Chi sarai questa notte nell’oscuro sonno, dall’altra parte del tuo muro ? ” (J. L. Borges).

Era la prima partita, Argentina-Corea del Sud. “Passarella non stava bene , ma nessuno mi aveva mai detto niente. Vado a fare la colazione e incontro Carlos Bilardo che usciva dalla sala. ‘ Hola Bron. Come stai ? ‘ Rispondo: ‘Bene’ . Il mister aggiunge . ‘Finalmente è arrivato il giorno’. E se ne va. Ma prima di sparire, si gira e dice: ‘ Ah, vedi che oggi giochi ‘  “. Si conoscono da oltre tredici anniJosè Luis Brown e Carlos Bilardo, ma il tecnico si ostina a pronunciare il suo cognome “Bron” e non nella maniera corretta “Braun”. E ormai non ci fa più caso  nessuno: “Esordivo al Mundial: mi sembrava di morire. Ho chiesto aiuto a Dio. Ma mi sentivo sicuro. Mentre mi cambiavo nello spogliatoio, è entrato il presidente della Federazione, don Julio Grondona. E’ venuto dritto e ha salutato soltanto me: ‘Ah giochi, bueno suerte’.

Con la nazionale argentina a Mexico ’86

Poi anche lui mi chiede come sto. Vedo che tiene in mano un foglio . Va da Carlos e parlano di me. Perchè li guardavo lateralmente e loro mi indicavano. Poi don Julio torna e mi dà il foglio: era un telegramma di mio padre e mio fratello che mi auguravano buona fortuna”.

Con la maglia dell’Estudiantes

La mia famiglia sapeva tutto quello che avevo passato per arrivarci “. Certo nessuno l’ha mai chiamato “Bron”. E pochissimi lo chiamavano Josè Luis. Fin da bambino tutti lo chiamavano invece “el Tata”, perché un vicino di casa, soprannominato così, lo trascinava dappertutto: a pesca, a cacciare rane. “La gente diceva el Tata uno, el Tata l’altro”.  Fortunatamente l’oggetto del desiderio è a portata di mano: “Mia madre stendeva le calze e io le prendevo e le mischiavo con i giornali per farmi una palla . La gente del paese mi dava una moneta per viaggiare in treno. Sono entrato in una escuela – hogar e ci sono rimasto fino ai tredici anni. Quando nei temi mi chiedevano cosa vuoi fare da grande, scrivevo: jugador de fùtbol. Sopra il mio letto c’erano le foto di Rattin, Madurga, Melèndez e ritagli di giornali . Propendevo per i ruoli della difesa, perché non ero bravissimo”.

L’Argentina contro il Belgio ai mondiali del 1986

E tenta infatti anche con un altro sport: “Con Julian Camino avevamo un’amica in comune . Era bella. E giocavamo tutti i sabati tre partite di ping pong. Chi ne vinceva due, andava a casa di lei il lunedì”. Vinceva sempre el Tata.

Lato

Lavoravo per dare una mano in famiglia. Poi ho fatto il provino con gli Estudiantes de La Plata e ho lasciato casa. Nel dormitorio ero con il padre di Veròn. Avevo la rivista di D’Artagnan. Lui un giornale e, verso le dieci o le dieci e mezza, lo piegava e lo metteva sotto il letto: era il segnale che ti imponeva di spegnere la luce. Era un gruppo di fenomeni. C’erano Pachamè e il grande Zubeldia che insegnava l’anticipo, la posizione, la preparazione della giocata”.

La finalissima contro la Germania Ovest nel Mundial ’86

Poi in panchina trova Carlos Bilardo: “ Il mio esordio in partita ufficiale è stato al Monumental, uno 0-0 contro il River. Ma tre giorni prima, Carlos mi aveva fatto giocare stopper in un’amichevole contro i polacchi  dello Stal Mielec. Marcavo un certo Grzegorz Lato: 1-0 per loro e gol suo”. Molti non lo racconterebbero . “A diciotto anni ero già forte fisicamente. In campionato ho marcato gente del calibro di Chirola Yazalde, Kempes, Aldo Poy, el Lobo Fischer, Carlos Bianchi. Ed el Puma Morete, che era insopportabile”. Con Bilardo in panchina, el Tata diventa capitano : “All’Estudiantes sono stato educato dal punto di vista umano e sportivo. Ho imparato l’autostima . A tralasciare tutto pur di vincere. E da Carlos ho appreso anche qualche trucco”.

“Tata” Brown nel Nacional de Medellin;

Poi va a giocare in Colombia , a Medellin: ”I miei figli hanno iniziato la scuola lì”. Bella squadra con i peruviani Cueto e La Rosa, con Sarmiento e Bolillo Gomez. Poi un giorno di agosto la Selecciòn gioca contro l’Uruguay: “Esco palla al piede e mi colpiscono da dietro. Era il crociato. Sull’ aereo il ginocchio era una palla. E’ stata una lotta per due anni. Un dolore costante. Giravo con un frigorifero portatile. Compravo tutte le mattine le borse di ghiaccio e usavo una scarpa di ferro per fare i quadricipiti. Ero in miseria”. I colombiani lo svendono : trentamila dollari. E si dice che, su input di Bilardo, metà della cifra l’abbia scucita la Federazione argentina pur di riportarlo in patria: al Deportivo Español. Ma qui viene tagliato dopo tre partite, senza neanche una spiegazione.

Brown divenne l’allenatore dell’Argentina Under-17

Si allena da solo. Vorrebbe smettere : “Nella mia testa avevo già deciso. Avevo avuto troppe delusioni da troppe persone. Tante bugie. Senza il supporto della mia famiglia mi sarei arreso. Qualcuno però ha scommesso su di me ed è Carlos Bilardo”. E il tecnico motiva la scelta:  “In Argentina tutte le squadre giocano in linea. Solo due possono giocare da libero: Passarella e Bron”. Proprio alla vigilia del Mundial, Josè Luis Brown è senza un contratto .  Nessuno avrebbe convocato un calciatore di ventinove anni, inattivo da sette mesi. A restare a casa è Trossero: polemiche, sghignazzano in molti.

Fotogramma della storica finale tra l’Albiceleste e la Mannschaft’

Come una balena spiaggiata. Come l’ultimo di un plotone di sconosciuti e mediocri. Perchè la squadra non piace. Nemmeno al presidente della repubblica Alfonsin. E c’è aria di complotto per far fuori Bilardo: “C’era gente che diceva che saremmo usciti al primo turno. Comunque, quando ci fu la conferma della convocazione, a casa facemmo una festa. Poi mi accompagnarono mia moglie, i miei figli e un mio amico. Nella lista dei ventidue venivo considerato il ventitreesimo. Mi consideravano lento e insicuro. Si sospettava anche che non camminassi più e che mi avessero portato solo perché ero amico di Carlos. Ma su di me lui non aveva dubbi. Lui mi ha insegnato anche che la forza sta nel pensiero”. E quel giorno, quello dell’esordio con la Corea, gli dà la notizia quasi distrattamente. Per dargli la giusta carica.

Il gol alla Germania Ovest

Si sa che nel cambio con Passarella, la squadra perde in carisma, tasso tecnico e capacità realizzative. Ma è più coperta . All’inizio el Tata sembra imbarazzato. Quasi non ci crede e sbaglia qualche palla, ma si vince 3-1: “Sono sceso in campo pensando soprattutto a non commettere errori. E’ importante in una competizione come un Mundial. Quello che conta è che alla prima io non l’abbia deluso: Carlos si è giocato la vita per me”. Sotto con i campioni del mondo di Bearzot : “Il giorno prima della partita con i coreani siamo andati in un centro commerciale a Sanborns e abbiamo mangiato degli hamburger spettacolari. Ma di nascosto. Eravamo tanti. Quando se ne accorge Raul Madero, medico della Selecciòn, ci dà degli irresponsabili. Poi arriva Carlos, lo tranquillizza e si ordina un hamburger. Ovviamente, alla vigilia della partita con l’Italia, siamo andati nello stesso posto per lo stesso menu. Si sono sedute al tavolo con noi anche tre donne”.

Con la maglia della finalissima che diede il secondo titolo mondiale all’Argentiina

Bilardo costruisce tutto sulla difesa. Non solo in campo: “Una señorita ci chiede di fare una foto con lei. Interviene Carlos: Bron mettiti a lato della señorita e con le mani ben visibili. Non dietro. Se dovesse dire che la stavi toccando, hai la prova. Non sbagliava mai”.  Piombava anche a casa dei calciatori e parlava con le mogli . Con quella sua voce bassa, spiegava anche come fare l’amore: “Mettilo sulla schiena. Ti togli i vestiti e inizi a lavorare. Così tuo marito non si usura“. Carlos è così, malato. Uno letal,  diretto. Ma è come un secondo padre. Sul pullman la liturgia prevedeva tre canzoni. Sempre quelle: “Total eclypse of the heart” di Bonnie Tyler, “Gigante chiquito” di Sergio Denis e “Eye of the tiger” . L’insolito medley doveva terminare in coincidenza con l’arrivo allo stadio. Nessuna eccezione. Altrimenti si chiedeva all’autista di rallentare o accelerare. E dalla partita con i coreani c’era anche il rito della telefonata muta: doveva squillare un telefono pubblico dentro lo spogliatoio. Dall’altra parte della cornetta non doveva esserci nessuno ed el Tata mollava un insulto. Sempre lo stesso . Poi buttava giù.

La gioia per la vittoria nel Mundial

Telecamera

Prima della partita coi bulgari, Passarella è pronto al rientro. “Ero già rassegnato a uscire. Sapevo che la gente non credeva in me, che erano tutti pronti a criticarmi al minimo errore. So di non essere il miglior libero del mondo. Non ho la personalità di Scirea o la limpidezza di Morten Olsen”. Ma negli ottavi el Tata va avanti, loro escono.   “Ero forse non molto dotato tecnicamente, ma con dedizione e amor proprio, recuperavo. Lavorando sui miei limiti. Il fatto raro di quella Selecciòn è che quando ci hanno convocato, abbiamo cominciato a combattere. Noi avevamo fame di vittoria e non avevamo paura di nessuno. E poi è stato importante il periodo di adattamento al clima. Per non squagliarsi come la Danimarca. Il livello di concentrazione , ma anche di conoscenza degli avversari, era tale che ci sentivamo un computer nella testa.  Dall’ottavo di finale in poi, rilassarsi poteva significare perdere. Infatti ho detto a mia moglie di non telefonare”. Quasi non si accorge di quanto accade sabato 14 giugno: lo scrittore Jorge Luis Borges se n’è andato nelle prime ore della mattina.

Ancora contro la Germania

C’è la partita più difficile: “Ognuno di noi aveva un amico o un nipote che aveva combattuto alle Malvinas. Era più di una partita, anche se non lo dicevamo”. La Plata in quella guerra aveva perso novecento uomini su un contingente di mille. “E poi l’Inghilterra era forte. Abbiamo giocato con una concentrazione del centocinquanta per cento, unas ganas del cinquecento per cento”. Arroccato dietro, si gode scorci del più grande calciatore del mondo : ”Non ho visto la mano di Diego. Ma noi difensori non potevamo nemmeno andare ad abbracciarlo dopo un gol, perché altrimenti Carlos ci avrebbe ammazzato . In altura bisogna dosare le energie. Sul secondo gol invece pensavo che Diego stesse andando verso il calcio d’angolo”. Una volta, in un duty-free, el Tata aveva visto un rolex. L’aveva fissato per un po’. Si avvicina Diego “Prendilo”. “Non posso Diego”. Arrivati in Messico, Diego aveva rimediato: “Ho avuto la suerte di averlo accanto. E’ stato con me nei momenti belli e in quelli difficili. Quelli in cui il telefono non squilla. Quando esci di casa e non ti saluta nessuno. Per questo Diego è stato coraggioso. E non ti permetteva di trattarlo diversamente dagli altri”.

Nel Racing Avellaneda

Un giornale in patria titola: Malvinas 2  Inglesi 1. Lo spogliatoio è impazzito. E fa la sua comparsa una telecamera . Forse è di Burruchaga, perché la tiene lui. In coro : “Saremo campioni del mondo”. Intanto Passarella passa da un malanno all’altro. Si prenota il primo volo per raggiungere la famiglia ad Acapulco. Poi cambia idea e strappa il biglietto: “Daniel era anche mio compagno di stanza . Ed è quello che mi ha aiutato di più. Mi ha spiegato tutto e le sue previsioni si sono rivelate azzeccate. Ha reso più facile il mio compito ”. Anche così si vince un mondiale. Adesso el Tata è di nuovo solo. Passarella capisce ed esce dalla stanza : “Ero sdraiato e pensavo che dovevo giocare la finale del mondiale. L’unica cosa che avevo con me era la foto dei miei figli. Pensavo che l’indomani alla stessa ora avrei potuto essere campione del mondo. Pensavo alla mia famiglia, ai miei amici. A quanto mi ero allenato per arrivarci. Ero nervoso, ma concentrato. E non facevo altro che girarmi nel letto per l’ ansiedad. Da una parte e dall’altra”.

Ma la sua forza è proprio questa.

Sento un cigolio di porte e a un certo punto, arriva Oscar Ruggeri: nemmeno lui riusciva a chiudere occhio “.  In compenso Bilardo non dormiva da due mesi .

Nel Boca Juniors

Ventiduesimo del primo tempo. Cuciuffo si spinge sul versante destro, fin quasi sul fondo. Lo fermano fallosamente: “Era un tiro libre preparato. Ci posizionavamo io,el Checho Batista, el Cabezòn Ruggeri e Valdano.  Dovevo andare al centro dell’area perché il mio forte era il gioco aereo . Sono arrivato e ho baciato la medaglia che mi ha regalato mio figlio Juan Inacio”. La contraerea tedesca è ferma, anche perchè confida in Schumacher. E la sua uscita è perentoria, come al solito: “Sono saltato. Grazie a Dio ho avuto la fortuna di essere lì, dove avrei dovuto essere . E’ stato un centro perfetto, quello di Burru. Quando ho fatto il passo in avanti per darmi l’elevazione, ho visto con la coda dell’occhio Schumacher che stava arrivando”. Il portiere si ferma a mezz’aria, senza palla. Perché quella è già passata . Si blocca anche un miliardo di persone.

Avevo Diego davanti. Gli ho fatto cenno con la testa e mi sono appoggiato a lui . Proprio lui, quel nano. Poi ho colpito molto forte. Ho gridato senza vederla neanche entrare. Il primo ad arrivare è stato il Checho Batista . Non mi ricordo che cosa mi ha detto. Forse mi sono reso conto nello spogliatoio. Mi sono bagnato la testa. Ho iniziato a piangere. In quel momento è arrivato Carlos . Mi ha dato uno schiaffo e mi ha detto : Dale Bron, vamos “.

Presidente

Potrebbe finire con quaranta minuti d’anticipo: “Ero quello che comandava il fuorigioco. Per questo i tedeschi volevano colpirmi. Carlos aveva messo qualcuno per fare blocco. Poi in un’azione, il compagno s’è dimenticato. E’ stato uno scontro con Rummenigge”. Entra il dottor Madero e gli fa un gesto come per dire:  Stai attento con quella spalla, rischi . “Gli ho detto  Raul , non ci pensare nemmeno . Mi hanno portato fuori. Stavano per farmi non so cosa e gli ho detto Sto bene, ecco. E sono andato a giocare”. Non ce la fa: “Non potevo allungare il braccio destro . Il dolore era insopportabile. Ce l’avevo stretto. Non potevo giocare”. El Tata porta la maglietta alla bocca e con i denti fa un buco al centro. “Ho messo le dita nel buco e ho continuato. Mica ero così pazzo da uscire. Ho sofferto, ma non volevo lasciare la squadra a un passo dal traguardo”. Quando Bilardo è stato criticato per averlo lasciato giocare, se n’è infischiato: “Non è rischioso lasciare in campo chi è disposto a morire”. La Germania li raggiunge con due corner. Il secondo passa dalle sue parti. Ed el Tata non può nulla : “Non ci eravamo resi conto di avere i tedeschi dall’altra parte. Se hai sparato a quelli e non li vedi muoversi più, servono altri dieci colpi. Il loro pareggio ci diede un senso di impotenza”.  Anche la sua corsa, solitamente ordinata ed elegante, deve cambiare. Quella parte del corpo lo condiziona.

Per fortuna siamo riusciti a reagire. Ci è costato, ma abbiamo vinto “. Alla fine della partita va a chiamarlo qualcuno : “Pensavo a un’altra telefonata muta. Mi dà un bigliettino e mi fa entrare negli uffici . Ma all’altro capo del telefono, c’era mio padre e tutto il mio paese. Si sentivano applausi. Gli ho risposto: Sai che cosa ho appeso al collo ? La medaglia di campione “. Indosso solo l’ asciugamano : “E non volevo andare nemmeno a letto. Non so, forse non avevo realizzato. Temevo che la mia felicità sparisse. Volevo godermi ogni secondo. Spero soltanto che certa gente, che nel ritiro ci rivolgeva certe domande velenose in spagnolo, non fosse argentina. Non dimenticherò mai che mi ha definito povero di classe e di fisico”. Forse ci sono stati due Brown: uno prima del Messico, l’altro che inizia a giocare quel giorno contro i coreani e poi diventa indispensabile. Oppure, come in un racconto di Borges, ciò che appariva chiaro ed evidente, è stato ancora una volta smentito, semplicemente ribaltato.

Lo vuole il Colonia. Lo vogliono in Francia, in Spagna.  E adesso ride lui : “Sono l’uomo più felice del mondo”. Nel discorso di ringraziamento, il presidente Alfonsin decide di citare solo il nome di un calciatore. 

                                                                                                           Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it