di giocatori che potrebbe non ricevere il prestigio o lo status di superstar che il calciatore moderno richiede oggi, ma potrebbe benissimo giocare tra i talenti mercuriali di oggi ai massimi vertici.

Laudrup alla Lazio nella stagione 1984-’85

Guardare i momenti salienti di Laudrup è un’esperienza altamente eccitante e terrificante nel contempo. Lui sapeva domare il campo, con tre passi avanti mentre faceva due passi indietro per superare un avversario, sbloccare una corsia di passaggio, eseguire una finta o manipolare la palla con il tempo e lo spazio, e lo fece con relativa facilità. Quando il gioco sembra così semplice, i confronti con i grandi hanno più senso.

Il calciatore danese Michael Laudrup alla Juventus nella seconda metà degli anni 80 del XX secolo, in posa all’interno dello stadio Comunale di Torino

Sin dai suoi esordi con il club di Copenaghen Kjøbenhavns Boldklub e poi con la militanza nei loro famosi rivali del Brøndby, Laudrup ha mostrato l’equilibrio, l’abilità tecnica e la visione che avrebbe visto lui e una generazione di calciatori danesi portare il loro talento al servizio delle squadre più apprezzate nel calcio europeo.

Laudrup al Barcellona nel 1991, marcato dallo juventino Júlio César della semifinale di ritorno della Coppa delle Coppe

A livello di club, la grandezza di Michael Laudrup come giocatore è forse meglio misurata nelle qualità delle squadre in cui ha recitato: Lazio, Juventus, Real Madrid, Barcellona, Ajax e persino il club giapponese Vissel Kobe. Essere diventati compagni di squadra con così tanti giocatori che hanno caratterizzato un’epoca – Michel Platini, Ronald Koeman, Hristo Stoichkov, Pep Guardiola, Romário, Iván Zamorano, Raúl – consolida ulteriormente il suo genio giustificabile.

Laudrup in azione al Real Madrid nel 1996, inseguito dallo juventino Del Piero nel retour match dei quarti di Champions League

L’impatto di Laudrup sul gioco danese è senza dubbio storico, ma non è privo di errori e difetti. La nazionale danese di  Richard Møller Nielsen: Laudrup ha lasciato la squadra prima di Euro 92, e il destino è stato sia crudele che fortuito per i danesi. Dopo non essere riusciti a qualificarsi per la fase finale, alla fine hanno ottenuto l’ingresso dopo l’esclusione della Jugoslavia a causa della guerra all’interno dei suoi confini, ma Laudrup non c’era più tra i danesi che scioccarono il mondo con il loro inaspettato trionfo.

Nel calcio internazionale, Laudrup è stato uno dei tanti talenti danesi ma, rispetto alle sue imprese e ai suoi successi con le squadre di club, la sua carriera internazionale avrebbe potuto essere qualcosa di veramente speciale. Sebbene lungi dall’essere considerata un fallimento, dato che Laudrup ha accumulato numerosi riconoscimenti di squadra e individuali, ci si chiede cosa avrebbe potuto essere se il suo atteggiamento fosse stato allineato con le esigenze della sua nazione per i Campionati europei del 1992.

C’è un fascino in Laudrup che accenna alla sua dicotomia come uomo e come professionista. Con il tipo di talento nei suoi piedi, è chiaro che è stato venerato dai suoi compagni di squadra e rispettato dagli avversari. I suoi allenatori, tuttavia, in particolare il grande Johan Cruyff, hanno manifestato elogi per la sua opera, ricordandoci anche le altezze che Laudrup avrebbe potuto raggiungere se avesse coniugato ulteriormente sè stesso con i dettami dei suoi allenatori. È stato Cruyff che ha espresso senza mezzi termini una serie di complimenti rovesciati che hanno fatto luce sul rapporto tra i due geni testardi e travagliati quando ha detto: “Laudrup, uno dei giocatori più difficili con cui ho lavorato. Quando dà dall’80 al 90 percento è ancora di gran lunga il migliore, ma io voglio il 100 percento”.

Platini ha condiviso il sentimento di Cruyff quando ha giudicato Laudrup come “uno dei più grandi talenti di sempre”. Ha continuato dicendo: “È il migliore al mondo sul campo di allenamento, ma non ha mai usato il suo talento al massimo durante le partite”.

Michael Laudrup non era solo un brillante calciatore; era un giocatore elettrico ed elegante. I talenti non possono né essere progettati né replicati appieno.

Nella sua ultima squadra, l’Ajax

Nel corso della sua carriera come giocatore e oggi, come manager, Laudrup porta con sè un’aura di prodigiosità ed è ancora considerato uno dei migliori giocatori non di una generazione ma di tutti i tempi. Il suo pedigree è universalmente acclamato e le citazioni che lo lodano come giocatore, avversario e compagno di squadra sono piene zeppe di rispetto che spesso rasenta la riverenza. Non c’è dubbio: pochi giocatori hanno un impatto sul mondo del calcio come quello di Michael Laudrup.

Mario Bocchio